Björk, “Utopia” (Recensione)

Ogni volta che Björk torna nelle classifiche musicali con un nuovo album il suo lavoro non termina lì, con un semplice disco. Ogni suo progetto prevede esperienze multimediali che sconfinano dall’ambito musicale per dare un coinvolgimento emozionale maggiore ai suoi seguaci. Negli ultimi anni questa sua caratteristica è stata incrementata, in forza dei progressi tecnologici a portata di tutti: basti pensare a Biophilia (2011), il primo app album nel quale ognuna delle dieci tracce costituiva una app a sé per iPad, fino ad arrivare a Vulnicura, che offriva un video a 360° del primo singolo Stonemilker, nel corso del quale bisognava spostarsi fisicamente col proprio smartphone tra le mani per rincorrere la cantante.

Anche nel caso di quest’ultimo disco le sorprese tecnologiche non mancano. Utopia è stato anticipato a settembre dal singolo The Gate, accompagnato dal relativo video, colmo di effetti speciali sorprendenti. Esso sancisce il forte legame di continuità con Vulnicura, uscito due anni fa, aprendosi in un paesaggio fantastico al tramonto, nel quale Björk, di spalle, sta suonando un flauto per ammaliare delle figure aliene – molto simili ad altre utilizzate in lavori precedenti – sullo sfondo una caverna a forma di vagina. Una volta giratasi, ci mostra come sul petto abbia una sorta di ferita rimarginata: al posto di quella aperta e vulviforme presentata nella copertina di Vulnicura, ora c’è invece un portale per ricevere amore, come recitano i primi versi di The Gate, appunto: 

My healed chest wound
Transformed into a gate
Where I receive love from
Where I give love from

Il bello della cantante islandese è fare del proprio vissuto personale una scelta consapevole per il proprio lavoro, trasfigurandone la realtà in un mondo fantastico e onirico, in un’Utopia. E così dopo la rottura del suo matrimonio con l’artista Matthew Barney che aveva generato il lavoro precedente, la voglia di ritrovare l’amore e di riaprirsi nel confronti del mondo ha generato quest’ultimo. 

A livello complessivo l’album si contraddistingue per una più marcata leggerezza rispetto a Vulnicura: nelle basi strumentali, dove predominano fiati, virtuosismi tecnologici frizzanti e campionamenti di uccelli islandesi e venezuelani e a livello di testi dove comunica una nuova speranza, consapevole del passato, ove rientra in gioco l’amore, aggiornato sulla base delle nuove tecnologie a nostra disposizione. In Blissing me, ad esempio, ci racconta di come, mentre si scambia mp3 con un altro ragazzo, sia confusa e non sappia se ciò che sta provando lo deve alla musica o a lui.

Creare un nuovo mondo, un’Utopia, richiede l’elaborazione di ciò che è avvenuto in precedenza. In questo caso Björk dimostra come tale processo sia ancora in divenire: Sue me e Tabula rasa parlano ancora di divorzio, ma in toni più smorzati rispetto al passato, con lo scopo di evidenziare i lati positivi delle esperienze pregresse per non affaticarsi troppo su quelli negativi. L’Utopia ideale non è qualcosa che è qui e adesso, ma una sensazione ideale da proiettare verso il futuro, per renderlo migliore, mentre si è in un presente che, teso verso la riscoperta della felicità, diviene sostenibile.

Anche se Utopia è un concept album piuttosto unitario non mancano alcune pecche che i detrattori della cantante potrebbero evidenziare: tracce molto lunghe – Body memory sfiora i dieci minuti – mentre spesso affiora un citazionismo troppo marcato dei suoi lavori precedenti: la collaborazione col musicista venezuelano Arca, che aveva già collaborato con lei in Vulnicura, non sembra apportare nulla di sensazionalmente nuovo, muovendosi piuttosto verso la rivisitazione degli album precedenti. Aspetti comunque relativi, perché da Volta (2008), le atmosfere pop che contraddistinguevano i suoi componimenti cedono il passo a strutture musicali sempre più slegate dal concetto tradizionale di “canzone”: assenza di ritornelli e destrutturazione dei testi e delle basi musicali rendono i suoi ultimi quattro album dei lavori molto più complessi rispetto a quelli degli esordi. Essi richiedono maggiore attenzione nell’ascolto e vanno intesi come progetti unitari, dove ogni canzone è parte di un tutto che, se tolta dal contesto, perderebbe il proprio potenziale. Tutto ciò in Utopia è ancor più marcato, specialmente a livello strumentale, dove ne sembra rivelare l’intera struttura, scemando progressivamente verso un minimalismo e un intimismo dei suoni raggiunto in precedenza soltanto in Vespertine (2001). 

In conclusione Utopia è un buon compromesso tra tradizione e innovazione, una proposta che, seppur timida rispetto a scelte più coraggiose intraprese in passato dalla cantante, costituisce  una fase di transizione importante nella sua discografia, in special modo tra i suoi ultimi lavori, che non lascia troppo delusi o perplessi e che sa comunque emozionare e sorprendere.

 

Björk, Utopia (2017)
One Little Indian Record

Tracklist
1. 
Arisen My Senses 4:59 (Björk, Arca)
2. Blissing Me 5:05 (Björk)
3. The Gate 6:33 (Björk, Arca)
4. Utopia 4:42 (Björk)
5. Body Memory 9:46 (Björk)
6. Features Creatures 4:49 (Björk, Sarah Hopkins)
7. Courtship 4:44 (Björk)
8. Losss 6:51 (Björk)
9. Sue Me 4:57 (Björk, Arca)
10. Tabula Rasa 4:42 (Björk)
11. Claimstaker 3:18 (Björk, Arca)
12. Paradisa 1:44 (Björk)
13. Saint 4:41 (Björk)
14. Future Forever 4:47 (Björk, Arca)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Orpheus77 ha detto:

    Splendida recensione 🙂

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    1. Behemoth ha detto:

      Grazie ❤️

      "Mi piace"

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