#RecensioniVeloci: Margaret Atwood, “Il racconto dell’Ancella”

Se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l’hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna. È difficile resistere, credimi. Ricorda, però, che anche il perdono è un potere. Chiederlo è un potere, e negarlo o concederlo è un potere, forse il più grande.
Non si tratta del controllo di una persona sull’altra. Forse non si tratta di chi può stare seduto e di chi deve invece inginocchiarsi, alzarsi o sdraiarsi, a gambe divaricate. Forse si tratta del potere di fare qualcosa e poi essere perdonato.

Credo che quando pubblicò nel 1985 “Il racconto dell’Ancella” Margaret Atwood sia stata ben consapevole del potenziale devastante di questo suo romanzo distopico. Potenziale che non ha assolutamente perso il suo smalto ancora oggi, anzi, forse ha acquistato ancor più forza.

Gilead, questa realtà parallela dove in un’America post-atomica si è insediata una dittatura teocratica basata sullo sfruttamento delle donne in quanto mere incubatrici per generare figli, è minacciosamente vicina al nostro presente: i fondamentalismi e le isterie di gran parte del mondo conservatore vedono ancora nella donna il ruolo di angelo del focolare domestico e contemporaneamente quello di oggetto sessuale nelle mani del maschio. Quant’è lontano questo nostro presente dal racconto della Atwood?

Ho letto questo romanzo in quattro giorni netti, pur centellinandone il più possibile le pagine. È un romanzo irresistibile, sia per contenuti che per stile e credo che non passerà molto tempo da che leggerò anche il seguito, “I Testamenti”. E voi lo avete già letto?

Post originale su Instagram qui.

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