Shirley Jackson, “L’incubo di Hill House” (Recensione)

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà.

Da un po’ di tempo a questa parte ho intrapreso un percorso di letture volto a (ri)scoprire quei testi che oggi sono considerati i capisaldi del genere horror. In tal senso l’incontro con Shirley Jackson, vero mostro sacro del terrore romanzesco, è stato inevitabile. Un primo, piacevole approccio con l’opera dell’autrice americana l’ho avuto con la lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello che gioca ancora oggi su di me un profondo influsso. Letto in un paio di giorni, mi ha confuso, illuminato, terrorizzato e gettato addosso tanta ansia e paura da autoproclamarsi uno dei libri più belli che io abbia letto nell’ultimo anno. Credo che non tutti i libri che si leggono debbano per forza contenere un messaggio positivo: quelli che confondono e mettono in dubbio le nostre certezze possono essere i più incisivi e quelli di cui si mantiene un ricordo vivido nel tempo. Il compito del lettore in questa sorta di meta-duello col testo è cercare di recepirne i contenuti, sì, ma soprattutto di trarne uno spunto di riflessione tale da poter arricchire se stesso. Il percorso da intraprendere non è certo agevole: in molte opere la verità si cela dietro simboli più o meno aderenti alla realtà, tanto che sembrerebbe più facile rimanere nella superficie narrativa, apprezzando ciò che si presenta in modo diretto e oggettivo ai nostri occhi, tra le lettere che compongono le parole. I testi di Shirley Jackson al pari di altri non possono esser letti con troppa lucidità di pensiero, l’approccio raziocinante va necessariamente abbandonato per poterli apprezzare. La visione trascendentale della Jackson, tuttavia perfettamente conscia della realtà, sembra confondere il lettore, minando le sue certezze attraverso il lucido richiamo delle paure archetipiche dell’essere umano. Egli, una volta letta la prima pagina di un libro dell’autrice, non può tirarsi indietro, deve procedere, suo malgrado, nella lettura. È stato questo il primo, potente impatto che ho avuto con l’opera di Shirley Jackson.

L’incubo di Hill House, al pari di altri testi, dimostra quanto il genere che noi oggi definiamo horror sia stato concepito in origine in maniera completamente diversa rispetto a quei prodotti culturali contemporanei – libri, ma anche film e serie tv – che puntano a spaventare lo spettatore attraverso meccanismi splatter di facile presa emozionale, ma di scarsa qualità sul versante strutturale dell’opera stessa. Il romanzo della Jackson non adopera certe facilitazioni narrative, non terrorizza attraverso scene raccapriccianti e sanguinolente, ma si costruisce da sé attraverso un’indagine profonda della psiche umana, estrapolandone tutte quelle paure primigenie che ancora oggi terrorizzano l’uomo: la paura del buio, della casa abbandonata, i rumori inconsueti e così via. Il topos della casa isolata e sinistra, apparentemente infestata da fantasmi, è il presupposto fondante de L’incubo di Hill House, in cui una misteriosa villa, evitata da qualsiasi abitante del circondario, è l’oggetto di un’indagine antropologica del Professor Montague, che vi si reca dopo aver raccolto attorno a sé una équipe di persone che in precedenza sono entrate in contatto con fenomeni paranormali: Eleanor Vance, giovane donna che durante dell’infanzia fu interessata da un fenomeno di poltergeist e Theodora, un’artista che ha sviluppato poteri extrasensoriali e divinatori. A completare il gruppo di ricerca c’è Luke, prossimo erede di Hill House, che vi prende parte per tutelare gli interessi della propria famiglia. Tra questi personaggi spicca la figura di Eleanor, vera e propria protagonista del romanzo della Jackson, con la quale il lettore arriva presso la villa, dopo un viaggio in macchina più mentale che reale. Da qui si comincia a comprendere l’estrema fragilità che caratterizza le certezze della vita di Eleanor proprio a partire dal suo stesso approccio con la casa e con gli altri personaggi: la collaborazione col professore diviene per lei la prima grande occasione di emancipazione dalla propria famiglia, la svolta decisiva che le permette di scrollarsi di dosso quella veste di “inutilità umana” che, per prima, percepisce addosso a sé. Finalmente si sente importante, decisiva, desiderata. La felicità che prova è incontenibile, vorrebbe gridare di gioia, ma le catene della rispettabilità sociale la trattengono. Sceglie così, più o meno inconsapevolmente, di adottare una veste artificiosa nei confronti degli altri personaggi, ma questo atteggiamento non fa che enfatizzare le sue paure e le sue angosce. Scatta quindi una certa sottile devianza dai rapporti umani comunemente definiti ‘sani’ che la spinge a creare un’intesa sin troppo intima e dipendente con Theodora, controbilanciata da un’istintiva gelosia che, a fasi alterne, le fa odiare tutto e tutti. Così, le paure e le celate fobie fuoriescono con prepotenza, andando a ingigantire ogni piccolo scricchiolio e quegli strani rumori che caratterizzano la già bizzarra struttura architettonica di Hill House. Nell’opera della Jackson quindi i fenomeni paranormali che dovrebbero caratterizzare il luogo maledetto non sono elementi esterni che colpiscono i personaggi della storia, ma sono costruzioni mentali di questi ultimi, sviluppati in un disturbante crescendo fino alla deflagrazione finale. Tuttavia, a dispetto delle allucinazioni, dei colpi sospetti sulle porte delle stanze, delle improvvise folate di aria gelida, Eleanor, diversamente dagli altri, finisce per sentirsi sempre più legata alla casa. Isolandosi progressivamente dal resto del gruppo, comincia a instaurare una relazione morbosa ma idealmente felice con essa: per lei, Hill House rappresenta il simbolo del riscatto e della libertà, non certo del luogo infestato da fantasmi di cui avere paura. Procedendo su questo concetto, la solitudine di Eleanor finisce per immedesimarsi in quella della villa stessa, raggiungendo l’estremo sodalizio nelle ultime pagine del libro, sconvolgente ma, tuttavia, perfettamente in linea con quanto annunciato in precedenza e nell’incipit stesso dell’opera: l’immutabile solitudine che contraddistingue le stanze di Hill House è quindi lo specchio perfetto di quella tipicamente umana.

Lo stile di Shirley Jackson, delicato ed elegante, rinuncia a tutti quegli elementi pittorescamente horror che contraddistinguono la nostra percezione di questo genere letterario, attestandosi così quale puro esempio del romanzo dell’orrore per eccellenza. Delicato e tuttavia strisciante, L’incubo di Hill House non ha nulla a che spartire col peggior splatter e, proprio per questo, raggiunge vette d’inafferrabile magnetismo e d’indicibile terrore, generati non dall’occulto e dal fantastico ma dalla mente umana stessa che, ancora oggi, costituisce il luogo paranormale per eccellenza, ove tutto è possibile.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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