Victor Margueritte, “La Garçonne” (Recensione)

Faresti meglio a rassegnarti, mamma. Dopo la guerra noi ragazze siamo diventate tutte un po’ maschiette!

Negli Anni Venti la figura femminile venne investita da una serie di cambiamenti estetici che ne segnarono profondamente l’immagine negli anni successivi. Taglio di capelli a caschetto, nessun corsetto, abiti comodi elaborati sui modelli maschili: è questa la garçonne, anche conosciuta come flapper girl, colei che accompagnava il philosopher nei racconti degli Anni Ruggenti di Francis Scott Fitzgerald. Per la prima volta nella storia moderna, un tipo di donna consapevole dei propri mezzi e delle proprie abilità, che vive la propria vita con un’autonomia e un’intraprendenza sicuramente maggiori rispetto alle sue sorelle del passato. Quello della garçonne – come suggerito dalla parola stessa – fu fenomeno di femminilità fortemente mascolina che, dalle ceneri della Prima Guerra Mondiale, risplendette di luce propria per tutti gli Anni Venti. L’immagine della garçonne rappresentò per le giovani dell’epoca l’immagine stessa della moda e dell’emancipazione dagli asfittici sistemi sociali borghesi, che vedevano le fanciulle come carne fresca da offrire all’impianto matrimoniale. Ecco allora che la sfida della Garçonne non si risolse solo a livello estetico, ma minò alle fondamenta anche la rispettabilità stessa della borghesia, che fondava il proprio successo – anche e soprattutto economico – sul matrimonio. Le ragazze non volevano più sottostare a certe regole, non volevano far organizzare da altri la loro vita in funzione del matrimonio vantaggioso: volevano lavorare, rendersi autonome, entrare a far parte attivamente del mondo. Ovviamente una prospettiva del genere, così affascinante per le giovani donne, veniva vista con sospetto dalla borghesia, che associava all’immagine di questa nuova femminilità una delle cause della corruzione della vita moderna. Ecco allora che in questo contesto si portava avanti una battaglia costante e quotidiana, dove l’immagine della Garçonne venne diffusa anche grazie ai giornali e ai media, mentre quella parte della società più reazionaria gridava allo scandalo, opponendo alla ventata di modernità la tranquillità di una prospettiva consolidata e sicura.

Nel 1922 dalla Francia si diffuse il primissimo caso letterario che affrontava direttamente tale questione difendendo la modernità e l’immagine stessa della Garçonne. Victor Margueritte, già famoso e apprezzato autore di temi sociali, diede alle stampe un romanzo che, per la prima volta, parlava bene delle ragazze “cattive”, ne esaltava e difendeva lo stile vita, invitando chi non l’avesse già fatto a vivere più liberamente e sinceramente la propria vita e la propria sessualità. La Garçonne in poco tempo vendette solo nel territorio francese la bellezza di 750mila copie, divenendo di fatto uno dei primi best seller dell’epoca contemporanea. Il successo venne quindi bissato nel resto d’Europa, dove si guardò con curiosità a questo romanzo dai forti accenti rivoluzionari. Una particolare risposta all’opera di Margueritte provenne dalla Germania, dove il termine stesso “garçonne” fu impiegato di lì in avanti per indicare le giovani donne alla moda dagli atteggiamenti scopertamente lesbici. Negli stessi anni venne quindi fondata a Berlino una delle primissime riviste a tema lesbo della storia, chiamata per l’appunto Garçonne. Solo in Italia – già all’epoca costretta nella morsa della dittatura fascista – il romanzo ricevette una tiepida accoglienza, confermata peraltro da una traduzione piuttosto scadente, che lo propose come La giovanotta: un titolo assolutamente orribile che difatti distruggeva l’opera di Margueritte. Il grande succès de scandal se da un lato valse a Margueritte un’impennata di vendite, dall’altro gli comportò una condanna feroce da parte del mondo accademico e intellettuale più retrogrado, culminato con la revoca della stessa Légion d’Honneur, ottenuta qualche anno prima proprio per il suo impegno letterario nella trattazione della questione femminile. Tuttavia il dado era stato tratto e La Garçonne divenne in breve tempo il romanzo di riferimento delle giovani di tutta Europa, capaci di ritrovarsi in una figura di ragazza completamente nuova, l’anti-eroina per eccellenza degli Anni Ruggenti: Monique Lerbier.

Giovane ragazza “in età da marito”, Monique è figlia di una facoltosa famiglia borghese che vede nel suo imminente matrimonio con Lucien, giovane scapolo dal portafogli rigonfio, l’obiettivo per assicurarsi la stabilità e la solida prospettiva di futuri guadagni. Monique ama intensamente e ingenuamente Lucien, non pensa affatto che egli, al pari del di lei padre, la considera come mera merce di scambio per poter incrementare la propria ricchezza. Di più, egli nel frattempo ha instaurato una relazione clandestina con un’altra giovane ragazza che non intende lasciare nemmeno dopo che si sarà sposato con Monique. L’inganno viene presto scoperto dalla giovane protagonista, che ne uscirà letteralmente distrutta, vedendo infranto qualsiasi ideale che aveva coltivato fin dalla più tenera età. In preda alla collera e alla disperazione, si vendica di Lucien andando letteralmente col primo uomo trovato in strada, rischiando anche di rimanere incinta: uno scandalo che la famiglia Lerbier non può assolutamente tollerare e che tenta di insabbiare in qualsiasi modo sotto il mantello della rispettabilità. Monique però non ci sta più, qualcosa dentro lei si è rotto e non intende più essere un soffione in balìa dei capricci di un vento maschilista e borghese che dispone della sua vita come vuole. Allontanata dalla casa paterna, inaugura una vita fatta di sesso e sregolatezza sia con uomini che con donne, si inventa nel frattempo un lavoro come decoratrice d’interni, sperimenta qualsiasi droga capace di stordire il corpo e lo spirito, mentre realizza che l’uomo – o meglio, il maschio – è irrimediabilmente perso nel suo essere un bruto cavernicolo che odia la donna emancipata. Riesce a uscire gradualmente dalla sua condizione di emarginata proprio grazie al lavoro, che le fa ottenere degli incarichi sempre più prestigiosi, anche da parte di quella borghesia che per prima non esitò a commiserarla quando il matrimonio con Lucien andò in frantumi. Lavorare a stretto contatto con questo mondo le permette di mettere a nudo una volta per tutte il marcio che si cela sotto il velo della rispettabilità borghese, cominciando a vedere con occhi nuovi tutto quel mondo pieno di porci imbellettati che, in altri contesti, un artista come George Grosz smascherava dipingendolo all’incirca negli stessi anni.

George Grosz, Senza titolo, 1927

Lungo tutto il romanzo la storia di Monique propone anche un’interessante interpretazione del rapporto uomo-donna di quegli anni, dove il primo, alla lunga, accettava con difficoltà la crescente emancipazione della seconda. Emergono così tutti quegli elementi psicologici decisivi per decifrare il comportamento maschile dell’epoca: una libido fortemente repressa fondata su una gelosia morbosa, che da un lato prova piacere a condividere la propria donna con altri uomini, mentre dall’altro la vorrebbe rinchiusa in casa, quasi come una sacerdotessa del focolare. La donna però si ribella alle ingerenze e alle pretese maschili – ed è questa la vera novità rispetto al passato – mentre dall’altra parte la folle gelosia dell’uomo porta in alcuni casi a tragici scontri, attraverso i quali egli vuole riaffermare la propria supremazia sulla donna, attraverso atti di possessione fisica, dallo stupro fino ad arrivare all’uccisione stessa dell’amante. Di tutte queste tematiche il romanzo di Margueritte tiene conto, trattandole soprattutto nei dialoghi dei vari personaggi, secondo una trasposizione drammatica e romanzata del dibattito sull’emancipazione femminile dell’epoca. Emerge così il tratto distintivo e la forza stessa di La Garçonne, che più che romanzo di formazione lo potremmo definire romanzo di idee, divenuto negli Anni Venti un libro scandaloso, sì, ma capace di dare un contributo fondamentale nel dibattito sociale sulla cosiddetta questione femminile.

La travagliata epopea di Monique si risolve nel finale del libro attraverso l’incontro col vero amore, un ideale che a dispetto di tutto ciò che ha attraversato non è mai del tutto sparito nel suo cuore. Una scelta forse poco felice che sminuisce la portata scandalosa del resto del romanzo, ma che possiamo alla fine accogliere con un sospiro di sollievo dopo aver visto Monique viverne di cotte e di crude. L’embrassons nous finale non è tuttavia il solito “e vissero felici e contenti” che avrebbe tradito l’intero romanzo: Monique infatti trova finalmente un uomo, vera e propria eccezione che conferma la regola, di chiara mentalità aperta e che non considera il matrimonio come unica soluzione per la vita della donna. Anzi, nella nuova condizione femminile egli vede una possibilità di costruire una nuova società moderna più giusta. Ecco allora che la risoluzione finale acquista un senso diverso, dando quel “di più” necessario per concludere degnamente un romanzo del genere.

Recentemente riscoperto dapprima in Francia e poi nel resto del mondo, La Garçonne di Margueritte costituisce oggi un documento letterario prezioso, grazie al quale possiamo riflettere sulle origini della nostra società e sui cambiamenti che segnarono il passaggio dalla società di matrice ottocentesca a quella moderna del Novecento.

Egli non poté astenersi dall’ammirare le sue pose da garçonne. Monique era una nuova versione della grazia femminile. Rappresentava un essere ancora singolare – che si stava però già moltiplicando in migliaia di esemplari – con il quale, ormai, gli uomini avrebbero dovuto fare i conti alla pari.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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