Alda Merini, “L’altra verità. Diario di una diversa” (Recensione)

Solitamente ho l’abitudine di sottolineare i brani che più mi colpiscono del libro che sto leggendo. In questo caso non ho bisogno di sfogliare troppo: sono davvero pochi i passaggi che non ho messo in evidenza, molti, quasi ogni rigo, quelli che ho sottolineato con la matita. Non capita spesso, ma con alcuni libri particolari come questo, mi può succedere. Conoscevo Alda Merini e il suo fare poetico prima di leggere questo libro, ma non avevo mai affrontato i suoi testi in prosa, così ho deciso di affrontarne la lettura, partendo proprio da qui. Non so dirvi se mi abbia fatto male o bene leggerlo. Una volta concluso, un sentimento misto mi cova dentro, oscillante tra amore e odio. Perché? Perché credo che come tutti i libri che riconosco tra i miei preferiti, anche L’altra verità mi abbia regalato, oltre a sentimenti propriamente buoni, anche molte sensazioni spiacevoli, formate da estrema crudezza e violenza interiore. Ma il Male è forse il fulcro centrale di questo libro, la sua architrave. Senza di esso non si può apprezzarlo ed amarlo.

La Merini non scrisse anni fa L’altra verità. Diario di una diversa per regalarci smielati passaggi amorosi o banalizzazioni. Il suo scopo fu quello di aprirci gli occhi su una realtà disumana che lei, in prima persona, ha vissuto a più riprese nel corso della sua vita: l’internamento in manicomio. E ha scritto un piccolo capolavoro, seguendo passo passo il suo Genio poetico e le sue sofferenze, ma anche le sue gioie. Un percorso intimo che ha chiuso le sue porte al fare propriamente cronologico della narrazione tradizionale: L’altra verità si costruisce infatti attraverso piccoli passaggi, illuminazioni poetiche nelle quali una medesima situazione viene ripresa più volte e ogni volta raccontata in una prospettiva diversa. Un racconto cronologico, nel caso del vissuto dell’autrice, sarebbe stato impossibile: lei stessa ammise che gli anni del primo grande ricovero in manicomio (dal 1965 al 1972) qui narrati furono costantemente minacciati da enormi buchi neri che le impedirono di ricordare con esattezza tutto ciò che accadde. E oltre a un motivo dettato dalla memoria come questo, ve n’è un altro di necessità poetica: non raccontare compiutamente come in un romanzo qualsiasi, ma farlo attraverso minuscoli bagliori poetici, brevi input elettrici che destano l’attenzione e catturano, soggiogano il lettore alla loro volontà.

Se fossi completamente guarita, mi ergerei certamente giudice, e condannerei senza misura. Ma molti, tutti, metterebbero in forte dubbio la mia sincerità in quanto malata. E allora ho fatto un libro, e vi ho anche cacciato dentro la poesia, perché i nostri aguzzini vedano che in manicomio è ben difficile uccidere lo spirito iniziale, lo spirito dell’infanzia, che non è, né potrà mai essere corrotto da alcuno.

È questo uno dei passaggi-manifesto del libro, nel quale la Merini rivendica con orgoglio che il manicomio, anche nel lungo periodo, non può scalfire l’essenza primordiale dell’animo umano. Può vituperare il corpo, la carne, e anche modificare la percezione esterna del pazzo, ma non potrà mai togliergli ciò col quale egli è arrivato nel mondo. Non tutto il libro però è dedicato alle esperienze traumatiche e negative all’interno dello spazio manicomiale. Qua e là la Merini ci racconta di momenti di vita quotidiana vissuti con euforica felicità, una gioia piena, radicata nel profondo del suo animo che nemmeno la disperazione del prima e del dopo l’esperienza in manicomio ha mai estirpato. Una tensione alla positività che è sintomo della costante ricerca spasmodica dell’amore, forse l’elemento che più di tutti viene negato agli internati del manicomio. Amore inteso come ritorno corporeo e spirituale tra le braccia dell’amato – l’incontro con Pierre occupa alcune delle pagine più belle del libro – oppure come rigenerato contatto con la Natura, o come recupero dell’intimo colloquio con Dio. Ecco allora che la Merini, in uno di questi passaggi traboccanti di felicità, ci regala una delle sue migliori testimonianze poetiche:

E così tornai a incontrare le margheritine, le violette. Dio!, come baciai quell’erba la prima volta che la vidi! Credo che la mangiai di baci. Credo che me ne riempissi lo stomaco. Avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri?

Momenti di pura bellezza eseguono una danza tutta loro, alternati a quelli di violento orrore, seguendo un andamento mosso, ondulante, mai lineare, nel quale si percepisce sempre più l’incontenibile forza di volontà della poetessa, che non rinunciò mai a vivere per l’Amore.

Alda Merini lascia al lettore, nelle ultime pagine del libro, un mistero irrisolvibile: scrive infatti che il vero Diario non è mai stato scritto e io sola – la mia anima – ne è l’unica depositaria. Ma ciò di cui si è letto finora non è menzogna, né finzione: è il tentativo che l’animo poetico ha compiuto per aprire gli occhi agli altri nei confronti del mondo dei diversi, dei pazzi. Molti altri dettagli, anche i più orribili, la Merini li ha conservati per sé, e noi oggi non siamo più in grado di recuperarli. Ma forse è meglio così: è questa la quota di mistero che fa innamorare noi lettori di un libro.
L’autrice conclude il suo percorso con uno dei passaggi forse più belli e più significativi dell’intero libro. E anche questa recensione si conclude con esso, perché si potrebbero spendere milioni di parole per raccontare la grandezza poetica e umana di Alda Merini, ma senza la sua voce risulterebbero vuote e inconsistenti:

Qual è la morale di questo piccolo libro?
Molte, moltissime potrebbero essere le morali. Ma, forse, una sola è valida: l’uomo è socialmente cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.

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