Montanari / Trione, “Contro le mostre” (Recensione)

Einaudi editore propone a fine ottobre, quasi come un fulmine a ciel sereno, il nuovo saggio scritto a quattro mani da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, entrambi storici e critici d’arte: Contro le mostre, quasi un pamphlet, un J’accuse contro la svendita della nostra arte e della nostra cultura, e di conseguenza la nostra stessa identità nazionale.

Per dire «basta» alla marea montante di mostre brutte, mal fatte, furbe, sciatte, approssimative, raccogliticce, imposta da società di produzione private e subíte da amministrazioni pubbliche allo sbando. E per indicare alcuni modelli positivi, suggerendo qualche strada possibile per ricominciare a progettare esposizioni rigorose e serie, ma anche formative ed emozionanti. Senza anacronismi, né nostalgie. E anche per ricordarci, più radicalmente, che fare a meno delle mostre potrebbe aiutarci ad aprire gli occhi sul contesto vivo in cui l’arte acquista il suo vero senso: un contesto che, per noi, si chiama Italia.

I due autori si pongono un duplice obiettivo: smascherare mostre e annessi inutili e proporre soluzioni adeguate per una corretta valorizzazione e fruizione del nostro patrimonio artistico. Un tema “caldo” che rischia di fare di questo saggio un simulacro di polemiche vuote. In realtà essi, mentre utilizzano toni polemizzanti, identificano possibili ed efficaci metodologie alternative, tenendo conto delle esigenze di tutti, senza elitarismi antimoderni tipici del mondo accademico. Il testo comincia con una compiuta analisi della cosiddetta Business Art, cioè l’arte al servizio del lucro, una tipologia che quasi sempre ritroviamo all’interno delle mostre temporanee nostrane, contraddistinte da scelte incoerenti volte ad un solo, semplice obiettivo: aumentare le presenze e, di conseguenza, i guadagni. Sulla scorta delle indicazioni fornite da Montanari e Trione si potrebbe quasi redigere un manuale su come allestire una mostra temporanea che tradisca qualsiasi obiettivo formativo, didattico e di accrescimento culturale – tutti punti espressamente dichiarati dall’Articolo 9 della nostra Costituzione in materia di sviluppo e promozione culturale.

Gli ingredienti [delle mostre] sono sempre gli stessi. Si propongono soprattutto i maestri universalmente più noti e mediatamente più efficaci. Da Caravaggio a Van Gogh, da Picasso a Dalí, passando per gli Impressionisti, fino all’”abusato” Warhol. Senza dimenticare le tante mostre “da… a…”

Vengono attaccate le amministrazioni pubbliche, guidate dalla «logica da cinepanettoni» che contraddistingue le società for profit alle quali viene dato in gestione l’allestimento di certe mostre, tralasciando – ed è questo il vero errore – di creare una équipe scientifica competente che possa guidare la scelta delle opere da esporre. Un fenomeno che, come ci fanno comprendere i due autori, si è intensificato negli ultimi anni, sulla scorta di nuove e discutibilissime scelte delle alte sfere del settore culturale nazionale per combattere la crisi economica, non rinunciando alla promozione culturale: creare mostre blockbuster, dei veri e propri specchietti per le allodole, facendole passare per opere nazionali di democratizzazione della cultura. Ovvio, però, a pagamento – e non poco. Una presa in giro bella e buona, visto che molte delle opere che vengono trascinate in queste mostre sono inserite da tempo immemore in contesti ad ingresso gratuito, come i luoghi di culto.

Per contrastare quindi quest’idea di cultura declinata a cartellone pubblicitario del turismo o come «merce da centro commerciale» bisogna riconsiderare gli spazi che ci circondano e il contesto che ospitano. È indubbio che l’Italia offra quello che è sovente chiamare un vero e proprio museo diffuso dove opere artistiche e architettoniche di diverse epoche storiche vanno fondendosi con la realtà cittadina quotidiana e il paesaggio: una stratificazione culturale che solo l’Italia può vantare nel mondo.

Proposito per il fine settimana, il tempo libero, le vacanze: non visitare nemmeno una mostra. Per boicottare l’industria del trasloco delle opere d’arte, ma soprattutto per il gusto e la gioia di sprofondare nel «contesto»: che è quell’inestricabile grovigli di paesaggio e arte, memoria e storia, bellezza e conoscenza che dà senso al rapporto tra presente, passato e futuro.

Montanari e Trione ci aiutano a capire quanto le mostre siano dannose al contesto culturale italiano: esse sono «il più grande fenomeno di rimozione e oscuramento dei contesti, assieme a guerre e catastrofi naturali». Toni sicuramente molto accesi, che però portano il lettore di fronte a un problema piuttosto urgente e delicato: il rischio nel quale le opere d’arte incorrono nel momento in cui vengono spostate per una mostra. Pur adottando le necessarie forme di sicurezza, il rischio che un’opera d’arte venga danneggiata durante il trasporto rimane tuttora molto elevato: è qualcosa che si dovrebbe evitare il più possibile. Un’adeguata soluzione potrebbe essere quella di allestire soltanto mostre veramente necessarie, che riescano a coniugare l’interesse scientifico con il bisogno del grande pubblico, gestite da un’équipe di studiosi che le creino una volta raccolto il materiale adeguato, frutto di anni di studi. Una mostra del genere può essere fondamentale per la formazione estetica di tutti, attraverso adeguati accorgimenti didattici che non tralascino un uso consapevole e coerente delle nuove tecnologie, così da permettere una full immersion multisensoriale nel tema trattato, dando al visitatore un ruolo attivo all’interno dell’esposizione. Una soluzione “al passo coi tempi” che gli autori propongono più volte all’interno del volume e che li distingue da tanti altri studiosi tecnofobici.

Montanari e Trione non mancano però di elencare esempi positivi di esposizioni inserite coerentemente nel contesto, che riescano a dare un contributo formativo reale al visitatore: sono mostre consapevoli, sostenibili, a chilometro zero, che riescano a riproporre secondo tagli espositivi originali ciò che è già inserito nel contesto. Esempi del genere sono provenienti da realtà spesso marginali, nascoste e meno note rispetto ai mega eventi pseudo-culturali organizzati nelle grandi città. Essi però andrebbero recepiti sia dai curatori di mostre che dai visitatori su larga scala per poter attuare un cambiamento effettivo.

Una tipologia tutta particolare di mostra d’arte viene puntualmente attaccata dai due autori: la Biennale, un’ampia proposta artistica che quasi sempre opta per formule consolidate e autori mainstream senza lasciar spazio a situazioni artistiche emergenti, dove dominano i curators, troppo spesso senza particolari competenze scientifiche, ambigui seguaci di momentanee tendenze, e installazioni temporanee che finiscono per tradire i canoni eternizzanti ed estetico-visivi delle opere d’arte a favore di proposte didascaliche piuttosto imbarazzanti. Quello delle Biennali, secondo Montanari e Trione è un mondo dove imperversano gli artisti noiosamente «diversi», in costante ricerca di un’impostazione avanguardistica vuota. L’alternativa presentata in Contro le mostre è un ritorno all’insegnamento di Giorgio Vasari:

Ritornare a Vasari, per un critico di oggi, vuol dire non trattare le opere come “cose” da spostare liberamente, senza tener conto di nessi storici e culturali; né usarle come parti di autoreferenziali installazioni. Ma mettersi criticamente al servizio di creazioni che spesso non riescono più a presentare se stesse da sole […] Quelle creazioni chiedono adesso di venire “integrate”. Per essere comprese, hanno bisogno di un “aiuto” esterno.

Purtroppo però la foga espositiva che imperversa nelle Biennali ha cominciato a snaturare anche il taglio espositivo dei musei e il loro assetto organizzativo. Una trasformazione coadiuvata e sostenuta dagli ultimi due governi nostrani, che puntano a un’”adeguamento” all’americana del settore culturale italiano: direttori-manager senza nessuna competenza scientifica, l’omicidio di qualsiasi autonomia delle istituzioni culturali e museali locali a favore di un accentramento dai toni esecutivo-politici terrificanti, la spaventosa riduzione del personale scientifico adeguato; la costante messa a servizio di opere d’arte per la promozione del made in Italy. Anche in questo caso una soluzione alternativa è offerta dalle realtà locali marginali:

Casi […] molto lontani dai supermusei perché qua non c’è ombra del monopolio di concessionari for profit che tengono in mano gli Uffizi o il Colosseo; perché siamo lontanissimi dalle ingerenze del potere politico centrale; perché l’obiettivo finale non è la spettacolarizzazione, ma l’educazione. Laboratori di futuro che funzionano perché sono pieni di giovani ricercatori entusiasti.

Si passa quindi ad analizzare il metodo del crossover, un “dialogo” fra passato e presente, che può avere sia aspetti positivi che negativi all’interno di un museo. Crossover come scelta espositiva di confronto a distanza temporale e come «riattraversamento inquieto» della tradizione artistica: una sorta di Ritorno all’ordine sulla stregua di De Chirico, che appassiona – con esiti felici e non – molti degli artisti contemporanei. In entrambi i casi però, Montanari e Trione evidenziano quanto sia importante un atteggiamento critico e coerente nell’utilizzo del crossover. Dialoghi ragionati si possono avere, ad esempio, con opere contemporanee che nascano appositamente per essere site specific. Non mancano poi i ragionamenti sulle esposizioni in luoghi storici di opere d’arte contemporanea – come sta succedendo a Firenze da qualche anno. Piuttosto che occupare realtà stracolme di arte del passato, l’arte contemporanea dovrebbe puntare a riqualificare zone cittadine degradate e tristi: le periferie. Un programma adottato in primis dalla cosiddetta Street Art, che per prima si è fatta carico di questo “ritorno del Bello” in zone grigie e spente. Essa ha anche dei tratti caratterizzanti che possiamo prendere come spunto per una rivalutazione integrale del nostro concetto di esposizione artistica: la costruzione di un museo diffuso, libero e veramente democratico:

Mentre le mostre chiudono l’arte in gabbie a pagamento, la Street Art la restituisce a tutti, gratuitamente. Mentre le prime la trasformano in intrattenimento, la seconda la trasforma in strumento di liberazione culturale.

Contro le mostre si configura quindi come un libro fondamentale per la comprensione dell’estremo bisogno di rivalutazione critica del concetto d’esposizione artistica. I due autori non si fermano alla redazione polemizzante di ciò che è sbagliato. E, attraverso un linguaggio semplice e immediato, riescono a far arrivare il loro messaggio sia agli “addetti ai lavori” che al grande pubblico. Operano confronti costruttivi che permettono al lettore di ritrovare uno dei suoi diritti più importanti: la riscoperta dell’arte italiana, il nostro patrimonio più importante.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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