Mina, “Maeba” (Recensione)

A pochi mesi dal lancio di Tutte le migliori, in collaborazione con Adriano Celentano, Mina torna con Maeba, il suo settantaquattresimo album in studio col quale, a conti fatti, sembra voler dare l’impressione di racimolare qualche spicciolo in più: il risultato, infatti, è abbastanza sottotono rispetto a ciò che la Tigre di Cremona ci ha abituato nel corso della sua sconfinata carriera.

Dodici pezzi, dieci inediti e due cover – queste ultime onnipresenti in quasi tutti i dischi della cantante. Ma ciò che più disturba e delude è la copertina: una Mina aliena, che gli italiani hanno già avuto modo di pregustare, nel corso del videoclip proiettato per la prima volta all’interno del contenitore del Festival di Sanremo. Prescindendo dalla canzone – Another Day of Sun, scelta da Tim per la sua pubblicità – l’immagine di una Mina ultraterrena sembrava piuttosto affascinante e prometteva grandi cose. Infatti la signora Mazzini, anche se ufficialmente ritiratasi dalle scene nel 1978, negli anni successivi ha continuato a pubblicare dozzine di album che osavano anche nel packaging, nel quale la si poteva ammirare in contesti tra i più diversi. Tale trasformismo d’immagine ha reso negli anni il pubblico italiano sempre più pretenzioso nei confronti della cantante. E ragionando a partire dalla copertina, senza stare troppo a generalizzare, un divertissement su basi elettroniche sarebbe stata la scelta più azzeccata per questo disco. E invece le musiche di Maeba sembrano troppo spesso un’accozzaglia di pezzi giustapposti a caso, senza un nesso logico.

Il disco si apre con Volevo scriverti da tanto, primo singolo estratto nel quale Mina mostra senza mezzi termini come preferisca da qualche anno a questa parte i toni bassi ai voli pindarici conditi di memorabili acuti della sua produzione più conosciuta. E l’innata padronanza della tecnica, unita ad un’inimitabile interpretazione, fanno di questo primo brano un’ottimo sunto di tutta la sua inarrivabile bravura. In Il mio amore disperato Mina gioca su un pezzo in stile Libertango cadenzato su un ritmo timidamente elettronico – che ricorda il riarrangiamento proposto da Grace Jones –  che ricorda qua e là le colonne sonore dei film di Ferzan Özpetek. Segue Ti meriti l’inferno, testo cattivo quanto basta per un pezzo che sembra ripescato tra le demo in precedenza scartate dalla Tigre: facilmente dimenticabile.

Convince di più Il tuo arredamento, dove Mina si lancia in difficili prove canore, sostenuta da una base rock. Argini tenta di recuperare le basi ritmate di Bula Bula (2005) senza riuscirci fino in fondo, mentre i toni melodici prendono il sopravvento. Si arriva quindi alla prima cover dell’album, che recupera il successo natalizio degli Wham!, firmato dal compianto George Michael e registrato da Mina e la sua band in presa diretta nel suo studio di Lugano. Spogliata da tutti i fronzoli natalizi, la canzone è una versione alternativa in chiave smooth jazz. Per quanto il risultato sia degno di nota, è inevitabile chiedersi cosa c’entri un pezzo del genere in questo disco. 

L’ascolto continua con ‘A minestrina, felice incontro tra due mostri sacri della musica italiana: da un lato Mina con la sua voce precisa, dall’altra quella di Paolo Conte, ruvida, sporca e molto sensuale. Certamente uno dei momenti migliori del disco, tutto giocato su un bozzetto di vita quotidiana interpretato in chiave napoletana. Heartbreak Hotel è la seconda ed ultima cover dell’album, omaggio dai toni minimal al primissimo singolo di Elvis Presley. Ma come già per l’altra cover, anche qui l’inserimento di questa cover lascia un po’ perplessi. 

Al di là del fiume è un brano strutturato sul classico crescendo vocale di Mina al quale si potrebbe rimproverare una base strumentale che sa di vecchio. Per contro, il testo convince. L’esatto opposto ci è offerto dal brano successivo, Troppe note, nel quale se le basi strumentali promettono bene, il testo lascia un po’ a bocca asciutta. Segue Ci vuole un po’ di R’n’R, tentativo mal riuscito di inserire nell’album un pezzo dalle sfumature rock col risultato d’essere decisamente posticcio, come un minestrone riscaldato. Il testo poi è forse il più banale di Maeba

La Mina aliena promessa dalla copertina dell’album arriva con Un soffio, brano di chiusura dell’album nel quale la voce si fa strada tra toni bassi e distorsioni elettroniche, per impreziosire un testo e una base scopertamente elettronica. Un ottimo pezzo che avrebbe dovuto ispirare di più l’intero progetto dell’album.

In definitiva Maeba sembra vincere ma non convincere – come direbbe un mio caro amico: da un lato se la tecnica e la forza interpretativa di Mina sono indiscutibili, dall’altro il risultato finale lascia un po’ a desiderare per i pezzi in esso contenuti, troppo slegati l’uno all’altro e al concept dell’album. Sicuramente un prodotto molto distante dalla qualità complessiva degli album della Tigre degli anni Duemila. 

Mina, Maeba (2018)
PDU

Tracklist
1. Volevo scriverti da tanto (M. F. Polli, M. Ferrara) 4:27
2. Il mio amore disperato (P. Limiti, A. Anelli) 3:36
3. Ti meriti l’inferno (F. Spagnoli, A. Surdi) 4:34
4. Il tuo arredamento (Z. M. Rongo) 4:59
5. Argini (M. Ciappelli, F. Sighieri, L. Fontana) 4:32
6. Last Christmas (G. Michael) 3:25
7. ‘A minestrina (feat. Paolo Conte) (P. Conte) 3:17
8. Heartbreak hotel (M. B. Axton, T. Durden, E. Presley) 2:22
9. Al di là del fiume (G. Calabrese, F. Serafini) 3:25
10. Troppe note (V. Serafini, F Serafini) 4:06
11. Ci vuole un po’ di R’n’R (A. Mingardi, M. Tirelli) 3:18
12. Un soffio (feat. Boosta) (L. Ragazzini, D. Dileo) 4:14

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