Pier Paolo Pasolini, “Lettere luterane” (Recensione)

«Ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello» 

 

Mi è capitato tra le mani, impensatamente, un volumetto che raccoglie alcuni interventi o articoli di Pier Paolo Pasolini, pubblicati nel corso del 1975 sul quotidiano “Il Corriere della Sera” e sul settimanale “Il Mondo”. Si tratta di un anno importante non solo perché sarà l’anno in cui Pasolini troverà la morte all’Idroscalo di Ostia (con tutte le controversie che ne conseguirono), ma anche perché è un anno che fa da crinale tra due epoche. Pasolini infatti non vede uno stacco così netto tra il Ventennio e la fine della guerra, bensì parla di cinquant’anni di «clerico-fascismo», individuando una soluzione di continuità tra la retorica fascista e quella democristiana. 

L’opera in questione è intitolata “Lettere luterane”, pubblicata nel 2009 per Garzanti, ma si articola in tre parti: a un primo intervento dal titolo “I giovani infelici”, in cui si parla del rapporto tra padri e figli, seguono un pamphlet sull’educazione dedicato a un immaginario “Gennariello”, e le vere e proprie “Lettere luterane” in cui si tratta principalmente di politica. Volendo semplificare, il fil rouge che lega gli articoli qui raccolti, è quello della “mutazione antropologica” del paese, ossia del profondo cambiamento sociale che l’Italia e i cinquanta milioni di italiani stavano vivendo in quel preciso momento storico. E di questa mutazione Pasolini ne parla con straordinaria lucidità, riconoscendo l’estinzione della classe proletaria che prosegue di pari passo con l’urbanizzazione. La periferia di prima, dice Pasolini, educava alla certezza: nelle famiglie umili del mondo rurale e operaio c’erano dei valori fondamentali in cui credere con fede sicura; nelle periferie contemporanee invece si trova solo incertezza, perché quel mondo di valori è andato disgregandosi nell’avanzata del consumismo.  

Potrebbero forse le istituzioni porre un freno a questo imborghesimento? Tutt’affatto: i modelli negativi che Pasolini identifica sono proprio la scuola e la televisione. Arrivando a dire persino che sarebbe opportuno abolire la scuola media dell’obbligo, classifica i professori come dei padri diseducativi che non fanno altro che insegnare ai giovani ad essere dei perfetti piccolo-borghesi. Ma tra insegnanti e alunni corre una distanza incolmabile che impedisce la comunicazione: tutto ciò che imparano realmente, i ragazzi a scuola, lo fanno dalle cose, dagli atti e soprattutto dai compagni. E il problema maggiore è che i pari dei ragazzi che vanno a scuola sono spesso dei “vivi che dovrebbero essere morti”, ragazzi che se nati in altri periodi storici non sarebbero sopravvissuti, ma che la scienza medica e il progresso hanno mantenuto in vita. E questi figli non desiderati e trascurati, cosa dovrebbero insegnare ai loro coetanei? In primo luogo la rinuncia, ovvero la mancanza di vitalità, l’assenza di ispirazione, d’impegno; in secondo luogo l’infelicità, assecondando l’edonismo del consumatore, che prova un piacere temporaneo nell’acquisto di beni superflui ma che non attribuiscono felicità a lungo termine; e infine la bruttezza, negli atti deturpanti del proprio corpo e nella vergogna provata dai giovani nel mostrare ancora i segni dell’infanzia (“il roseo o bruno splendore delle loro gote”). Ma Pasolini pone una speranza nel suo interlocutore, o meglio del suo educando: i “destinati a esser morti” non hanno certo virtù splendenti, «ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello».

Ma se la scuola dell’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese, dove «si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche», cosa dire della televisione? Per Pasolini la condanna attribuita alla scuola, sarebbe da moltiplicare all’infinito, se rapportata alla televisione. Tuttavia egli sperava, nell’unica previsione che mi sembra inesatta, che se ci fosse stato un pluralismo di reti televisive, avremmo avuto una stupenda concorrenza, e il livello dei programmi sarebbe «salito di colpo». Peccato che le cose non siano andate così. 

Scuola e televisione hanno dunque contribuito a formare, della nuova generazione, dei «borghesucci di seconda serie», acuendo la perdita degli antichi valori – che, nonostante tutto, i cinquant’anni di clerico-fascismo avevano saputo portare avanti – e corroborando una «borghesizzazione totale e totalizzante». Sarebbe lecito chiedersi dove stia il male nel permettere a fasce più larghe della società di fruire di quei beni di cui prima fruiva solo la parte più privilegiata. Il male sta nella sostanza stessa dell’essere piccolo borghese, schiavo del conformismo, che ambisce a possedere beni superflui ai quali potrebbe benissimo rinunciare, ma di cui sente di non poter fare a meno. Il modello guida non è infatti il ragazzo di periferia, ma il figlio di papà, che rinuncia agli antichi valori andati perduti, senza assumerne di nuovi, e riempiendo questo vuoto con la droga, che altro non è che un surrogato del desiderio di morte. Ed è proprio a questo che ambisce la classe sociale più debole, ad assomigliare sempre più a quelle classi sociali abbienti, scimmiottandone i comportamenti e ripudiando la loro provenienza, appiattendo tutte le differenze ed eliminando le culture particolari dell’Italia. Così la classe proletaria o marginale di Accattone (1961) cessa di esistere, ritrovandosi inurbata e spersonalizzata dentro quei palazzoni anni ’70 che siamo ancora costretti a vedere nelle periferie delle nostre città. 

Ma in quali valori politici potrà credere, una società come questa? Perduta la continuità democristiana, avverrà la formazione di «un piccolo partito cattolico socialista (di carattere non più contadino, ma urbano), e di un grande partito teologico: un Tecnofascismo, (…) in grado di trovare, nelle enormi masse “imponderabili” di giovani che vivono in un mondo senza valori, una potente truppa psicologicamente neonazista». Queste le parole di Pasolini più di quarant’anni fa. Qualsiasi ulteriore commento è superfluo. 

Articolo pubblicato da Carlo Dal Rì

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