Umberto Saba, “Ernesto” (Recensione)

Nel 1975 l’uscita di un libro fino ad allora inedito riportò Umberto Saba all’attenzione dei lettori. In quell’anno infatti appariva presso Einaudi la prima edizione di Ernesto, un piccolo romanzo di formazione nel quale l’autore, celato nelle vesti del giovane protagonista, racconta della sua gioventù, in particolare della scoperta della sessualità. Ciò fu uno dei motivi per cui l’autore non si decise mai a terminarlo e, quindi, a pubblicarlo. Consapevole che dare alle stampe un libro del genere avrebbe innanzitutto dato modo a tanta pseudo critica letteraria di speculare sui suoi trascorsi privati, Saba decise di far circolare il dattiloscritto originale solo tra una ristretta cerchia di persone, tra parenti ed amici fidati, con l’obiettivo di non pubblicarlo mai. Non fu però il solo contenuto a frenarne una possibile stampa: anche l’aspetto stilistico e soprattutto linguistico costituì per l’autore una delle problematiche interne più importanti nel corso della stesura. Fu quindi più volte rielaborato con l’obiettivo di restituire negli snodi cruciali della storia tutta quell’immediatezza e quell’apparente semplicità, a livello fonico quanto lessicale, proprie della sua produzione poetica. L’opera fu rimaneggiata e corretta dal 1953 al 1957 – anno della sua morte – attraverso un metodo di scrittura lontano dai canoni della stesura della prosa: i diversi brani non furono mai pensati e scritti secondo un iter cronologico e narrativo ben definito, ma solo in un secondo momento agganciati gli uni agli altri, attraverso ritocchi successivi – proprio com’egli operava nel comporre poesie. Il risultato finale, per quanto incompiuto, mostra una forte volontà di enfatizzare tutte quelle realtà “minime”, quei dettagli che rendono speciale la vita quotidiana di ognuno di noi, a discapito dell’assetto narrativo, che in fin dei conti rimane piuttosto scarno.Alla morte del poeta Ernesto rimase quindi incompiuto, custodito in un cassetto dalla figlia di Saba, Linuccia. All’incirca vent’anni dopo la scomparsa del padre, quest’ultima decise di pubblicarlo, operandovi alcune correzioni, tese a mitigarne il contenuto “scabroso”. Dopo un un ulteriore salto di vent’anni, nel 1995 l’eccellente lavoro filologico svolto da Maria Antonietta Grignani permise la pubblicazione di una nuova edizione dell’opera, questa volta integrale ed aderente ai dattiloscritti originali. Fu quindi finalmente possibile giustificare, in qualche modo, il “tradimento” delle ultime volontà di Saba, da sempre contrario alla pubblicazione di Ernesto: per la prima volta fu quindi proposto ai lettori così com’era stato lasciato dal poeta triestino al sopraggiungere della morte.

Corredata da fonti integrative e note al testo, la nuova edizione – che leggiamo ancora oggi – fa dell’incompiutezza dell’inedito in prosa di Saba il proprio cavallo di battaglia, sfruttandone la sospensione narrativa, il potere evocativo e l’irrinunciabile ed intrinseca bellezza poetica.Come spesso succede per i grandi autori, le loro opere cosiddette marginali o secondarie vengono quasi del tutto ignorate a favore di quelle comunemente definite “capolavori”. Tra questi casi vi è – purtroppo – anche Saba, del quale a scuola ad esempio, viene studiato principalmente il mastodontico Canzoniere. Ma cos’ha Ernesto di così speciale da dover essere letto almeno una volta nella vita? Innanzitutto esso ci mostra un Saba inedito: si tratta infatti di una delle pochissime opere in prosa che il poeta scrisse in vita e, seppur rimasto incompiuto, ha una forza espressiva tale da allontanarsi da qualsiasi etichetta tesa a individuare un genere letterario preciso: né componimento poetico, né romanzo, nemmeno raccolta di memorie, anche se in Ernesto l’autore apre come non mai il suo cuore e lascia scorrere liberi i ricordi della propria giovinezza. Come nei migliori esempi di alta letteratura, anche questa prova in prosa di Saba sfugge da qualsiasi intento classificatorio, per attestarsi come un prodotto letterario autonomo, lontano da qualsiasi logica di etichettatura.Iniziato durante un ricovero presso una clinica romana, fu scritto in piena libertà, senza la pretesa di pubblicarlo: fu proprio questo uno degli aspetti che permise al Saba maturo di raccontare del giovane sé stesso senza filtri, attraverso la storia di Ernesto. Questi, un sedicenne nella Trieste di fine Ottocento, lavora presso la ditta del signor Wilder, un commerciante di farina filoaustriaco. Qui conosce un bracciante ben più grande di lui, col quale ha il suo primo rapporto sessuale: ne nasce una sorta di relazione amorosa, sentita da Ernesto con tutta l’incostanza tipica dell’adolescenza. Rendendosi poi conto della sconvenienza di un rapporto simile, tenta di allontanare l’uomo licenziandosi. Inconsapevole che certe pulsioni non possono essere fuggite così facilmente, finisce per innamorarsi subito dopo di un suo coetaneo, Ilio. L’incontro con quest’ultimo occupa le ultime pagine dell’opera incompiuta, lasciando presagire al lettore conseguenze e sviluppi ulteriori:

Due ragazzi che, sulle scale del loro maestro di violino, s’intrattengono a parlare dei loro studi, e si stringono, congedandosi, la mano, sarebbe parso, a chiunque l’avesse osservato, un fatto banale della vita d’ogni ora. Invece – per la particolare costellazione sotto cui nacque, e per le sue conseguenze remote – era (ogni altra considerazione a parte) un avvenimento raro, quale può prodursi, sì e no, una volta sola in un secolo e in un solo paese.

Lungo il racconto è sempre più evidente come le vicissitudini di Ernesto siano legate a doppio filo con quelle della giovinezza dell’autore. Molti e diversi infatti sono i punti di contatto tra i due: l’abbandono del padre, la precoce rinuncia agli studi per trovare un lavoro, l’affetto per la balia… Inoltre, la storia del giovane viene raccontata da un punto di vista esterno, quello di un anziano signore – Saba, per l’appunto – che non esita ad aggiungere passo dopo passo precisazioni personali su ciò che il giovane sente e prova.Occorre poi spendere qualche parola a favore della ricerca linguistica di Ernesto, che lo lega ulteriormente alla produzione poetica dell’autore: un’apparente semplicità fonetica e lessicale, alla quale si aggiunge l’utilizzo del dialetto triestino, reso piano e morbido per permettere a chiunque di poter leggere senza difficoltà senza conoscerlo. Esso è impiegato soprattutto nelle conversazioni dei personaggi e per dare carica espressiva a emozioni e sensazioni forti, in particolare quelle di natura erotico-sessuale. Ciò non è altro che parte dell‘amore che Saba nutriva per il chiamare le cose con il loro nome, uno dei fondamenti della sua poetica e quindi, inevitabilmente, anche di Ernesto. Uno degli snodi decisivi nelle prime pagine ci restituisce una lucida e matura consapevolezza della poetica dell’autore:

Con quella frase netta e precisa, il ragazzo rivelava, senza saperlo, quello che, molti anni più tardi, dopo molte esperienze e molto dolore, sarebbe stato il suo «stile»: quel giungere al cuore delle cose, al centro arroventato della vita, superando resistenze ed inibizioni, senza perifrasi e giri inutili di parole; si trattasse di cose considerate basse e volgari (magari proibite) o di altre considerate «sublimi», e situandole tutte – come fa la Natura – sullo stesso piano.

Ernesto è l’ultima catarsi nell’arte poetica che Umberto Saba realizzò in vita. Liberando sofferenze e ricordi egli scrisse un’opera che seppur incompiuta costituisce ancora oggi il suo testamento poetico. Grazie ad essa noi lettori possiamo entrare ancora una volta nella magia della vita quotidiana di Saba, semplicemente, senza falsità. Ernesto è, infine, un invito a liberarsi: uno sfogo del non detto, del tenuto nascosto per troppo tempo, un rifiuto definitivo e consapevole della falsità: l’ultima purificazione, che da esperienza personale del poeta è oggi patrimonio unico nelle mani del lettore.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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