Jen Beagin, “Facciamo che ero morta” (Recensione)

Sono accurata. E… un’attenta osservatrice. Si impara molto dalle persone pulendo le loro case. Cosa mangiano, cosa leggono quando vanno in bagno, che pillole prendono la sera. Le cose a cui tengono, quelle che nascondono, quelle che buttano via. So tutto dell’alcol, della pornografia, dello stupido dildo sotto il letto. Conosco il vuoto delle loro vite.

Con queste parole si presenta, a poche pagine dall’inizio del romanzo, la protagonista della storia: Mona, una giovane donna delle pulizie che lavora negli appartamenti dei ricchi di Lowell, in Massachusetts. Tra lo spolverare, il lucidare e togliere macchie più o meno ostinate, la ventitreenne sa rendersi indispensabile agli occhi dei propri clienti. Rassettando i loro ambienti, fa capire loro che sa delle pulsioni nascoste, sa qual è il vero sporco che si nasconde sotto il loro letto ma non li giudica per questo , non interviene direttamente nelle loro vite facendo sentire il proprio passaggio tra un turno di pulizia e l’altro. In breve, ottiene un discreto successo proprio grazia alla discrezione del suo lavoro. Ciò però non le preclude di fantasticare in privato riguardo i suoi clienti, costruendo storie funamboliche e improbabili che rimangono solo nella sua testa. Storie che, al confronto della sua, la mettono sempre più di fronte alla sua inadeguatezza alla vita, alla propria esistenza piatta e monotona. Una condizione di cui Mona sembra essere perfettamente consapevole da tempo.

Tenta quindi di dare una scossa alla propria vita guardandosi intorno, cercando un’occupazione collaterale che le permetta di distinguersi dagli altri e di rendersi più interessante. Decide così di prestare servizio come volontaria per portare dei kit di siringhe sterili ai tossicodipendenti della città. Esperienza che la porterà ben presto a incontrare un uomo, bizzarro personaggio tra realtà e malcelata finzione, che per prima ribattezza Mister Laido, di cui finisce per infatuarsi. Tra i due nasce subito una particolare attrazione che va oltre la fisicità, lasciando presto il passo a una frequentazione seria. L’idillio però viene bruscamente interrotto: Mister Laido sparisce letteralmente dalla circolazione e a Mona sembra che non rimanga altro che che ricominciare daccapo con la propria, vuota esistenza, tra gli aspirapolvere professionali e prodotti chimici dal risultato garantito. Ancora una volta è di fronte a un bivio: continuare la propria vita con inerzia o darle un deciso scossone. Optando per la seconda opzione, comincia così la seconda parte di Facciamo che ero morta. Mona tenta ancora di cambiare vita, lasciandosi alle spalle quel (poco) che aveva costruito a Lowell. Decide così, dietro suggerimento di una lettera lasciata in extremis da Mister Laido, di dirigersi verso il New Mexico, dove troverà affitto in una casita de adobe a Taos.

Nell’arida e assolata cittadina Mona ha modo di confrontarsi con una sfilata di personaggi tra i più bizzarri, rispetto ai quali i tossicodipendenti di Lowell e lo stesso Mister Laido sembrano essere esponenti di una società normale e stereotipata: una stramba signora che colleziona tutto ciò che ha a che fare con gli angeli, una veggente che perseguita il proprio ex marito e una coppia anglo-giapponese dallo stile di vita new age che Mona non tarda a battezzare “Yoko e Yoko” – non sapendo decidere chi dei due possa essere John Lennon. In questo contesto così fuori dai canoni e dalla normalità, Mona sembra trovare la propria dimensione ideale, eppure lo spettro del passato e della solitudine torna a farsi sentire, attraverso un personaggio che avrebbe fatto volentieri a meno di ritrovare, il proprio padre. Riaffiora spontanea nella sua mente tutta una serie di ricordi circa il loro legame, quel «facciamo che ero morta» che Mona gli diceva tuffandosi nella piscina, nella speranza che egli potesse finalmente preoccuparsi dell incolumità della figlia. In un dialogo serrato tra reminiscenze passate e la brutalità del presente Mona compie la decisione più importante: non fingersi più morta davanti agli altri ma cominciare, per la prima volta, a vivere.

Facciamo che ero morta è un romanzo che racconta di una catarsi ferocemente attaccata al reale, un affrancamento dalla solitudine che si compie proprio nel momento in cui si decide di abbracciarla:

Non pensare alla solitudine come a una forma di assenza. Se ci fai caso, la solitudine la puoi sentire nel corpo, come la fame. Permettile di farti compagnia.

Ecco allora che ritorna l’importanza del lavoro di Mona, bravissima a scovare la polvere da sotto i mobili e ancor più brava a captare la solitudine, la depressione e le pulsioni nascoste degli altri. Pulire diviene quindi l’azione attraverso cui scoprire che gli altri, come lei, tentano di arginare come possono i difetti e le debolezze della loro esistenza, aspettando che qualcuno venga a salvarli e non li faccia sentire morti. Pulendo Mona li salva, li fa rivivere e a quest’azione corrisponde la loro gratitudine, che presto lei scoprirà essere la forma migliore per sentirsi vivi.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...