Giulia Ciarapica, “Una volta è abbastanza” (Recensione)

L’Italia della provincia, quella del Centro, quella delle Marche e dei borghi inesistenti, su cui grava il peso dell’oblio; piccole condanne quotidiane, a cui gli abitanti si aggrappano per urlare silenziosamente il loro dolore e, al contempo, riemergere.

Una volta è abbastanza è l’esordio letterario della giovane scrittrice e bookblogger marchigiana Giulia Ciarapica che, con questo primo romanzo, propone ai lettori italiani una nuova saga familiare ambientata nella profonda provincia dell’Italia centrale durante gli anni del secondo Dopoguerra. Nella stesura del romanzo, Giulia attinge a piene mani alla storia della propria famiglia e della cittadina nella quale è nata: Casette d’Ete, un piccolo borgo rurale che nelle pagine di Una volta è abbastanza diviene il prototipo ideale per raccontare la difficile e spesso immobile realtà dell’Italia ai margini. Un contesto, quello provinciale, che nasconde storie di vite preziose che denunciano la volontà di riscatto e di cambiamento che, in una nascente clima imprenditoriale, andrà a costruire quello che sarà uno dei vanti per l’intera regione delle Marche: l’industria calzaturiera, che in questo romanzo vediamo nascere, crescere e diventare fondamentale, di pari passo con lo sviluppo dei personaggi della storia.

Il contesto casettaro viene restituito in maniera viva e realistica nelle pagine scritte da Giulia attraverso una complessa caratterizzazione psicologica dei personaggi, tra i quali emergono le indole forti e spesso indomite delle donne. Partendo da Annetta e Giuliana, le sorelle protagoniste, così diverse eppure così simili per certi aspetti, che faticano ad accettarsi ma che non possono rinnegare i sentimenti che provano reciprocamente l’una per l’altra e viceversa. Tra le due, in un primo momento, sembra emergere Annetta in tutta la sua prorompente icasticità, un personaggio-simbolo di tutte quelle donne che non intendono scendere a patti con le asfissianti costruzioni sociali che vedono nella figura femminile una serva al servizio dell’uomo. Si tratta di una vera e propria lotta contro la società stessa, combattuta anche a costo di sopportare le voci paesane e l’ombra della solitudine.

Annetta è quel tipo di donna che la vita offre a un uomo quando vuole metterne alla prova la resistenza; è lo spigolo invisibile contro cui si va a sbattere, il tratto di strada più prossimo al burrone.

Sua sorella, Giuliana, la troviamo inizialmente spaventata e insicura di fronte alla libertà della sorella. Comincerà a tracciare il proprio percorso soltanto quando quest’ultima si allontanerà per un certo periodo dal paese, permettendole di decidere in autonomia cosa è meglio per sé. Al ritorno di Annetta si sviluppa inevitabilmente una guerra silenziosa tra le due, che si risolverà solo quando entrambe capiranno che, a dispetto di tutto, il legame familiare va mantenuto e reso vivo per resistere insieme in una realtà difficile come quella della provincia. Altro personaggio femminile degno di nota è Rita che, attraverso il suo travagliato e mai sopito amore per Mario, dimostra quanto la forza di un sentimento possa veicolare nel bene e nel male una vita intera. Trova spazio nelle pagine di Una volta è abbastanza anche la commovente storia di Giovanna e di sua figlia Enrichetta, così dipendenti l’una dalla vita dell’altra. Giulia riesce a restituire con sapienza tutta la forza di quell’amore materno che non si arrende di fronte all’evidenza dei fatti, diventando folle. Non vanno tuttavia tralasciati gli attori maschili presenti nel romanzo: tra tutti emerge quello di Valentino, prima fidanzato di Annetta e poi marito di sua sorella, grazie alla quale darà vita a una numerosa famiglia e a una delle prime fabbriche calzaturiere della zona, la Valens. Il suo personaggio incarna perfettamente lo spirito imprenditoriale della provincia marchigiana, sostenuto e supportato da Giuliana che in diversi passaggi della storia si rivelerà decisiva per alcune scelte da prendere. Contro la natura curiosa e reattiva agli stimoli esterni di personaggi come Valentino se ne contrappongono altri che incarnano l’indole refrattaria, tipica di un certo conservatorismo provinciale: uno fra tutti Gigio, suo fratello, che nutre un crescente livore e un’invidia viscerale e malcelata nei suoi confronti. Risulta anche molto interessante un personaggio secondario che avrà però un ruolo decisivo negli eventi di una delle protagoniste della storia: Don Raffaele, perfetto specchio di quella realtà ecclesiale corrotta che pur di compiacere i ricchi – a fronte di un lauto compenso, s’intende – non si pone problemi nel distruggere vite e amori altrui.

Accanto al dolore e alle difficoltà, nelle pagine del romanzo trovano spazio anche piccole gioie e soddisfazioni legate alla semplicità dei sentimenti e degli affetti e, soprattutto, a quella necessità di riscatto contro un mondo ostile al cambiamento in ogni sua forma. 

Forse non sarà quella la felicità, e di sicuro non è la vita perfetta. Ma in quella casa si respira una serenità sincera, fatta di litigate ardenti come fuoco vivo, di parole mai pronunciate per caso, di sospiri e di grandi sorrisi. C’è tutto quello che compone una famiglia normale, e che diventa, proprio per quello, eccezionale.

Vorrei spendere ora due parole a favore dello stile dell’autrice, attraverso il quale racconta con realismo lucido e vigile una realtà complessa come quella provinciale. Senza favorire una costruzione narrativa che ceda troppo spazio né allo stile documentario né a quello idealizzante ed edificante, Giulia narra la storia della sua Casetta d’Ete e dei suoi abitanti usando uno stile con i piedi per terra, senza rinunciare in alcuni passaggi a una certa poeticità ispirata proprio dalla visione diretta della realtà. Quella operata dall’autrice è una mediazione letteraria non troppo costruita e per questo fedele alla realtà: una scelta preziosa, che si avvale del linguaggio dialettale per vivificare i dialoghi tra i personaggi. Una felice soluzione narrativa che personalmente ho molto apprezzato anche grazie alle mie origini umbre, attraverso le quali ho sentito a me più vicina ogni singola parola pronunciata dagli attori della storia.

Attraverso questo stile piacevole e scorrevole, il lettore segue il dispiegarsi degli eventi, in una tensione continua verso una voglia di vivere sempre più forte e resistente agli urti e alle prove che quotidianamente sembrano mettere in crisi le vicissitudini dei protagonisti. Tale tensione si fa mano a mano sempre più forte verso la conclusione del romanzo, dove cominciano a muovere i primi passi nuovi personaggi – soprattutto i figli dei protagonisti – in un crescendo emotivo sempre più complesso che sembra implodere nelle ultimissime frasi di Una volta è abbastanza, attraverso le quali si avverte quell’impellente necessità di un “futuro ancora tutto da scrivere” che spero personalmente di poter leggere al più presto nel prossimo volume della trilogia. Un ottimo esordio letterario, quello di Giulia, da gustare con calma per comprendere le innumerevoli sfumature che Casette d’Ete è pronta a offrire.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Henry DeTamble ha detto:

    Mi interessa molto, grazie mille

    Piace a 1 persona

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