Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo” (Recensione)

Dicono che chi sa di morire l’indomani viva il presente al massimo delle sue possibilità. Io però non sono d’accordo. Quando un uomo prende coscienza della sua morte, non può far altro che mettersi il cuore in pace e poco alla volta creare un compromesso tra la speranza di poter vivere ancora e la certezza della vicinanza alla fine. Il tutto mentre è attanagliato da piccoli rimorsi e sogni irrealizzati. A me che è stato concesso il privilegio di far scomparire qualcosa dal mondo in cambio di un ulteriore giorno di vita, quei rimorsi appaiono come un tesoro meraviglioso. Sono la testimonianza che ho vissuto.

Cosa siamo disposti a perdere per poter vivere soltanto un giorno in più? Siamo coscienti delle conseguenze scatenate dalla sparizione di un’oggetto piuttosto che di un altro? Soprattutto, chi siamo noi per poter imporre all’intera umanità la mancanza di qualcosa finora così importante nella vita di ognuno?

Spariscano pure i telefoni, i film, gli orologi: sono tutte invenzioni artificiali della mente umana. Se l’uomo fino a un certo tempo è riuscito a sopravvivere senza di essi, perché noi non dovremmo farcela? Anzi, forse sarà proprio grazie alla loro mancanza che potremo riscoprire i valori del tempo, della libertà, della nostra stessa vita. Mancheranno i telefoni? Nessun problema! Potrebbe essere la volta buona per uscire di casa, riappropriandoci della nostra vita e smettendola d’aggiornare convulsamente le notifiche del nostro smartphone. Non ci saranno più film? Meglio, così ricominceremo a vivere e pensare la nostra vita senza ricercare il colpo di scena e la battuta a effetto a tutti i costi. Spariranno gli orologi? Va benissimo, l’uomo si riapproprierà della propria libertà temporale, finora così costretta tra le maglie di secondi, minuti, ore, giorni… Ma cosa succederebbe se i gatti scomparissero dal mondo?

È questo su cui il protagonista del romanzo riflette, un giovane postino che scopre dopo una serie di lancinanti mal di testa di avere una malattia incurabile, a causa della quale la sua aspettativa di vita potrebbe ridursi a una settimana. In suo soccorso appare una figura ambigua, quasi un suo doppelgänger che si spaccia nientemeno che per il Diavolo. Egli, già a conoscenza del dramma dell’altro, gli propone un patto in pieno stile luciferino: ogni giorno dovrà scegliere qualcosa da far scomparire per sempre dal mondo per ottenere in cambio ventiquattr’ore di vita in più. Una proposta sicuramente allettante che, giorno dopo giorno, potrebbe garantire al postino una vita duratura. Ma i patti col Diavolo nascondono sempre clausole insidiose: non sarà il povero protagonista a decidere realmente cosa far scomparire, ma sarà il Diavolo a veicolare le sue scelte e a lui non resterà altro che accettare o rifiutare.

Ecco che così, giorno dopo giorno, dal mondo scompaiono prima i telefoni, poi i film, quindi gli orologi. Il protagonista sfrutta il tempo guadagnato per riflettere sulla regola universale del “per ottenere qualcosa, bisogna sacrificarne un’altra” e sulla completa sparizione di questi oggetti. La mancanza che prova, derivata da questi oggetti, sembra non essere direttamente collegabile alla cosa in sé ma, piuttosto, al suo fenomeno e al suo irriducibile ricordo. Molto spesso l’azione ad essi collegata, che siano telefoni od orologi, porta inevitabilmente a pensarli nei termini del nostro rapporto con gli altri: una telefonata ricevuta da qualcuno a noi caro, un appuntamento fissato in piazza a un dato orario e così via. Seguendo questo filo di ragionamenti il postino si ritrova doppiamente nostalgico verso l’oggetto che mai più ritornerà e verso il proprio passato, scaturito da tutta una serie di ricordi riemersi proprio dalle azioni connesse all’uso degli oggetti scomparsi. Ecco che dal ricordo dell’oggetto e dell’azione ad esso collegata il postino ricostruisce passo dopo passo la sua breve vita, raccontandoci di amori passati, del difficile rapporto con suo padre, della madre precocemente scomparsa a causa di un tumore. L’ultimo ricordo della figura materna, il simbolo del rapporto madre-figlio prematuramente stroncato, è incarnato da Cavolo, un gatto che vive con lui e che in precedenza era appartenuto a sua madre. Nel momento in cui il Diavolo decide di far scomparire tutti i gatti dall’intero pianeta il postino si troverà di fronte a un bivio: rinunciare a Cavolo e quindi perdere inesorabilmente l’ultimo legame materiale con la madre defunta o decidere di sacrificarsi, scomparendo egli stesso dal mondo.

Il ricordo ancora vivo della figura materna, custodito nel corpicino peloso del suo gatto, non può e non deve essere cancellato. Il protagonista decide così di annullare il patto stipulato col Diavolo, il quale si rivelerà soltanto una sua banale scommessa sulla fragilità dell’animo umano, sempre così attento ad assicurarsi un futuro da non rendersi conto degli effetti collaterali che le sue decisioni possono produrre. Il postino, dopo aver cancellato ben tre oggetti dal mondo intero, si accorge di quanto poco conti la propria esistenza se la si priva dei ricordi e degli affetti. Gli oggetti, in tutto questo, hanno un ruolo protagonista: sono i reperti di un passato che ci ha plasmato nostro malgrado e che ci ha resi unici. Guardando il proprio vissuto da una prospettiva nuova, egli si accorge finalmente di quanto la ricchezza della vita non sia racchiusa nell’evento memorabile ma nelle storie di tutti i giorni.

Se i gatti scomparissero dal mondo è stato definito una sorta di fiaba moderna grazie alla quale il lettore può mettere in discussione le proprie certezze quotidiane e interrogarsi su ciò che è davvero importante per la propria esperienza di vita. Con uno stile agile e fresco Genki Kawamura ci regala attimi d’ilarità alternati a momenti di riflessione profonda, fino a farci uscire anche qualche lacrima alla fine del romanzo.

Alla fine, sei arrivato a capire quanto è bella la vita. Hai compreso chi sono le persone più importanti per te e afferrato il valore di tutte le cose che ritieni preziose e insostituibili. Hai esplorato daccapo il tuo mondo e lo hai osservato da una prospettiva diversa, scoprendo come anche la più banale e monotona quotidianità fosse bella a sufficienza.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli