Roberto Alajmo, “L’estate del ‘78” (Recensione)

La letteratura contemporanea può ancora apportare un contributo positivo all’indagine dell’animo umano e delle relazioni interpersonali, in particolare quelle familiari? Si tratta di un compito arduo che, vista la grande mole di romanzi finora pubblicati su questi temi, può condurre a soluzioni insipide e senza particolare spessore. L’ultimo romanzo di Roberto Alajmo, edito da Sellerio, sembra quasi l’eccezione che conferma la regola

L’estate del ’78 sembra essere un memoir intimo, scritto come se fosse una chiacchierata davanti un caffè tra l’autore ed il lettore, lungo la quale il primo ripercorre a piccoli passi la storia della malattia e del suicidio di sua madre. Un testo che non pretende di essere un’autobiografia, ma che per varie ragioni sembra impossibile da incasellare in un genere narrativo preciso. L’impianto narrativo è per questo motivo volutamente sfilacciato: a poche pagine dedicate alla madre se ne affiancano altre che hanno per protagonisti lo stesso autore e suo figlio, Arturo. In altre l’autore dà libero sfogo ai ricordi d’infanzia, attraverso un classico flusso di coscienza, alle quali seguono alcune dedicate al racconto familiare di tipo corale. L’assenza poi di un assetto temporale ben definito permette all’autore di indagare motivi e conseguenze dell’assenza della figura materna nella sua vita, partendo dall’infanzia fino ad arrivare alla maturità, dove continua a produrre effetti anche nella sua condizione di padre. 

L’indagine promessa nelle prime pagine del libro effettivamente c’è, ma non si tratta di un percorso dal fare poliziesco. In realtà, il cammino a cuore aperto affrontato da Alajmo più che cercare risposte precise intende ragionare, attraverso racconti e fotografie, su quesiti più profondi, quali la mancanza e l’addio. Per questi motivi L’estate del ’78 non è nemmeno il risultato di un’introspezione psicanalitica. Fatti e ricordi servono infatti all’autore più per ragionare e riflettere che per autoanalizzarsi, offrendo al lettore pagine di toccante poesia, nel corso delle quali anche quest’ultimo subisce una trasformazione: da mero intruso nei fatti personali di un estraneo egli diventa, pian piano e inconsapevolmente, parte attiva, l’interlocutore per eccellenza.

Scevro da idealizzazioni, il romanzo di Alajmo parla con schiettezza di temi ancora oggi considerati dei veri e propri tabù: depressione, dipendenza da farmaci e, non ultima, la rinuncia volontaria alla vita. Nel frattempo, con crescendo d’intensità emotiva, l’autore ragiona su due questioni importanti quanto dolorose: il fatto che esiste nella vita una cosa chiamata “mai più” e sull’imprevedibilità del commiato definitivo:

È difficile stabilire il momento in cui si prende commiato da una persona. I momenti sfumano, si susseguono, sfuggono al controllo che cerchiamo di esercitare su di essi.
Certe volte non lo sai, ed è l’ultima volta. Altre volte pensi che sia l’ultima, e non è l’ultima per niente. Come in certi addii alla stazione, quando il treno sembra sul punto di partire e non parte mai.

Con un romanzo del genere il rischio di scivolare entro la palude del patetismo gratuito era davvero alto. Eppure l’autore, già conosciuto ed apprezzato dai lettori per il suo stile cinico e schietto, dimostra di possedere qualità poetiche tutte particolari, saldamente agganciate alla realtà. L’estate del ’78 è una prova personale prima che letteraria, un romanzo quasi sussurrato, capace di smuovere nel profondo il lettore e di suscitare interrogativi importanti sulla vita e sull’ineluttabilità della perdita delle persone amate.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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