Jón Kalman Stefánsson, “Luce d’estate ed è subito notte” (Recensione)

Luce d’estate ed è subito notte di Jón Kalman Stefánsson è forse uno dei migliori esempi che un lettore “mediterraneo” possa utilizzare per comprendere le caratteristiche peculiari della letteratura islandese contemporanea, attraverso quelle di uno degli autori dell’isola più acclamati negli ultimi anni. Leggendo, ci si accorge quanto il libro racchiuda in sé certi snodi fondamentali di una sorta di manifesto programmatico dell’autore, deciso a voler scardinare tutta quella tacita normativa che regola la produzione letteraria odierna, attraverso un sapiente uso del linguaggio e, soprattutto, della struttura testuale.

Luce d’estate infatti si presenta quasi come una trasposizione testuale di una chiacchierata al bar, durante la quale l’autore, (finto) cittadino di un piccolo paesino islandese, informa il lettore di una serie di fatti, perlopiù di natura quotidiana, che interessano di volta in volta gli altri abitanti del luogo. Attraverso una scansione colloquiale delle vicende presentate, Stefánsson racconta della vita dei personaggi spostandosi tra un registro linguistico simile a quello dei pettegolezzi ad uno di natura letteraria, col quale la natura umana è sottoposta ad una sottile analisi di matrice filosofica. La questione dell’esistenza e del senso della vita, tema trainante del libro,  trova una risposta secondo l’autore nei piccoli – e solo apparentemente banali – gesti quotidiani compiuti da ognuno di noi. Anche in un paesino dell’Islanda la spasmodica velocità imposta dagli stili di vita contemporanei non permette più all’uomo di cogliere l’incidenza devastante e al tempo stesso salvifica delle insignificanti incombenze di tutti i giorni. Stefánsson comunica al lettore come anche quella che consideriamo la più stupida banalità possa in realtà darci, anche solo per qualche attimo, la luce ed il calore di cui abbiamo bisogno per comprendere il motivo del nostro vivere. Infatti, piuttosto che di luce e buio come fattori fisici esterni all’uomo, in Luce d’estate l’autore tratta di questa contrapposizione come di un qualcosa che prima di tutto fa parte dalla condizione mentale dell’essere umano. Quindi ad una luce estiva, simbolo di positività e di certezze, viene contrapposto il repentino sopraggiungere del buio, popolato dai fantasmi del passato e governato dal pensiero costante del sopraggiungere della morte. Tale fattore esistenziale viene quindi stemperato dalle singolari vicende dei personaggi, che dimostrano come anche in un paesino sperduto di una isola –  solo apparentemente – fredda ed inospitale si possano nascondere pulsioni e segreti, diversi per ognuno di loro. Essendo ogni vita umana unica e diversa dalle altre, ognuno di noi ha il diritto di raccontare la propria storia, perché è sua e sua soltanto:

Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno.

Tra i vari personaggi che incontriamo lungo Luce d’estate, l’ex direttore del Maglificio, soprannominato l’Astronomo, è colui che più di tutti si avvicina a comprendere la portata unica di ogni vita umana. Sognando dapprima una frase in latino, rinuncia ben preso a tutti gli agi della vita per poter studiare quella lingua così lontana dal suo mondo, nel tentativo di trovare una risposta ad un quesito misterioso che da solo racchiude tutto il significato del mondo, della vita dell’uomo e dell’universo intero. Alle sue vicende vengono accostate quelle degli altri personaggi, col risultato ultimo di un romanzo corale giocato su di un noi collettivo coeso ed unito nella ricerca del senso della vita presente che, come spiega Silvia Cosimini nella postfazione del romanzo, parte proprio dalla presa di coscienza del ricordo del passato.

Più che un romanzo, Luce d’estate è una raccolta libera di pensieri, talvolta delicati ed intrisi di poesia, altre volte crudi e veri come solo la vita sa essere. Da questo libro non ci si può aspettare un susseguirsi chiaro ed immediato di situazioni e nemmeno un finale propriamente inteso. Si tratta piuttosto di un’opera che proprio per le sue qualità intrinseche dev’essere gustata lentamente, come un buon bicchiere di vino: va assaporata, meditata e posta a diretto confronto col nostro vissuto personale: solo in questo modo si può arrivare a comprenderne il significato e quindi apprezzarla per ciò che è.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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