ArtShaker #15: Pieter Paul Rubens, Pan e Siringa, 1617

Quello di Pan e Siringa è un mito dalla struttura simile a quella del ben più celebre riguardante Apollo e Dafne, rimasto impresso nel marmo nella celeberrima e originale impresa scultorea di Gian Lorenzo Bernini, realizzata tra il 1622 e il 1625. In effetti, i due miti si somigliano. Ma scopriamo meglio insieme il primo.

Siringa, una delle ninfe nàiadi e figlia del fiume Ladone, venne scorta dal dio Pan che se ne innamorò all’istante. La ninfa però non volle ricambiare il suo amore e fuggì: inseguita, si nascose in un canneto. Pan la raggiunse ma prima che si potesse avventare su di lei, Siringa invocò le sue simili affinché la salvassero dalla violenza che la attendeva. Venne così trasformata in canne palustri e Pan, sentendo il dolce suono prodotto da esse a contatto col vento, decise di utilizzarle per costruire il suo primo flauto, attributo iconografico che spesso lo accompagna in dipinti e sculture.

Questa vicenda viene narrata da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi. Questo mito venne trattato da diversi artisti, nei diversi momenti che lo caratterizzano. Pochi anni prima che Bernini scolpisse uno dei primi capolavori del Barocco, un pittore di nome Pieter Paul Rubens, noto artista fiammingo, realizzò proprio un olio intitolato Pan e Siringa.

Pieter Paul Rubens, Pan e Siringa, 1617 circa, Museumslandschaft Hessen Kassel, Kassel
credits

Nonostante il dipinto non abbia grandi dimensioni (40,3 x 61 cm), guardandolo ci sembra di essere presenti. Vediamo centrale in primo piano la figura di Siringa: la pelle bianca, le forme piene e i capelli biondi raccolti sul capo per mezzo di una complessa acconciatura tradiscono la mano di Rubens. Tuttavia questa giovane, che nulla ha da invidiare alla bella Venere Pudica dei Musei Capitolini dalla quale l’artista ha ripreso il gesto di coprirsi l’intimità con un velo bianco, è impaurita.

Dettaglio delle rane in Pan e Siringa

Lo sguardo si volge indietro, là dove va l’altra mano che, aperta, sembra respingere Pan. Il dio dalle zampe caprine ha un corpo muscoloso e l’incarnato più scuro di quello della giovane ninfa. Un aspetto poco rassicurante, così come le sue intenzioni. Le sue speranze vengono tuttavia disattese in quanto anziché le carni della ninfa, le sue braccia afferrano un fascio di canne. L’espressione sul suo viso tradisce stupore. Con questo escamotage, nonostante la presenza di Siringa poco oltre, Rubens sembra voglia anticipare quanto accadrà da lì a qualche istante. L’azione concitata fa fuggire alcuni volatili, mentre due rane, poco distanti dai piedi della ninfa, saltano da una foglia di fior di loto verso l’acqua per cercare riparo.

Dettaglio dello scorcio del canneto in Pan e Siringa

La scena è ambientata su una riva di un fiume del quale si scorge la riva opposta attraverso un sentiero creato dal canneto, nel quale l’occhio viene incanalato non appena dalle due figure umane si sposta sullo scorcio tra il canneto. Questo non è stato dipinto da Rubens, bensì da un suo noto collaboratore che si occupava, appunto, dei paesaggi dei suoi dipinti. Il nome di questo artista è Jan Brueghel il Vecchio, conosciuto anche come Brueghel dei Velluti. L’attenzione di questo artista per i dettagli naturali è incredibile: concentrandosi sulla parte destra del dipinto si può notare come essa pulluli di diverse specie animali e vegetali e di come esse siano state raffigurate con grande precisione. Si tratta di un’opera molto affascinante, in grado di racchiudere due momenti consecutivi nella stessa scena. Questo è uno dei grandi pregi della pittura.

Il dipinto lascia intendere un lieto fine per la ninfa: ella riesce a scampare alla violenza di Pan, che rimane con un pugno di canne di fiume in mano; tuttavia non si può parlare di lieto fine per Siringa, la quale, a causa degli istinti incontrollabili del dio, per evitarne la violenza è costretta ad essere trasformata per sempre in canne palustri, senza altra possibilità di scelta.

  Articolo pubblicato da Vanessa Ferrando

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