I Cieli di Turner, “Opera Viva” (Recensione)

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A quanti di voi è mai capitato di ascoltare una band e di rimanere sbalorditi dall’energia e dall’originalità che trasuda, per poi scoprire che è “soltanto” alla sua prima prova discografica? Avreste sicuramente detto – anzi, giurato – che vi sembrava gente con esperienza alle spalle, e invece… Ecco, in certi casi l’entusiasmo non può che andare a mille. Succede di rado, ma succede. È esattamente quello che mi è capitato dal momento in cui un’amica mi ha fatto ascoltare I Cieli di Turner, una band formata da tre ragazzi (Francesco, Edoardo e Alessandro) di Perugia che a gennaio sono arrivati nei negozi di dischi con Opera Viva, il loro album d’esordio, preceduto da un EP del 2014. E ascoltarli è stato come aprire la finestra di una stanza rimasta chiusa per troppo tempo.

Il disco, interamente autoprodotto, è stato registrato in presa diretta da Michele Pazzaglia, già produttore di Paolo Benvegnù, ed è il risultato di tre anni di intenso lavoro, durante i quali ogni minimo dettaglio è stato limato a dovere per entrare in testa agli ascoltatori. E già dai primi minuti si capiscono bene gli intenti della band: creare un concept album senza rinunciare a costruire per ogni singola canzone una struttura a sé, che ci permette di ascoltarla in autonomia, senza perdere di potenziale.

L’apertura di Opera Viva è affidata a Le foreste sui balconi, travolgente traccia dall’incontenibile mood sussultorio, all’insegna di un electro-rock – che ricorda per certi versi il sound del primissimo album dei 30 Seconds To Mars e dei migliori Verdena – e di un testo che sin dal primo ascolto non risulta banale né tantomeno adolescenziale:

Le tue braccia una montagna troppo alta scalare,
fiocco nero sulla porta di catena commerciale
per festeggiare la scomparsa di un disordine speciale
e una dignità di scorta per chi alla porta sa aspettare.

Seguono a ruota Mosaico Distanza siderale, dove il connubio tra sperimentazione sonora e ritmi catchy risulta ben riuscito sin dal primo ascolto. Dopo un’introduzione electro minimal esplode, alla stessa maniera della traccia d’apertura del disco, Pot, pezzo scelto come primo singolo dell’album. Gli ingredienti ci sono tutti: ritmo, voce, sperimentazione e quella voglia di fare bene le cose che ha già contraddistinto le tracce precedenti. Il risultato finale è forse uno dei momenti migliori del disco che finisce per sfociare senza fermarsi mai in Post, brano interamente strumentale che divide idealmente in due l’album.

La seconda parte si apre con Mille cerchi, un pezzo dai toni più distesi e meno convulsi rispetto ai precedenti. Un mood che continua con Gorifi, che nel frattempo sposta l’ago della bilancia verso un sound più orientato alla contaminazione elettronica resa in low fi. In Il vestito della sposa emerge qua e là qualche bagliore sonoro direttamente dagli anni 80, seppur con timidezza. Con Celeste la band è alle prese con un pezzo dai toni più melodici e accattivanti, mentre la chiusura dell’album è affidata alla title track, quasi una versione in musica della copertina del disco:

Ti ho vista arrivare dal fondo del mare,
bussare alla porta e alla finestra,
ti ho vista cadere in un sonno profondo
temere il tramonto, un non ritorno.

E a questo punto è giusto render giustizia anche alla copertina appunto, e all’intero packaging del disco, che fa di Opera viva un prodotto curato nei minimi dettagli, anche nella sua veste estetica. A tal proposito l’autrice della foto utilizzata per la copertina,  Anna Morosini, racconta com’è nata la sua collaborazione con I Cieli di Turner:

La pellicola utilizzata per la foto in copertina di Opera viva è la Fade to black (Polaroid), ormai quasi introvabile, frutto di un “errore” di fabbricazione nella resa degli acidi: una volta scattata passa dall’essere completamente bianca a completamente nera, in un lasso di tempo variabile a seconda delle condizioni (proprie e atmosferiche) aumentando sempre più di contrasto. L’unico modo per fermare ciò e ottenere la fotografia desiderata è decidere quando rompere il frame della pellicola, impedendo agli acidi di sviluppo di continuare ad agire. La foto della copertina è stata scattata all’ora del tramonto, in una spiaggia italiana. Essendo una delle ultime di questo tipo in mio possesso, avevo un’enorme ansia nell’usarla: il rischio di rovinarla aspettando troppo mi ha fatto scegliere di aprirla molto presto, cosicché cielo e mare non hanno fatto in tempo a dividersi all’orizzonte, ottenendo così un effetto – totalmente analogico, la foto non ha post-produzione digitale – sognante, tutto giocato sui toni che vanno dal ciano al verde. Con la band abbiamo scelto questa fotografia soprattutto perché la sua storia così materica, frutto di caso, scelte, azioni, distruzioni, cambiamenti e ricerca dell’attimo sono pienamente in linea con i temi e il concept del disco.

Detto ciò, ancora due parole sui temi trattati nel disco: quasi in ogni traccia è riscontrabile un’insoddisfazione di fondo, dettata perlopiù dal contesto soffocante di provincia, dal quale i ragazzi vogliono fuggire ma che spesso è difficile abbandonare. Insoddisfazione che diventa spesso rabbia, resa soprattutto attraverso i toni martellanti di voce e batteria. Dalla rabbia si passa alla confusione, resa attraverso le distorsioni elettroniche. La confusione generale è però solo apparente: tematiche, emozioni e strutture musicali sono legate a doppio filo tra loro, costruendo un disco d’esordio tra i più validi usciti nel contesto indie rock italiano degli ultimi anni.


I Cieli di Turner, Opera Viva (2018)

Testi e musiche di I Cieli di Turner

Tracklist
1. Le foreste sui balconi (4:02)
2. Mosaico (3:02)
3. Distanza siderale (4:06)
4. Pot (4:51)
5. Post (1:18)
6. Mille cerchi (4:39)
7. Gorifi (3:09)
8. Il vestito della sposa (5:18)
9. Celeste (3:57)
10. Opera viva (5:55)

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