Mario Rigoni Stern, “Il sergente nella neve / Ritorno sul Don” (Recensione)

Mario Rigoni Stern è uno di quegli scrittori “nati per caso”, quelli che, prima del loro esordio,  non avrebbero mai immaginato una carriera come autori. Per certi versi fu la corrente neorealista che, imponendosi in ogni aspetto della cultura italiana della metà del Novecento, ricercava figure nuove all’interno del panorama intellettuale, capaci di dare un contributo fondato sulla realtà, mutuato dal proprio vissuto personale. Per questi ed altri motivi vi era una certa fame per le testimonianze circa il conflitto mondiale appena conclusosi. È proprio in questo contesto che nacque il primo, grande romanzo di Rigoni Stern, Il sergente nella neve

La natura per certi versi anticonformista dell’autore asiaghese fu colta dall’amico Elio Vittorini, curatore della collana «I Gettoni» per Einaudi, che nel risvolto della prima edizione del Sergente scrisse «Rigoni Stern non è scrittore di vocazione […] non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute, ma può riferire con immediatezza e con sincerità ciò che gli accadde»: completa adesione alla realtà e alla propria esperienza personale, uno dei canoni fondanti dello scrivere neorealista. Eppure tra le righe di Vittorini si legge quasi una sorta di decreto ultimo, una condanna intellettuale: il Sergente, secondo quest’ultimo, sarebbe stato un unicum e difficilmente Rigoni Stern avrebbe continuato a scrivere. Oggi sappiamo bene che le cose sono andate diversamente: autore prolifico, Rigoni Stern pubblicò in vita decine di libri tra romanzi, raccolte di racconti e memorie di vario genere. Forse, la spada di Damocle che involontariamente Vittorini pose sopra la creatività dell’autore alpino mirava a segnalare l’irripetibilità del Sergente nella neve all’interno di una sua probabile, futura produzione letteraria. Ma cosa rende questo libro così speciale?

Il sergente nella neve è un romanzo autobiografico, nel quale l’autore racconta della sua partecipazione alla ritirata dal fronte russo da parte delle truppe italiane, avvenuta tra il finire del 1942 ed i primi mesi del 1943. Un evento disastroso, che coinvolse centinaia di soldati italiani, malamente equipaggiati di armi, vestiario ed alimenti, ancora oggi ricordato come uno degli episodi più bui della Seconda Guerra Mondiale. La narrazione procede come un fiume in piena, nel quale si leggono vari episodi, incentrati perlopiù sugli aspetti quotidiani della vita al fronte, evitando con cura qualsiasi finto eroismo e lasciando spazio all’umanità, al buono insito nel cuore di ogni essere umano ed al rispetto per ogni vita umana, a prescindere che sia nemica o meno: 

Marangoni, un alpino come tanti, un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: – È la morosa, – diceva. E ora anche lui è morto. Una mattina, smontato all’alba, era salito sull’orlo della trincea a prendere la neve per fare il caffè e vi fu un solo colpo di fucile. Piombò giù nella trincea con un foro in una tempia. Morì poco dopo nella sua tana fra i compagni e non mi sentii il cuore di andarlo a vedere. Tante volte si era usciti all’alba, anch’io parecchie volte, e nessuno sparava. Anche i russi uscivano e noi non sparavamo mai. Perché ci fu quel colpo quella mattina? E perché morì così Marangoni? Forse durante la notte, pensavo, i russi avranno avuto il cambio e questi saranno nuovi. – Bisogna stare attenti e uscire con l’elmetto, – dissi per le tane. Avrei avuto voglia di appostarmi col fucile e aspettare i russi come si aspetta la lepre. Ma non feci nulla.

Sono pochi e semplici i sentimenti ricorrenti nel Sergente, trattati ogni volta dall’autore con delicata lucidità: la ferrea volontà di restare umani, anche quando tutt’attorno sembra esserci solo morte e distruzione e la profonda riconoscenza verso gli altri, a discapito delle difficoltà linguistiche che sembrano costruire muri insormontabili – soprattutto nelle pagine dedicate ai rifugi temporanei degli alpini nelle isbe russe, accolti dal calore dei contadini del luogo. Su tutto domina la forza viscerale e primitiva che muove i soldati italiani: voler tornare a casa, contando ciascun passo, i chilometri, guardando verso l’orizzonte, sperando di riabbracciare al più presto i propri cari ed i luoghi natii. Ciascun individuo spedito al fronte russo fu prima di tutto un ragazzo o un contadino, mai un soldato vero e proprio. Imbracciare un’arma per uccidere altri uomini era per loro qualcosa d’inconcepibile: tutti loro sognavano una vita tranquilla tra le montagne che li avevano accolti sin dalla nascita. Rigoni Stern, attraverso il racconto della propria tremenda esperienza fa rivivere anche le loro, creando uno scenario storico alternativo rispetto a quello ufficiale, vicino all’uomo, meno idealizzato, più vero e crudo della verità stessa.

Dopo quasi vent’anni dalla pubblicazione de Il sergente nella neve, Rigoni Stern chiuse idealmente il cerchio delle memorie dedicate alla ritirata di Russia con Ritorno sul Don. Tra l’uno e l’altro scrisse altri testi, tra cui Il bosco degli urogalli, col quale comincia il suo personale filone narrativo dedicato alla natura e alle montagne. Fu proprio quest’esperienza che gli permise di creare la sua personale cifra stilistica, matura ed autonoma, confluita all’interno di Ritorno sul Don. Seppur continuando a scrivere di cose che gli sono accadute, le novità stilistiche rispetto alla primissima opera sono piuttosto evidenti: innanzitutto la narrazione non è più quella di un “fiume in piena” ma è scandita per intensi e brevi capitoli, nei quali troviamo ricordi del passato o racconti del presente, seguendo il filo conduttore dell’intero libro, il tema del viaggio, che da spaziale si fa mentale, e viceversa. Rispetto alla prima opera, qui emerge con forza la caratteristica linea poetica, semplice e colloquiale, con la quale Rigoni Stern rese uniche le opere pubblicate successivamente. Tutto ciò in Ritorno sul Don arriva ai massimi livelli nel capitolo In un villaggio sepolto nella balca, dedicato alla storia di un soldato alpino che ritrova per pura casualità suo padre in un’isba russa, dopo una vita trascorsa ad immaginarlo ormai morto e disperso. 

La conclusione è affidata al capitolo che dà il titolo all’opera, dove viene raccontato il ritorno dell’autore nei territori russi protagonisti degli episodi narrati nel corso del Sergente. Un viaggio fortemente voluto da Rigoni Stern che, rinunciando a qualsiasi rancore o voglia di rivalse, tornò nelle steppe russe come ultimo atto d’amore verso una terra che fu la sua casa durante la guerra e per rispetto verso tutti i compagni morti e dispersi in quei luoghi:

Ecco, sono tornato ancora una volta; ma ora so che laggiù, quello tra il Donetz e il Don, è diventato il posto più tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza. La finestra della mia stanza inquadra boschi e montagne, ma lontano, oltre le Alpi, le pianure, i grandi fiumi, vedo sempre quei villaggi e quelle pianure dove dormono nella loro pace i nostri compagni che non sono tornati a baita.

Il sergente nella neve Ritorno sul Don costituiscono un unicum di testimonianza umana e civile all’interno della letteratura italiana del Novecento e per le loro qualità comuni e allo stesso tempo individuali, rendono al meglio nel loro compito di tener viva la memoria storica se lette insieme. Il rispetto per l’essere umano ed il rifiuto di qualsiasi violenza contro di esso sono gli insegnamenti che Rigoni Stern ci regala attraverso di esse. Sono lezioni importanti, che bisognerebbe recuperare e fare – ancora una volta  -nostre, in questi tempi bui dove riteniamo tutto scontato e la dignità, nostra come degli altri, sembra sempre più perdere il proprio valore.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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