Zigmunds Skujiņš, “Come tessere di un domino” (Recensione)

Succede proprio come quando i bambini fanno domande sui rapporti fra uomini e donne; non è la mancanza di una risposta a creare difficoltà, ma il non saper scegliere le parole per esprimersi.

Il mondo degli adulti, come quello dei bambini, da tempo si pone domande a prima vista scontate  ma che in realtà pretendono risposte complesse, per le quali bisognerebbe spendere molto tempo, sempre che sia possibile formularne di adatte, utilizzando le parole giuste, che non si limitino a striminzite cifre nozionistiche. Zigmunds Skujiņš, autore novantenne, arriva in Italia con Come tessere di un domino, edito da Iperborea, per tentare di risolvere uno di questi quesiti: Che cos’è l’identità?

Attraverso una “doppia” storia esamina da un lato i rapporti umani e il senso della vita, dall’altro la Storia comunemente intesa per giungere a una proposta di riflessione quantomai originale, che permette a noi lettori di avvicinarci alla risposta del quesito trainante del romanzo, attraverso una cavalcata allegorica di quasi tre secoli. Il primo racconto ci catapulta nei pressi di Riga, capitale della Lettonia, alla fine degli anni Trenta del Novecento, dove vive in un antico maniero una famiglia piuttosto particolare: il bambino narrante, di cui non sappiamo il nome, figlio di due artisti circensi che, partendo per una tournée di spettacoli in giro per il mondo – e mai più tornati – lo affidano al nonno, un uomo che veste con abiti ottocenteschi e che gestisce una ditta di noleggio di carrozze e cavalli, una Baronessa di origini tedesche ed ebree e il cosiddetto Aviatore, che avrà un ruolo importante nella storia soltanto nella seconda parte del romanzo. Improvvisamente a questa stramba combriccola si aggiunge anche Jānis, fratellastro del protagonista, avuto da sua madre con un uomo giapponese. L’altro racconto si snoda nel Settecento tra le avventure calviniane della nobildonna tedesca Waltraute von Brüggen, una vedova alla quale d’improvviso viene detto che suo marito è vivo “solo per metà”. Scopre poi che egli è effettivamente in vita, ma soltanto dalla cintola in giù: l’altra metà appartiene a un soldato lettone di nobili origini.

A fare da sfondo al primo racconto c’è la Storia, che travolge la Lettonia, il suo popolo e, irrimediabilmente, anche gli abitanti del maniero. Skujiņš racconta la storia lettone dal 1939 al 1991, due anni fondamentali per lo stato baltico: dal patto Molotov-Ribbentrop e le alternate conquiste tra russi e tedeschi del suolo lettone fino alla definitiva dichiarazione d’indipendenza a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il racconto storico viene trattato dall’autore partendo dalla quotidianità dei personaggi, inizialmente come una serie di fatti che sembrano interessarli solo marginalmente per poi via via travolgerli sempre più: non saranno immuni, come nessuno, da questo vento nefasto, durato più di cinquant’anni.

Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea. Se ciò accade spesso e a lungo, i geni programmano la situazione facendone la norma: noi siamo la parte di sotto. […] Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta. e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto.

I due fratelli protagonisti in una situazione tragica come questa tentano di crescere e di afferrare il loro destino aiutati dai saggi consigli di un nonno davvero speciale, che sa andare al cuore delle persone senza che esse se ne accorgano lì per lì. È grazie a lui se Jānis riuscirà progressivamente ad accettarsi malgrado sia uno straniero in una terra governata da stranieri.

Perché non saresti lettone, se hai un cuore lettone?
Il cuore però non lo vede nessuno. La faccia sì.

Ed è grazie a lui che in situazioni ai limiti della disperazione è stato possibile il più delle volte preservare l’integrità della famiglia dalle minacce degli stranieri al comando. Un’integrità che si fa prima di tutto morale ed individuale: mentre in tutti gli altri personaggi la mancanza d’identità è ben evidente – ad esempio la Baronessa nasconde a seconda degli stranieri al comando le sue origini tedesche o quelle ebree -, nel nonno tale deficit non c’è e fino all’ultimo sa testimoniare attraverso gesti e parole la sua individualità.

Parallelamente a questa storia Skujiņš ci racconta quella, tra Settecento e Ottocento, della Baronessa von Brüggen e della sua costante ricerca della verità: per sé stessa, per il suo defunto (?) marito e su quel soldato lettone che con la scusa di avere dalla cintola in giù il corpo del suo consorte ha finito per sedurla. Una sorta di vero e proprio pellegrinaggio che la porterà in diversi luoghi, tra logge massoniche ed esoteriche e personaggi realmente esistiti, come il Conte Cagliostro.

La verità è timida, femminile per natura. Il pensiero di mostrarsi nuda la imbarazza. E altrettanto imbarazzante può apparire a qualcuno la possibilità di osservarla nuda…

Ed è proprio il racconto della vita della Baronessa che fa da legante per l’intero romanzo, composto da due storie che sin dalle prime pagine sembrano non potersi incontrare mai ma che, quasi in una sorta di epifania, si rivelano verso la conclusione in tutta la loro potenza evocativa, richiamando l’una all’altra e viceversa: una ricerca di verità che coincide con quella dell’identità, intesa sia a livello personale e quotidiano, sia a livello nazionale; il tema del corpo diviso in due, da un lato quello del “barone dimezzato” e dall’altro quello dello stato lettone, soggetto all’occupazione straniera.

Anche quando tutto è giocato dal caso e dalla volubilità della Storia, quando la vita di milioni di persone sembra essere tessere di una partita a domino, è possibile che si presenti una sorpresa, un fatto inconsueto, buffo, quasi magico che scuota il tavolo da gioco e che ne cambi le regole. Come tessere di un domino racconta tutto ciò con fare buffo ma anche malinconico, allo stesso tempo comico e poetico, in una proposta di lettura che ricorda l’alternarsi dei turni dei giocatori di domino. Un romanzo all’apparenza complesso ma che, colto con il giusto spirito, si rivela di una devastante bellezza, configurandosi come uno dei migliori romanzi del Novecento, finalmente giunto negli scaffali delle librerie italiane.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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