ArtShaker #13: Gina Pane, Il martirio di San Sebastiano da una posa di Memling – Partizione per un corpo, 1984

Si j’ouvre mon corps afin que vous puissiez y regarder votre sang, c’est pour l’amour de vous: l’autre.

Gina Pane

In quella precisa accezione barilliana di Performance, distante dalla finzione scenica e organizzata del teatro, rientra la sincerità gestuale e contenutistica delle azioni di Gina Pane. Scomparsa forse prematuramente – all’età di cinquantuno anni – per la fondamentale importanza detenuta dalla sua figura nella Body Art degli anni Settanta, viene ricordata principalmente per le operazioni autolesionistiche che tanto allora, come oggi, colpiscono per violenza, crudeltà… verità. Un corpo tagliato, violato, forato e aperto esibiva la ferita come veicolo di risveglio, di ri-sensibilizzazione dell’organico e all’organico in quanto materia o humus primigenio che accomuna tutti gli esseri viventi; come forma di riconoscimento, di fratellanza, di solidarietà… d’amore. Per tali motivi il medium principale di Pane ruota attorno alla sfera dell’incontro e si traduce in maniera più celebre nel performativo che garantisce, anche nel peggiore dei casi, almeno il binomio, l’incrocio di sguardi, l’impossibilità all’indifferenza. Così, nella costante ricerca di contatto con l’Alterità si sviluppa, di rimando, un percorso interiore volto alla conoscenza del Sé nel mondo. Eppure, anche questo movimento dall’esterno all’interno si vòca totalmente all’Altro come entità opaca e trasparente delle quali conseguenze d’incontro vuol rendersi manifesto. Ecco che l’arte si sposta su piani universali, democratici perché solidali col prossimo; ecco che l’artista si tramuta in Guida al recupero della familiarità con una dimenticata umanità, perduta nel fittizio mondo delle immagini, degli ologrammi scintillanti di realtà sognate e mai raggiunte; obliata nell’addestramento all’insensibilità fisica e morale per il vagheggiamento di una perfezione dalle ineccepibili prestazioni di un corpo calato, o meglio colato, in un tempo fluido, veloce, indifferente. Ad un tratto esce del sangue, schizza dalle ferite: fluido e corposo, rosso e reale. Macchia la tela bianca di un camice, crea contrasto, concretizza il dolore o il sadico piacere di cui si fa simbolo e instaura il dialogo, traduce una narrazione nell’apertura della pelle: davanti ai nostri occhi, il martirio.

L’amore richiede coraggio, il coraggio del dono, dell’apertura, dell’incontro e dello scontro. L’amore è sacrificio, letteralmente atto sacro che, oltre qualsiasi visione religiosa, trova in Pane la sua dimensione auratica nella proiezione verso l’Altro: «C’est pour l’amour de vous: l’Autre». Nonostante si senta il bisogno di scindere il motore sentimentale laico della performer da quello propriamente sacro di quell’’Amor che move il sole e l’altre stelle’, Pane non sembra invece distinguere le due sfere quando, in una delle tante interviste, dichiarò un’attrazione embrionale nei confronti delle vite dei Santi e dei Martiri, o meglio, dei testimoni di una fede e di un credo trascendente. «Parce qu’à chaque fois on est face à un homme», dichiarava: perché ogni volta ci troviamo di fronte a un uomo. È forse qui il punto della questione intorno al quale ruota la ri-semantizzazione del sacro: la performer ricerca la purezza dell’amore nella linea orizzontale, non verticale; nel vicino, non nel lontano; nell’uguale, non nel gerarchico. Da qui la democratica vocazione che investe quasi tutta la logica risiedente alle spalle dell’Arte del Corpo.

Ciò comporta anche il ribaltamento delle considerazioni riguardo la figura del martire, letteralmente del testimone. Primordialmente uomo, il martire è colui che sceglie, attraverso un sacrum ficium, un atto di amore nei confronti del prossimo, di manifestare liberamente un credo sentimentale nei confronti di un dio. Nel caso di Pane il fine è di riunire, riscoprendo e provocando, un’umanità raccolta ai margini dell’indifferenza e della divisione.

Gina Pane, Il martirio di San Sebastiano da una posa di Memling – Partizione per un corpo, 1983
credits

Il martirio di San Sebastiano da una posa di Memling – Partizione per un corpo, è un’istallazione che rientra all’interno di una serie, iniziata nel 1983, dedicata alle figure dei Santi e dei Martiri a partire da opere di artisti del calibro non solo di Memling ma anche di Filippo Lippi, Salvator Rosa, Paolo Uccello e infine Giotto. L’opera citata, prevede un riduzionismo delle forme che necessariamente richiama i padri del Minimalismo, oltre ad una lieve deviazione nella Pop per il ricorso all’icona come linguaggio impattante, facilmente comunicativo o denotativo del concetto a cui si riferisce. Siamo di fronte ad una croce rossa, ad una scheggia a grandezza umana trasparente che inframezza il primo soggetto e l’ultimo, l’arco. Una serie di tre oggetti, di tre minime azioni che costruiscono una completa narrazione. Il riferimento si fa lampante come la performance che, sebbene si creda un linguaggio più diretto, in questo caso viene eguagliato in intensità dalla capacità dell’artista di non porre gerarchia neanche tra gli strumenti di cui si serve per esprimersi. Di fatto, anche nelle sue performance, sempre pochi sono gli strumenti di scena: una scala con degli aghi, una ruota, un camice bianco, un corpo, del sangue. Qui risiede la verità dell’atto performativo: nell’abilità – forse naturale – di trovare il contatto empatico. Allo stesso modo, porre tre oggetti di immediata associazione in quanto simboli radicati nell’immaginario collettivo, spinge lo spettatore ad agire, a ricostruire o vegliare su un’aura sacra che ha da sempre la capacità di attrarre chiunque. In ciò, Pane dota l’istallazione di un profilo performativo che non solo richiede un riservato silenzio di fronte al martirio ma attiva, in chi osserva, un moto empatico risvegliato dal testimone, dal martire. Il corpo reale di Gina Pane abbandona lo spazio per entrare nella dimensione sacra dell’icona – non venerata ma vissuta – come luogo del riconoscimento, dell’immanenza, del reale, dell’incontro.

Essere umani, restare umani. Questo è ciò che conta.

Articolo pubblicato da Arianna Bettarelli

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