Kader Abdolah, “Uno scià alla corte d’Europa” (Recensione)

Il viaggio è da sempre un’intima esigenza di ampliamento dei nostri orizzonti mentali. È difficile capire quanto il nostro viaggiare ci porti inevitabilmente di fronte ad uno scontro tra il nostro mondo e quello che stiamo visitando, portatore di valori culturali “altri”. La diversità che si manifesta nel viaggio ci spaventa ed affascina allo stesso tempo: ne siamo terrorizzati ma, con fare quasi morboso, finiamo sempre per cercarla. I temi del viaggio – condizione fisica quanto mentale – e della diversità sono alla base di Uno scià alla corte d’Europa, ultimo libro di Kader Abdolah ad essere pubblicato in Italia, grazie ad Iperborea.

Un re curioso, che desidera vedere tutto della sua epoca e provare tutto.

Seyed Jamal, docente orientalista all’Università di Amsterdam ed alter-ego dell’autore, ritrova le memorie di uno scià che, sul finire dell’Ottocento, lasciò la Persia per avventurarsi attraverso l’Europa, raccontando nel suo diario meraviglie e turbamenti che lo sorpresero alla scoperta di un continente per lui pressoché sconosciuto. Accolto come un principe d’altri tempi, una figura meravigliosa quanto obsoleta, vestita di stoffe pregiate ed innumerevoli gioielli, seguita da una carovana che somigliava ad una Babele in carrozza, lo scià percepisce sempre più forte la minaccia di un’Europa in fermento, emblema di una rivoluzione imminente, culturale quanto politica, che di lì a poco sarebbe scoppiata, come ben sappiamo, lasciando dietro di sé esiti disastrosi di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze. Dalla Russia al Regno Unito, passando per la Germania di Bismarck, lo scià si sente sempre sempre più inadeguato e vecchio nei confronti di questo nuovo mondo che, ne è consapevole, rivendicherà ben presto la propria forza sul suo regno millenario. Cosciente di essere l’ultimo simbolo di una cultura e di uno stato ormai in decadenza, accetta una loro fine ormai imminente cercando di lasciare un segno che lo faccia ricordare negli anni a venire: immortalare sulla carta le proprie memorie, in particolare quelle del viaggio in Europa.

Aveva finalmente accettato di essere un re insignificante, ma anche un re che scriveva. È un sollievo riuscire ad accettare di non essere quello che avresti voluto, e valorizzare invece quello che sei.

Il viaggio dello scià è scandito attraverso la cornice narrativa delle hekayat, brevi racconti mutuati dall’autore dall’antica tradizione letteraria persiana. Attraverso di essi seguiamo il re persiano tra cerimonie ufficiali, incontri tra i più bizzarri e momenti d’intima riflessione. Un posto particolare nei pensieri dello scià è riservato a Banu, la moglie prediletta che lungo il viaggio in Europa non fa che causargli problemi ed imbarazzo. La sua storia ci mostra come si possano trarre benefici ed insegnamenti importanti dallo scontro con la diversità. Nel suo caso, il confronto diretto con la fremente emancipazione femminile che investiva l’Europa di fine Ottocento le permise di prendere coscienza di sé stessa e del suo essere donna.

A completare la riflessione storica portata avanti dal racconto del viaggio dello scià vi è una sezione narrativa parallela, ambientata nei nostri giorni, che racconta la storia del professor Jamal, in molti punti simile con quella dell’autore reale, Kader Abdolah. Emergono così i problemi dell’Europa contemporanea: un continente che, dopo ben più di un secolo dalla visita dello scià e due guerre mondiali, è ancora profondamente spaventato di fronte alla diversità, declinata in ogni sua forma. Le azioni contro l’immigrazione – che spesso sfociano in conclamata disumanità – l’allarmismo generale ed esasperato del terrorismo ed il sorgere di nuovi e pericolosi nazionalismi in questi ultimi tempi ci vengono proposti nel libro all’interno di una riflessione storica di ampio respiro, che lega la cronaca attuale al viaggio dello scià, con l’obiettivo di indagare a fondo i concetti di accoglienza, diversità e confine – inteso in senso fisico quanto mentale – attraverso il racconto di due epoche, distanti cronologicamente ma vicine nei cambiamenti sostanziali che le attraversano.

È il miracolo dell’immigrazione, la fuga ha una sua logica: ti fa superare ogni barriera, anche quella delle liste d’attesa, della cardiologia e soprattutto di te stesso.

Con Uno scià alla corte d’Europa l’autore, oltre che offrirci un mirabile esempio dei corsi e ricorsi della storia di vichiana memoria, ci invita a ri-scoprire l’altro, il diverso, aprendo con esso un confronto votato all’integrazione reciproca: solo così potremo ritrovare e comprendere, come ha fatto lo scià nel corso del suo viaggio, noi stessi e, soprattutto, la nostra umanità.

Ringrazio Iperborea per avermi permesso di collaborare nella recensione di questo libro.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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