ArtShaker #1: Marcel Duchamp, Feuille de vigne femelle, 1950

“Sono giunto alla conclusione che non tutti gli artisti sono degli scacchisti ma tutti gli scacchisti sono degli artisti”

Pungente ironia e infinita genialità sono le caratteristiche principali che muovono le ricerche e i lavori di Duchamp, ammesso che la complessità della sua figura possa essere racchiusa in questi due elementi, soprattutto in quel secondo termine che non si riferisce all’etica e all’estetica romantica dell’artista come uno e genio ma all’intellettuale dotato, di partenza, di una sconfinata intelligenza. E la materializzazione di questa ‘materia grigia’ (come l’avrebbe chiamata lo stesso Marcel) sfruttava il mezzo dell’ironia che nasce dalla contemplazione del gioco e del ludo, apparentemente semplice ma mai banale.

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Marcel Duchamp, Foglia di vite femmina, 1950
Gesso zincato, 9 x 4 x 12,5 cm.
Parigi, Musée national d’Art moderne-Centre Georges Pompidou

Foglia di vite femmina è un’opera realizzata nel 1950, diciotto anni prima della morte dell’artista che all’epoca aveva sessanta tre anni. Rientra nella serie di lavori ricavati per impronta e in questo caso si tratta di un volume di gesso zincato sul quale si formano delle concavità, risultato di un contatto con un pube femminile. Solitamente, alla prima lettura delle opere duchampiane si rimane scandalizzati, violati, spogliati di ogni senso comune o sovrastruttura. In questo caso, ad esempio, lo scandalo è indotto dalla provocazione erotica ed eretica rispetto al buon costume sociale e artistico: cosa costituisce un’opera d’arte? Può, un pezzo di gesso zincato con un’impronta, essere un’opera d’arte? Certamente, nel 1950, il Concettualismo si stava già espandendo a macchia d’olio ma la forza delle opere del Maestro di questa corrente non cessano ancora di “infastidire”. Di fatto sembra che ogni volta si presenti uno scacco matto all’estetica tradizionale e accademica, dell’arte delle belle forme e dell’abilità manuale, mimetica e ideale: il gioco.

Foglia di vite femmina è un’impronta. Se volessimo analizzare questa pratica da un punto di vista antropologico riscontreremmo che risiede in maniera primordiale nella gestualità più primitiva: dall’uomo delle caverne che lasciava il suo segno e attestava la sua presenza all’infante che mette in atto azioni specchio nell’orientamento nel mondo immergendo il palmo della sua mano nel colore. Ecco che dunque la scelta duchampiana torna coerente con il suo sistema d’intervento artistico costituito da costruzioni e decostruzioni continue di linguaggi verbali, visivi e concettuali al fine di aprire, nel senso di Eco, l’opera e la realtà ad un relativismo interpretativo, attraverso il minimo sforzo fattivo della creazione artistica. Ecco la funzionalità dell’impronta rispetto a questo presupposto artistico duchampiano: l’artista è il fondatore di una gratuità attraverso cui si dà l’opera senza pretesa di aspettativa o riverenza aulica. L’automatismo dell’impronta corrisponde pertanto a questa logica del ‘fare arte senza fare arte’ parallela alla creazione del concetto di ready made.

Andiamo ora più a fondo. Letteralmente la foglia di vite in francese corrisponde alla foglia di fico. Secondo la tradizione iconografica occidentale, sia in scultura che in pittura, questo elemento serviva a coprire le pudenda dei nudi. Cosa fa dunque Duchamp? Tenta il rovesciamento del concetto di scultura: se prima la foglia di fico celava il pube, ora il blocco di gesso che la sostituisce in prima istanza, svela nella seconda ciò che prima veniva nascosto. Fino a quando il materiale era posto sopra le pudenda, era un oggetto di pudore. Ma quando viene a distaccarsi dal corpo su cui si poggia, seguendo la logica dell’impronta che nasce necessariamente dalla reversibilità del referente, si traduce nel suo contrario…il blocco, “la pietra” dello scandalo.

Lo scandalo cresce gradualmente di intensità con l’accrescere degli interrogativi riguardo la referenza: reale o fittizia? Duchamp, di fatto, non ha mai svelato di cosa quel blocco di gesso fosse l’impronta tanto che Robert Lebel parlerà di un ‘Falso calco dell’organo femminile’. Sappiamo in più che quest’opera, 1958, venne esposta al contrario in modo tale da essere non leggibile, come fosse un frammento. Inoltre fu donata a Man Ray, suo storico collega e amico, come regalo di addio. Molti avanzano le ipotesi che Foglia di vite femmina ricordasse un loro progetto per un film pornografico in cui Duchamp rasava il pube di una donna. In questo senso l’opera potrebbe quindi essere non una traduzione visiva, né verbale ma tattile del frame filmico in quanto la clip non vide mai la luce. Ancora, ciò che stupisce di questa impronta è che proprio in virtù del processo tecnico, ha come risultato un calco preciso attorno al quale però si espande un alone di mistero riguardo la referenza. Duchamp è così sempre sul filo sottile del rasoio. Riesce a calcare uno spazio indicibile per vocazione, quasi come uno statuto ontologico che lo contraddistingue.

Pertanto, guardiamo di nuovo l’opera e giochiamo con Duchamp al suo gioco avanzando delle ipotesi. Se si trattasse di un’impronta fittizia, dovremmo considerare l’artista un dotato scultore che inganna e illude gli astanti al pari di Donatello conferendo all’opera un’aura reale, o meglio, un effetto reale. Se invece fosse un calco dal vero, dovremmo esaltare la sua qualità di sconquassare la certezza della referenza naturalistica donando a Foglia di vite femmina un’aura d’artificio.

Cos’è l’arte? Esiste uno statuto d’artista?

C’est tout bouleversé!

Articolo pubblicato da Arianna Bettarelli

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