MGMT, “Little Dark Age” (Recensione)

Sono già passati undici anni dall’esordio degli MGMT nel panorama musicale internazionale con Oracular Spectacular, oggi considerata un po’ ovunque una delle pietre miliari dell’indie rock psichedelico degli anni Zero. I cavalli di battaglia furono certamente ottimi: dal 2007 pezzi come Kids, Time to Pretend ed Electric Feel vengono spesso riproposti in giro, e grazie a ritornelli giocosi e catchy hanno messo d’accordo tutti, dagli estimatori del genere agli ascoltatori medi e sin dal primo momento gli ingredienti c’erano tutti per fare dei due ragazzi newyorkesi i nuovi paladini della gioventù, specialmente quella fattona. Ma il motivo di tanto successo è che gli MGMT furono la band giusta al momento giusto. In quel periodo c’era bisogno di quel tipo di musica fluorescente e psichedelica e, fortuna loro, sono stati i primi a ri-proporla in maniera così originale. Poco dopo però essi ammisero senza giri di parole che quei singoli così tanto apprezzati furono soltanto dei giochi creati ad hoc per smontare dall’interno lo showbiz musicale. Non c’era la volontà da parte loro di calcare la mano su ciò che era già stato detto e suonato in poche, semplici canzoni. Chi quindi si aspettava col secondo album un nuovo capitolo di successi radiofonici rimase ben deluso: con Celebrations (2010) il duo infatti spostò l’ago della bilancia verso soluzioni sperimentali più marcate, così come il disco successivo, MGMT (2013). Se parte della critica accolse questi ultimi lavori in maniera positiva non si può dire lo stesso per le vendite, che tutto sommato segnarono in entrambi i casi dei flop clamorosi.

Forse anche a causa degli ultimi due “fallimenti” di vendite lo scorso anno i due ragazzi dichiararono che in fase di registrazione del nuovo album avrebbero riportato un po’ di sano ritmo pop nelle loro canzoni. Un’affermazione del genere è solitamente foriera di prodotti ben fatti o di catastrofi colossali: per un gruppo indie entrare in contatto col pop è un’arma a doppio taglio con la quale ci si può spesso fare molto male. Ma almeno per questa volta gli MGMT se la sono scampata: Little Dark Age è veramente un buon disco. Come ci sono riusciti? Hanno preso per il guinzaglio il prepotente ritorno della musica anni ’80 e l’hanno fatta ubriacare di sonorità elettroniche sgangherate, condite qua e là dall’onnipresente fattore psichedelico, ormai un loro marchio di fabbrica indiscusso.

L’apripista She Works Out Too Much è un intelligente mix tra colonne sonore dei primi videogiochi stellari e contaminazioni elettroniche distorte – soprattutto nella voce, con un giro di sax a chiudere il tutto, in perfetto stile anni ’80. La traccia successiva, title track dell’album, mantiene fede alla precedente negli intenti, trasportando l’ascoltatore in atmosfere aerospaziali serrate, tra sintetizzatori con una logica tutta loro e vocalità sognanti, citando qua e là i The Cure più felici. La terza traccia, When You Die, spezza  per qualche minuto l’atmosfera stellare per dare spazio a una sorta di aggiornamento delle sonorità psichedeliche di Oracular Spectacular, arricchite con accenni di folk e toni orientaleggianti. Si prosegue poi con Me and Michael, una romantica ballad in perfetto stile Pet Shop Boys, forse uno dei pezzi più validi dell’intero album. TSLAMP è un mix interessante di contaminazioni elettroniche che ricordano da una parte quelle dei primi Groove Armada, dall’altra i Daft Punk, mentre con James riemerge quell’irresistibile spinta alla sperimentazione, che lo stesso VanWyrgarden ha definito una micro dose di acido con effetti inaspettati. Days That Got Away continua su questo percorso, tra bassi pesanti e strutture elettroniche sgangherate, mentre il pop sognante degli anni ’80 ci aspetta dietro l’angolo per attaccare di nuovo con One Thing Left To Try. Il disco si avvia alla chiusura con When You’re Small, un lento psichedelico decisamente fuori di testa. Segue e conclude il tutto Hand it Over, ancora una ballad che forse riprende in maniera fin troppo analitica quelle storiche degli anni ’80.

In conclusione con Little Dark Age gli MGMT ci propongono un disco che finalmente riprende in mano il ritmo travolgente del primo disco, con aggiornamenti sonori scopertamente ispirati alla musica anni ’80 ma non per questo scevra da contaminazioni psichedeliche. Il tutto buttato in un calderone fosforescente dal quale escono pezzi molto interessanti, curati nei minimi dettagli, che non finiscono per riproporre del vecchiume ma soluzioni originali che riconfermano l’abilità del duo newyorkese di spostarsi tra pop e sperimentazione creando dei pezzi gradevoli per qualsiasi ascoltatore. In sostanza un’ottima riconferma per una delle band indie migliori del nuovo millennio.

Little Dark Age (2018)
Columbia Records
Testi di A. VanWyngarden (eccetto When You Die), musiche di A. VanWyngarden e B. Goldwasser.

Tracklist
1. She works out too much – 4:38
2. Little Dark Age – 4:59
3. When You Die (A. VanWyngarden, A. Pink, C. Mockasin) 4:23
4. Me and Michael – 4:49
5. TSLAMP – 4:29
6. James – 3:52
7. Days That Got Away – 4:44
8. One Thing Left to Try – 4:20
9. When You’re Small – 3:30
10. Hand It Over – 4:14

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. il brano è piacevole e il video molto divertente!

    Piace a 1 persona

    1. Behemoth ha detto:

      Davvero, sono fantastici ❤️

      Piace a 1 persona

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