Paolo Cognetti, “Le otto montagne” (Recensione)

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente allora, pensai, il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso, dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Dire che con “Le otto montagne” Paolo Cognetti ha raggiunto la piena maturità stilistica non è un’esagerazione. Ne sono conferme le innumerevoli copie vendute – eh sì, fortunatamente si vendono ancora buoni romanzi – e la vittoria lo scorso luglio del Premio Strega, uno dei più prestigiosi premi letterari italiani. Tuttavia, con o senza premi e mirabolanti vendite, l’ultimo romanzo dell’autore milanese merita davvero di esser letto.

Questo libro è un inno alla montagna, che in esso riveste un triplice ruolo: come scena principale, come motore narrativo e anche, non meno importante, come protagonista, anche se, in quest’ultimo caso, ad una prima lettura questi potrebbe sembrare Pietro, il ragazzo e poi l’uomo che narra in prima persona la sua vita. È un romanzo di formazione e di crescita dello pseudo-protagonista, ma ciò è reso possibile proprio grazie alla montagna, che esercita su di lui un profondo e salvifico influsso, anche se, a ben vedere, essa si compie solo in parte, viene lasciata in sospeso. Ciò è uno dei tratti caratterizzanti dello stile dell’autore, che rende così più reale e vicina ai lettori la storia. Così come è una sua peculiarità l’accurata caratterizzazione fisico-psicologica dei personaggi, gestita attraverso una scrittura asciutta, semplice e diretta, che non manca di sottolineare le contraddizioni interne di ognuno di loro.

Abbiamo già detto che la montagna si inserisce nel romanzo come scena principale, eccezion fatta per alcuni “allontanamenti” utili a non rendere troppo statico l’intero assetto narrativo. In quanto scena, la montagna non si inserisce nella storia come una statica impalcatura scenografica, lontana e “bella da vedere”, quasi come fosse una cartolina creata appositamente per il turista medio. No. La montagna in Cognetti respira, vive, interagisce con l’uomo attraverso un fitto legame di percezioni sensoriali e visioni talvolta reali e altre volte simboliche. E sembra quasi scuotere il ritmo narrativo attraverso la sua stessa topografia, alternando passaggi distensivi che ricordano il respiro regolare e lento di una passeggiata a valle ad altri più veloci, con un respiro più affannoso e pesante, tipico delle scalate alpine.

Ma come arriva Cognetti a scrivere un romanzo così potente, intriso di poesia e amore dedicati alla Natura? Sicuramente a partire dalla sua personale esperienza: basta informarsi un poco sulla sua biografia per comprendere che molto di ciò che ha raccolto poi in “Le otto montagne” è frutto delle sue vicende autobiografiche. In secondo luogo le sue letture, che ben influenzano il suo stile. Mi riferisco ad autori come Buzzati e Rigoni Stern, entrambi amanti della montagna come lui. Infine i passaggi “di preparazione” che hanno preceduto questo libro: innanzitutto “Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna” del 2013, edito da Terre di Mezzo, e numerosi scritti e racconti pubblicati sul suo blog, molto apprezzati dai suoi fans.

Cognetti con questo stupendo romanzo ci insegna ad alzare gli occhi, a guardare cosa c’è sopra le nostre teste. E se siamo abbastanza fortunati potremo vedere una catena montuosa, uno spazio naturale che, dall’alto delle sue cime, custodisce il nostro futuro e il nostro destino che scendono pian piano fino a noi, come un fiume. Un fiume che è fatto di acqua che ci ha superato, di acqua che stiamo attraversando e di acqua che dovrà ancora arrivare fino a noi. Un fiume che è la nostra vita. Una bellissima metafora che l’autore mi ha – ci ha – regalato e che ho voluto far mia.

“Le otto montagne” è, in conclusione, il felice risultato di passione, vita e originalità combinate assieme ai limiti della perfezione. Un traguardo che spero verrà ripreso nella produzione futura dell’autore milanese.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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