ArtShaker #14: Andrea Gastaldi, Saffo, 1872

Un giorno lo storico dell’arte andrà cercando
con cura amorevole tutte le tele
del grande artista che abbiamo perduto

Corrado Corradino, 1889

Per lungo tempo la storiografia artistica moderna ha lasciato in ombra la produzione pittorica e plastica praticata nelle accademie durante il XIX secolo. A Torino, tra i tanti artisti condannati a essere relegati in cantina finisce Andrea Gastaldi (Torino, 1826-1889), maestro di pittura presso l’Accademia Albertina. Dopo la prima formazione artistica a contatto con la cerchia degli artisti neoclassici torinesi, intorno al 1850 Gastaldi si reca a Roma, a Firenze, quindi a Parigi dove soggiornerà per sette anni, avvicinandosi al Romanticismo moderato francese, con particolare attenzione a Hippolyte Delaroche. La pittura dell’artista, che aveva esordito con temi religiosi, muta i suoi soggetti, orientandosi marcatamente verso quello storico e letterario. Ma non solo, il lungo soggiorno conferisce al suo stile un’impronta cosmopolita rara in Italia, dove tornerà  nel 1860 per assumere una delle due cattedre di pittura dell’Accademia Albertina. Qui impartisce il suo insegnamento per 29 anni sempre sul fronte della pittura di figura, una scelta che gli costerà la pesante condanna di pittore “attardato” nel corso di buona parte del ‘900. Eppure, a uno studio più attento questa definizione risulta del tutto inappropriata: negli anni Settanta dell’Ottocento, Gastaldi muove una ricerca verso nuovi esisti per la pittura di figura.

A. Gastaldi, Pietro Micca, 1858 – credits
A. Gastaldi, Atala, 1862 – credits
A. Gastaldi, L’Innominato, 1860 – credits

Allontanatosi dalla forma narrativa che interessava lo storicismo romantico il pittore si impegna a raggiungere la realizzazione di una sorta di sospensione interiorizzante. La tendenza a privilegiare il momento psicologico e le suggestioni drammatiche era già presente nelle sue opere passate, sia quelle ispirate a temi storici (Pietro Micca, 1858) che quelle di derivazione letteraria (L’innominato, 1860; Atala, 1862), ma in questo giro di anni i grandi drammi sentimentali sono declinati in maniera diversa.

Manifesto di questo periodo della sua produzione figurativa è il dipinto Saffo (1872), esposto alla Seconda Esposizione Nazionale di Belle arti di Milano nel 1872 e all‘Esposizione Universale di Vienna nel 1873. Lasciata la letteratura romantica, Gastaldi si volge al mondo classico, ma non per ascriversi al filone neo-greco coltivato da figure come Boulanger o Alma Tadema, volto alla rievocazione della vita quotidiana dell’antichità. La figura di Saffo serve a Gastaldi per impersonare il richiamo della morte, una condizione che può verosimilmente attanagliare la vita dell’uomo.

Andrea Gastaldi, Saffo, 1872 – credits

Ovidio nelle sue Heroides racconta che la poetessa greca per il mancato amore corrisposto da parte di Faone, un anziano barcaiolo che per la generosità mostrata aveva ricevuto da Afrodite un unguento capace di ringiovanirlo, si getta dalla rupe dell’isola di Leucate. Nella tela di Gastaldi l’infelice Saffo, grande al vero, cammina sulla sabbia con la cetra in mano ormai riversa, sfiorando l’acqua mossa dalle onde. Eppure è tutto immobile: il panneggio della veste bianca che le lascia scoperto un seno, i fluenti capelli sciolti che le ricadono da un lato, il mare stesso. La scena è rischiarata dalla soffusa luce lunare che tinge ogni elemento, il mare e il paesaggio circostante, di colori argentei, freddi. Saffo stessa è gelida, immobile, la testa leggermente reclinata, lo sguardo impassibile fisso oltre i limiti della tela, dove probabilmente si trova la rupe dove da lì a poco troverà compimento il suo pensiero suicida. La meditazione della morte pervade il dipinto, la rappresentazione della natura asseconda lo stato d’animo della poetessa, che sprigiona un’aura funerea.

Questa è una delle opere che più chiaramente segnano la posizione isolata di Gastaldi rispetto ai suoi colleghi piemontesi e italiani interessati al momento a sostenere l’affermazione del realismo. Ciò non è però indice di arretratezza nei confronti del dibattito artistico, ma piuttosto è indice di appartenenza a un’area culturale più europea che italiana. La figura monumentale di Saffo è infatti pienamente simbolista, vicina alle declinazioni degli artisti nordici, in particolare quelli dell’entourage di Arnold Böcklin, o di Pierre Puvis de Chavannes.

A. Gros, Sappho a Leucate, 1801 – credits

Nella sua vita Gastaldi ha più volte attestato il suo interesse sorto a Parigi per le opere di Antoine-Jean Gros. Tra queste si registra una Saffo a Leucate (1801), che potrebbe in qualche modo richiamare la figura del torinese. Ma nella tela di Gros Saffo si sta lanciando dalla scogliera, abbracciata alla sua cetra, con il volto attraversato dalla disperazione che l’ha spinta a compiere il gesto estremo. Gros restituisce il momento drammatico, Gastaldi il momento precedente; non il dolore tragico romantico, ma il sentimento di meditazione della morte che risuona nel marcato tenebrismo dell’opera. Qui risiedono le precoci tangenze con le declinazioni simboliste che sconfessano il marchio di “attardato” associato alla figura dell’artista.

Giovanni Camera, poeta torinese, così descrive poeticamente la Saffo di Andrea Gastaldi:

 “Sono gli ultimi passi – le ore supreme. Gli ultimi passi nella duplice oscurità della notte e della vita. Dietro a lei svaniscono i bei sogni d’un tempo, l’amore unico e sublime, gli splendori della fama –  tutte le speranze e tutti gli inganni; presso a lei lugubremente si disegna nei caldi vapori notturni il promontorio di Leucade – il sito della morte. Già dalla cetra gloriosa pendono spezzate le corde, e fra poco si spezzerà orribilmente giù nei marosi quel corpo sprezzato da Faone, e che ora la luna, estrema ironia! va carezzando”

L’arte in Italia, vol. V, 1873

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

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