L’omosessualità l’hanno inventata i cristiani

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Secondo natura – La bisessualità nel mondo antico (di Eva Cantarella) 

Un libro che, se letto con la dovuta attenzione e con la giusta presa di coscienza, sarebbe in grado di rivoluzionare il pensiero comune rispetto alla sessualità oggi, è a mio parere quello che Eva Cantarella ha scritto nel 1988. Stampato in edizione economica presso Feltrinelli, “Secondo Natura – La bisessualità nel mondo antico” ripercorre, con estrema perizia, la visione che i greci e i romani avevano dei rapporti tra persone dello stesso sesso, analizzando in maniera incrociata i testi filosofici, i testi poetici o letterari e il diritto. Quello che ne esce è un quadro esaustivo e sorprendente di un mondo che pretendiamo di conoscere ma dal quale in realtà siamo molto distanti. 

Quando si pensa a ciò che oggi è moralmente lecito, oppure si tenta di porre un discrimine tra ciò che è giusto o sbagliato, si pensa quasi sempre di trovare una conferma o una negazione negli usi e i costumi del mondo antico, come se il mos maiorum potesse legittimare o invalidare un’usanza moderna. L’aspetto della (bi)sessualità degli antichi è stato però sempre volutamente ignorato o mai sufficientemente approfondito, relegato come un vizio assurdo o una sciocca perversione dei greci e dei romani.

Di certo tutti sanno che gli antichi pagani avevano una moralità sessuale più licenziosa di quella che poi il cristianesimo ha imposto, ma spesso su quel mondo vengono proiettati dei preconcetti propri delle convinzioni ideologiche di coloro che li formulano. Non è il caso di Eva Cantarella, che analizza la questione da una prospettiva super partes, e sembra anzi una voce narrante che indaga la tematica della sessualità senza rendersi ancella di alcuna ideologia. Con ciò si intende che l’autrice non condanna (naturalmente) la sessualità del mondo antico tacciandola di licenziosità, né tantomeno ne fa il baluardo di una sessualità più libera e priva di remore morali. L’operazione che Eva Cantarella ha compiuto, in questo libro, è stata quella di sfrondare l’idea del mondo antico di tutte quelle opinioni arbitrarie che nel tempo vi sono state apposte. 

Il saggio è diviso in due parti: una prima è dedicata all’antica Grecia, una seconda all’antica Roma. A queste due segue un capitolo di riflessioni sulle trasformazioni che nel tempo ha subito la percezione della sfera sessuale che avevano gli antichi. Ne ripercorro qui le tappe fondamentali e quelle a parer mio più interessanti, pur rimandando e invitando a una lettura completa del saggio per averne un’idea completa ed esaustiva.

Amanda-Brewster-Sewell,-Saffo,-1891

Bisogna ricordare innanzitutto che i rapporti tra due persone dello stesso sesso (che fossero questi due uomini, o due donne indifferentemente) erano intesi, nella Grecia più antica, come un rito iniziatico. Tutti attraversavano, nel corso della propria crescita, una fase omosessuale, ovvero tutti provavano, per un periodo della propria vita, attrazione per persone del proprio sesso. Ciò era inteso come fatto assolutamente naturale e necessario per approdare a un tipo di rapporto sano e appagante con il sesso opposto. A una prima fase omosessuale, seguiva infatti – per lo meno per gli uomini – un’assunzione di un ruolo attivo, che contrassegnava l’inizio dell’età adulta. Per le donne, significava invece entrare nell’età da prender marito. In quale momento, però dovesse compiersi questo passaggio, è affare alquanto complicato e individuale.

Lo si vede molto bene in un episodio dell’Iliade, in cui Achille si dispera per la morte di Patroclo (e Omero lascia intendere, dagli atteggiamenti di Achille, che il tipo di rapporto tra i due non era di semplice amicizia così come la intendiamo oggi) e sua madre Teti sostiene – senza condannare il rapporto tra il figlio e l’amico – che sia giunto il momento che Achille dimentichi Patroclo e prenda moglie. Una cosa non esclude l’altra, per Teti, ovvero lei ritiene che Achille abbia potuto amare Patroclo e possa tuttavia amare una donna allo stesso modo. 

Un altro estratto chiarificatore proviene dal Simposio. Platone fa dire a Pausania che esistono due tipi di amore: Afrodite Pandemos, che è l’amore “volgare”, il quale fa ricercare disperatamente amanti (donne e uomini); e Afrodite Urania, che è quella ispiratrice di un vero amore, chiaramente espresso anche come “amore per i ragazzi”. Quello che emerge dalla lettura del Simposio, è appunto che quando l’amore è ispirato non da un appetito sessuale, ma da un nobile sentimento, è totalmente indifferente a quale genere appartenga la persona amata. L’amore per i paides, infatti è sicuramente erotico, ma è soprattutto spirituale, intellettuale, pedagogico. Un erastēs infatti amerà il proprio erōmenos (più giovane del primo), senza precludere per questo un’eventuale ulteriore amore eterosessuale. 

L’opposizione tra i comportamenti sessuali non è infatti quello tra eterosessualità ed omosessualità, poiché questi due concetti non emergono mai nella letteratura greca antica, ma semmai si può incontrare una semplice opposizione di ruoli (attività/passività). Significa che l’uomo attivo lo sarà indistintamente con gli uomini e con le donne, e nemmeno l’opposizione del ruolo preclude una scelta di vita. L’erōmenos infatti, superata una certa fase, o giunto il proprio momento, diventerà a sua volta erastēs, assumendo quindi un ruolo attivo, in un passaggio che segna l’ingresso nell’età adulta.

Analizzando il diritto ateniese, Eva Cantarella non individua alcuna condanna dell’omosessualità, se non limitatamente ai rapporti che vengono imposti con la violenza (per la quale è prevista peraltro una modesta pena pecuniaria). Ciò che emerge, dunque, è che i greci avevano la piena libertà di stringere rapporti con paides consenzienti purché questi avessero un’età adeguata (cioè non fossero troppo giovani o troppo vecchi), finché non giungessero loro stessi all’età da matrimonio. 

Solo nel quarto secolo appare, per la prima volta, una condanna ironica di questo comportamento, individuato come “pericoloso per la sopravvivenza della città”, ma lo si individua nelle Nuvole di Aristofane, e si sta facendo parodia dei costumi degli ateniesi. 

Se si legge il Timeo, poi, Platone parla di tre specie umane originarie, formate da due metà unite tra loro e poi separate da Zeus: due uomini, due donne, un uomo e una donna. Si cita sempre l’esempio delle due metà della mela che vanno ricercandosi, e questo viene riportato come una metafora dell’amore. In realtà Platone dice che la coppia formata da uomo e donna produce solamente uomini adulteri e donne che “vanno folli per gli uomini”, mentre solo la coppia formata da due persone di sesso maschile produce i “migliori fra gli uomini”, perché “virili per natura”. Nel libro delle leggi, aggiunge inoltre che ci sono rapporti kata physin (“secondo natura”) e rapporti para physin (“contro natura”), ma in quest’ultima categoria ricadono, insieme ai rapporti omosessuali, anche tutti i rapporti eterosessuali che non hanno fini riproduttivi. Gli altri rapporti, pur non essendo dettati dall’istinto di natura, sono tuttavia leciti. Cioè: un rapporto sessuale con un uomo è moralmente equivalente a un rapporto sessuale con una donna (se questo non è volto a procreare).

In Aristotele si legge che, all’interno del rapporto tra due uomini, quello che prova piacere nel sottomettere è considerato come normale, quello che prova piacere nell’essere sottomesso è vittima di un’anomalia paragonabile al vizio di mangiarsi le unghie. Cosa che fa rendere conto che nessuna delle due azioni sia da considerarsi immorale.

Plutarco ci delizia infine dicendo che l’amore verso una donna o verso un uomo è una scelta individuale dovuta dal sentimento verso una persona, indipendentemente dal suo genere. Non bisogna infatti dimenticare che le più belle poesie d’amore in lingua greca le ha scritte una donna per un’altra donna. Sembrerebbe infatti di rilevare che per i greci il vero amore, la passione, quella che dà angoscia e tormento, era l’amore omosessuale.

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Veniamo a Roma, dove i rapporti tra due uomini erano identificati come “il vizio greco”. I romani condannavano infatti l’amore per i ragazzi liberi, consentendo solo i rapporti indirizzati verso coloro che non erano di “nascita libera”, ovvero gli schiavi. Ma la situazione era in realtà più complessa di così. 

Giuridicamente, gli amori omosessuali leciti a Roma erano solamente di due tipi: si poteva sottomettere uno schiavo oppure pagare un prostituto. Tutti gli altri rapporti erano considerati stuprum (termine sotto cui ricadono tutti i rapporti considerati illeciti, ovvero tutti quelli etero- e omosessuali al di fuori del matrimonio).

Abbiamo tuttavia notizia di un’ambigua “lex Scatinia”, databile al 225 a.C., che puniva la violenza e i rapporti tra adulti consenzienti. Ma non è insignificante notare che gli unici puniti erano i molles, ovvero coloro che nel rapporto avevano avuto un ruolo passivo, mentre chi aveva avuto un ruolo attivo non subiva alcun discredito (purché il concupito fosse consenziente, s’intende) anzi, egli non aveva fatto che affermare la propria virilità. 

Nel corso del II secolo, tuttavia, alla mascolinità si sostituì un dilagante desiderio di sedurre anche i ragazzi liberi, in piena ottemperanza dell’ellenizzazione. E l’amore romantico per i pueri (anche questi, s’intende in età adolescenziale) era pienamente accettato dalla comunità.

La cosa più interessante è notare che i poeti che parlano d’amore, a Roma, lo fanno indistintamente per le donne o per i ragazzi. Il caso più eclatante è quello di Catullo, che accanto al celeberrimo amore per Lesbia, canta anche l’amore omosessuale per Giuvenzio:

I tuoi occhi di miele, o mio Giuvenzio
se potessi baciarli come voglio
trecentomila volte bacerei.
E non mi sembrerebbe mai d’essere sazio,
neppure se la messe dei miei baci
ancor più densa fosse delle stoppie.
(Cat., 48)

Ricorda forse il famoso da mi basia mille, deinde centum? Senza dubbio. Perché Catullo vive le sue storie eterosessuali ed omosessuali in modo assolutamente identico. «L’amore per Lesbia, certamente, è l’amore della sua vita: ma quello per Giuvenzio si colloca per così dire sullo stesso registro emotivo, anche se a un livello più basso. E’ un altro amore, insomma: e se, nella specie, è meno grande di quello per Lesbia, non è, certamente, perché Giuvenzio è un uomo. Emotivamente e sessualmente Catullo è bisessuale». Lo stesso discorso valga per Tibullo e Properzio. Virgilio poi nell’Eneide fa un discorso molto chiaro: se uno vuole un affetto sicuro si prenda una moglie, se vuole una relazione d’amore appassionante, si trovi un ragazzo.
Giovenale dice che a Roma ci sono due tipi di uomini: gli sfrontati e gli ipocriti; i primi sono coloro che parlano apertamente dei loro rapporti con gli altri uomini, gli altri sono quelli che li hanno ma non lo dicono.
Marziale, poi, nel I secolo d.C., quando le donne a Roma sono ormai emancipate, parla in maniera scherzosa dei suoi rapporti con gli uomini e con le donne: è bisessuale anche lui, e non è un problema che va nascosto né va esaltato. Ancora ritroviamo dunque l’opposizione attivo/passivo in luogo dell’opposizione eterosessualità/omosessualità: queste ultime sono etichette che a Roma devono ancora arrivare.

Bisognerà attendere il 342 d.C. per vedere una legge in cui si punisce a chiare lettere il rapporto omosessuale in toto, anche se si colpevolizza ancora solo chi assume il ruolo passivo. Nel 390 Valentiniano sancisce che i “molles” vengano puniti con la morte tra le fiamme e solo nel 538, con Giustiniano, l’omosessualità è intesa come un crimine religioso indipendentemente dal ruolo assunto.

E’ chiaro che in questi secoli qualcosa è cambiato: la religione orientale che è andata sostituendosi al paganesimo ha portato con sé il sostrato ebraico, che afferma chiaramente che l’omosessualità è abominio. Porta un nuovo concetto in Occidente, che è l’idea di classificare le persone in base al loro orientamento sessuale. Per gli ebrei ogni spreco del seme è criminale: se si pensa che il compito assegnato al popolo ebraico era quello di procreare e riempire la terra, è facile capirne il motivo. Il cristianesimo fa suo questo concetto, e porta a Roma l’idea che il rapporto “contro natura” (quel para physin di cui parlava Platone) offenda il Signore.

Prima d’allora a nessuno, tra i nobili romani, sarebbe venuto in mente di partecipare a un gay pride (“gaia superbia”?), di fare coming out (“eveniendum”?), di “dichiararsi omosessuale”, semplicemente perché non esistevano né il termine, né l’idea che ci sia una distinzione ontologica dettata dal genere per il quale si prova attrazione sessuale. Di Cesare si diceva che fosse stato marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti, e che si fosse sottomesso anche a re Nicomede. Eppure nessuno si sarebbe mai sognato di classificarlo come un “molle” o di pensare che per questo motivo fosse meno virile. Cesare era gay? La risposta è no. Era etero? Nemmeno. Oggi diremmo che è un uomo poco virile, perché il cristianesimo ha portato con sé un’idea completamente diversa di virilità, che è quella che esclude e nega il rapporto affettivo con persone del proprio stesso sesso, tacciandolo come cosa contro natura, e classificando le persone che continuavano a praticarlo come ontologicamente diverse. Ma gli antichi avevano ben chiaro che questa classificazione, e questa preclusione totale, e il rifiuto assoluto di rapporti anche affettivi con le persone del proprio sesso, era l’unica cosa davvero para physin.

Articolo pubblicato da Carlo Dal Rì

Akhilleus_Patroklos_Antikensammlung_Berlin_F2278

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emma Cauvin ha detto:

    Recensione interessantissima e ben scritta! Ho da tempo questo saggio in wishlist, mi sa che devo recuperarlo al più presto 🙂

    Piace a 1 persona

  2. Henry DeTamble ha detto:

    Davvero molto interessante, grazie 🙂

    Piace a 1 persona

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