ArtShaker #17: i volti dell’iconografia paleocristiana, parte I

 «L’imperatore [Costantino] si istruiva su queste dottrine [quelle cristiane][…] si rafforzò nelle sue convinzioni, persuaso che la conoscenza di questi argomenti gli giungesse direttamente da Dio. […] uomini, donne, bambini e una sterminata moltitudine di servi lo proclamavano liberatore, salvatore e benefattore con grida di irrefrenabile esultanza»

Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, 337 d.C.

«Quanto a Costantino, non riusciva a trovare fra gli dei il modello della propria carriera, ma quando scorse la Dissolutezza, non molto lontano, corse da lei. […] Lì trovò anche Gesù che […] gridava a tutti i presenti: “Colui che è un seduttore, colui che è un omicida, colui che è sacrilego e ignobile, che si avvicini senza paura! Perché con quest’acqua lo laverò e lo renderò subito puro. […] Costantino andò da lui volentieri, dopo aver allontanato i suoi figli dall’assemblea degli dei. Ma gli dei vendicativi punirono sia lui che loro per la loro blasfemia, e scelsero la condanna per aver versato il sangue dei parenti.»

Flavio Claudio Giuliano Imperatore, detto l’Apostata, I Cesari, 361 d.C.

Le due citazioni che servono da punto di partenza per l’articolo di questa settimana sono riferite alla personalità che forse più di ogni altra ha dettato le sorti dell’epoca presa oggi in esame, l’Imperatore Costantino. Torna immediatamente alla memoria il leggendario evento – alacremente tramandato dalla tradizione cristiana – della visione di un misterioso simbolo in cielo, il monogramma di Cristo con le lettere greche chi-rho o la croce stessa, accompagnato dalla celebre frase in hoc signo vinces: sotto questo segno vincerai. Così Costantino il «salvatore», il «liberatore», forte del sostegno di Dio stesso e per sua volontà, avrebbe sconfitto l’empio Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio, cambiando radicalmente la storia dell’Occidente. L’Editto di Milano del 313 d.C., ratificato insieme all’Augusto d’Oriente Licinio, concesse la libertà di culto in tutto l’Impero Romano con particolare riferimento al cristianesimo, fino ad allora perseguitato. La restituzione delle proprietà confiscate alla Chiesa, l’attribuzione al clero di numerosi privilegi, il desiderio di unificare il culto cristiano e definirne i dogmi basilari tramite il Concilio di Nicea del 325 d.C. – voluto e presieduto dall’Imperatore stesso – resero Costantino campione e fautore del trionfo politico e sociale del cristianesimo.  È questa l’immagine sacrale di prescelto da Dio che di lui ci consegna Eusebio di Cesarea, erudito vescovo greco autore della biografia postuma di Costantino, a lui avvicinatosi personalmente negli ultimi anni di vita. Alla biografia di Eusebio si deve anche la descrizione del miracoloso sogno portatore di vittoria, racconto che l’autore però aveva ricevuto in confidenza dall’Imperatore solo poco prima della sua morte, quindi molti anni dopo l’avvenimento (collocabile in un momento imprecisato intorno al 312 d.C.), e che per sua ammissione era davvero credibile solo perché divulgato da Costantino in persona. In effetti la vittoria su Massenzio era già stata riportata da Eusebio subito dopo l’accadimento e raccolta nella sua Storia Ecclesiastica, ma senza alcun accenno a sogni o visioni divine, non riferite inoltre da nessun’altra fonte coeva all’episodio. Questo è solo uno dei numerosi momenti di ambiguità riscontrabili osservando la vita dell’imperatore Costantino, di cui diversi storici mettono in dubbio la reale conversione, e le cui gesta non appaiono sempre conformi alla professione di fede.

Il ritratto che di lui dipinge l’Imperatore Giuliano, ben diverso da quello di Eusebio, è pieno di ostilità e crudo realismo. Flavio Claudio Giuliano fu l’ultimo Imperatore romano ad aver tentato di restaurare il paganesimo come religione ufficiale, era un filosofo educato in Grecia, e per le sue forti prese di posizione contro Cristo e il nuovo credo venne definito “Apostata” dai successivi detrattori cristiani. Era membro della dinastia costantiniana, nipote di Costantino e salito al potere in un certo senso fortuitamente dopo la morte del cugino Costanzo II (figlio di Costantino). Fortuitamente, perché tutti i suoi familiari appartenenti a quel ramo della dinastia erano stati sterminati per volontà dei figli di Costantino, dopo la morte del padre convinto di essere stato vittima di una congiura. Non è ben chiaro il motivo per cui Giuliano – all’epoca giovane studioso di filosofia in Grecia – fu risparmiato. Gli spargimenti di sangue non erano certo iniziati con Costanzo e i suoi fratelli, in quanto subito dopo la proclamazione di Costantino come Augusto questi fece uccidere l’Augusto d’Oriente Licinio diventando così unico Imperatore, e successivamente eliminò persino il proprio figlio maggiore Crispo e la propria seconda moglie Fausta, forse a causa di una presunta relazione fra i due. Proprio questa violenza sconsiderata è il tratto familiare che Giuliano cerca di sottolineare nel suo dialogo satirico I Cesari, nel quale immagina un banchetto indetto da Romolo con gli dèi e gli Imperatori romani per decretare il migliore fra di essi. Costantino viene mostrato come rozzo, avido di ricchezze e di potere, senza grandi virtù che lo sostengano, avvicinatosi al cristianesimo solo per l’allettante offerta di vedersi lavare via dalla coscienza tutti i peggiori peccati. Quest’ultima dichiarazione ci riporta ai dubbi storici sulla veridicità delle professioni di fede di Costantino, battezzatosi solo in punto di morte e in fondo educato per buona parte della vita come pagano, adoratore principalmente del dio Helios (il Sole).

La profonda ambiguità di questa figura senza dubbio fondamentale si ricollega al vero spirito dell’età paleocristiana, che si riflette anche e soprattutto nel corollario di immagini che formano la prima iconografia cristiana. L’iconografia paleocristiana non nacque certo con Costantino – che ricordiamo visse nel IV secolo d.C. – ma prese forma nei primi secoli dopo Cristo in un periodo in cui il cristianesimo era fortemente osteggiato, e i suoi adepti perseguitati brutalmente. Questa condizione di illegalità e il legame inevitabile con il divieto ebraico di rappresentazione della divinità in forma antropomorfa o narrativa, furono le ragioni della nascita del linguaggio figurativo prettamente simbolico adottato agli inizi. In questo modo poteva rimanere celato agli sguardi dei persecutori ed essere compreso solo da una ristretta cerchia, risultando allo stesso tempo facilmente riproducibile e diffondibile a scopo didascalico tramite le Sacre Scritture illustrate, motivo per cui simboli analoghi si trovano oggi in luoghi molto distanti fra loro in Occidente e in Oriente.

Stele di Licinia Amias dalla necropoli vaticana, con locuzione pesce dei viventi
circa III sec. d.C., Museo Nazionale Romano, Roma

Numerosi simboli originatisi in questo periodo rimangono tutt’oggi alla base del codice cristiano, come l’identificazione di Cristo con il pesce, che trae spunto dalla parola greca ICHTHYS – appunto “pesce” – segno convenzionale dell’espressione Iesous CHristòs THeou Yiòs Sotér traducibile in “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. A questo periodo risalgono anche simboli usati come corrispettivi degli elementi terrestri – concetto caro all’età tardoantica – come appunto il pesce o l’àncora per l’acqua, la pecora o l’agnello per la terra, la colomba o il pavone per l’aria, la fenice per il fuoco.

Iconografia dell’àncora-croce, II-III sec. d.C., Catacomba di Domitilla, Roma
credits

I luoghi principali dov’è ancora possibile osservare questo genere di raffigurazioni sono ovviamente le catacombe, sia tramite pitture parietali sia come iscrizioni o epigrafi dedicatorie delle sepolture. Senza dubbio il simbolo di maggiore importanza per la religione cristiana, ora come allora, è la croce, immediato riconoscimento di appartenenza per ogni credente. Contrariamente a quanto si possa immaginare però questo segno non è stato affatto inventato dai cristiani, era invece già presente fra le civiltà più antiche – ad esempio assiri ed egizi – come rappresentazione delle coordinate terrestri e del rapporto fra cielo e terra. Questo secondo significato è quello che più si avvicina all’interpretazione dei primi cristiani, che collegano la croce al concetto di albero della vita per via del legno – materiale con valenza sacra – e dell’ideale dialogo cielo-terra simboleggiato dalle radici e dai rami. Tutte queste letture confluiscono nel significato ultimo di salvifica rigenerazione attribuito da questa religione alla croce e al sacrificio di Cristo.

Graffito del Palatino o di Alessameno, III sec. d.C. o anteriore
Antiquarium del Palatino, Roma

La scena narrativa di crocifissione alla quale ci hanno abituato le innumerevoli rappresentazioni giunte a noi però, con la presenza del corpo di Cristo stesso, nasce solo nel Medioevo inoltrato: va ricordato infatti che inizialmente prevaleva l’iconoclastia ebraica, e che inoltre nei primi secoli la crocifissione era ancora in uso come pena capitale nell’Impero Romano. Probabilmente la prima rappresentazione della croce legata al cristianesimo non fu creata a scopo religioso, ma come scherno verso questo nuovo culto: si vede infatti incisa nel cosiddetto graffito del Palatino o di Alessameno a Roma (III secolo o precedente) una crocifissione con un personaggio con testa d’asino, intesa a deridere Cristo e i convertiti. Sia la croce che il monogramma di Cristo o CHRISMON – segno formato dalle lettere greche chi-rho (X e P) che abbreviano il nome di Gesù – entrano ufficialmente a far parte dell’iconografia imperiale con Costantino, che appone il monogramma sulle monete coniate a suo tempo e sul labaro, l’insegna imperiale che rimarrà poi in uso fra tutti gli imperatori cristiani.

Moneta del Cesare Vetranione, raffigurante sul rovescio due labari costantiniani con il monogramma di Cristo
IV sec. d.C.

Le caratteristiche principali dell’iconografia paleocristiana sono essenzialmente tre, e possono aiutarci a chiarire le sfaccettature e le radici profonde di immagini che fanno ancora saldamente parte dell’immaginario collettivo se non mondiale almeno occidentale. La discontinuità con le raffigurazioni preesistenti è già stata affrontata con la tematica del linguaggio simbolico, tramite il quale i cristiani hanno tentato di rescindere i legami con le altre comunità religiose anche in virtù della segretezza e difficile intelligibilità delle nuove immagini. Gli altri due aspetti da trattare sono spesso poco sottolineati, ma hanno invece un ruolo primario nell’iconografia dei primi secoli. Rimane forte inizialmente una vena di eclettismo nel cristianesimo, visibile ad esempio nell’appropriazione di riti e festività pagane trasformati e piegati alle esigenze del nuovo culto, si pensi soltanto ai Saturnalia collegati alle festività natalizie e il giorno stesso del 25 dicembre, dedicato in origine al Sol Invictus (il dio Sole) ed attribuito poi alla nascita di Gesù. Rimanendo in campo artistico ciò si riscontra ad esempio con la pratica del reimpiego di tipologie architettoniche romane per scopi cristiani, come accadde con le basiliche, nate come luoghi di pubblica aggregazione. L’ultimo punto infine si pone in diretto contrasto con il primo e in connessione con il secondo, in quanto è riscontrabile un’evidente continuità con la cultura antica precedente – osservabile già con la scelta della croce come segno – soprattutto dal punto di vista iconografico a partire proprio dal IV secolo, in seguito alla promulgazione della libertà di culto. Questo aspetto ha un’influenza talmente vasta sulle rappresentazioni religiose di questo periodo da meritare uno spazio indipendente, e per questo motivo sarà approfondito in uno dei prossimi appuntamenti di ArtShaker.

Articolo pubblicato da Alessandra Ciotti

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