ArtShaker #19: Giacomo Grosso, Il supremo convegno, 1895

“Ho voluto fare un quadro, non ho preteso di insegnare nulla.
Pensai un giorno ad un uomo, il quale, ancor vivo, imagini [sic] di vedersi
radunato attorno alla sua bara quanto di più amò al mondo,
le donne, e di vedersele, cogli occhi dell’anima,
sorridere, ridere o sghignazzare sul viso.
Questo pensiero, senza cercare se esso fosse morale od immorale,
ascetico o scandaloso, fermai sulla tela.”

Giacomo Grosso, 1895

Giacomo Grosso, celebre soprattutto per la sua attività di ritrattista, così rispondeva a quello che si può definire “il primo scandalo mediatico internazionale” scatenato da Il supremo convegno, l’opera da lui inviata alla prima edizione della Biennale di Venezia.

Giacomo Grosso, La cella delle pazze, 1884
credits

Nato a Cambiano nel maggio 1860, Grosso era già molto noto nell’ambiente artistico italiano. Da qualche anno aveva ottenuto la cattedra di pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove era entrato da allievo a soli 13 anni per seguire le lezioni del maestro Andrea Gastaldi. Nel 1884 si era affermato nel torinese grazie all’imponente tela La cella delle pazze, presentata all’Esposizione Nazionale che in quell’anno si allestiva nella città sabauda. A questa occasione risale la prima clamorosa affermazione pubblica di Grosso: l’opera attirò inizialmente numerose critiche per l’eccessiva crudezza della scena, ma ben presto ebbe la meglio il riconoscimento delle capacità tecniche dell’artista individuate nella regia della quasi monocromia sulla quale si regge il quadro. Questo si anima di ombre, di figure intente a sedare la suora che ha perso la ragione. La scena concitata, ispirata dal romanzo Storia di una capinera di Giovanni Verga, si svolge in una cella spoglia dove unico elemento inanimato è il rosario gettato a terra. Il linguaggio a metà strada tra l’intento verista e l’effetto scenografico assicurò un immediato successo all’opera, che venne acquistata dal Municipio di Torino, e all’artista.

Undici anni dopo, nel 1895, Grosso realizza Il supremo convegno, dipinto che fa inorridire il patriarca di Venezia – il futuro Papa Pio X – ancor prima che la Biennale sia inaugurata. Per valutare l’idoneità dell’opera all’esposizione viene riunita una commissione di esperti, i quali così si pronunciano: “Il dipinto del signor Grosso rappresenta in modo violento uno stretto e pauroso nesso tra la libidine e la morte, onde lo spettatore è mosso ad inorridire delle nudità che vi si ostentano bestialmente (…). No, il dipinto nonreca oltraggio alla morale pubblica”.

Giacomo Grosso, Il supremo convegno, 1895
credits

La pietra dello scandalo raffigura l’interno di una chiesa, dove otto giovani donne “si danno l’estremo convegno” intorno alla bara dove riposa quello che può essere definito un comune Don Giovanni. Tre fanciulle sul fondo stanno raggiungendo le altre che hanno ormai assalito il feretro. Alcune di loro, completamente nude, sono distese sul corpo del defunto: una alza il lenzuolo bianco scoprendo il volto alle compagne che lo guardano tra la curiosità, l’orrore e il piacere acre. Una donna è accovacciata sul drappo funebre nero ormai trascinato quasi del tutto a terra, accanto a lei un cero caduto si spegne sul freddo pavimento. Vertice della composizione è la figura femminile seduta sulla bara: ha strappato le ghirlande di fiori e ne lascia cadere dall’alto i petali gialli, che sfiorano il suo corpo e il volto illuminato da un sorriso di vera gioia. Non ricorda forse la Danae e la pioggia dorata?

“Immaginai che quell’uomo si dovesse vedere attorno non larve, ma donne vere, non nubi, ma della carne, la carne”. Ma si possono ancora condannare artisti per la realizzazione di nudi reali e non idealizzati? Di vere donne fatte di carne, donne sensuali, lascive e provocanti? Era ormai anacronistica una simile condanna: basti pensare che erano passati più di trent’anni dal Déjeuner sur l’herbe di Manet. Ciò che forse aveva in qualche modo ragione di creare disagio – attenzione! “Disagio” e non orrore – poteva essere la “profanazione del luogo”. Ma lo dice chiaramente lo stesso Grosso: “Volli fare un’opera d’arte, e speravo, e spero di venire giudicato soltanto sotto l’aspetto artistico.” Questo era il suo desiderio. Allora si noti la resa magistrale del lucente drappo di velluto nero con ricamo in oro, del viso del defunto irrigidito dalla morte e i corpi ambrati delle donne; messo da parte il soggetto, la vera seduzione risiede nella resa del contrasto di colori.

Sala della prima edizione della Biennale di Venezia in cui è visibile Il supremo convegno di Grosso in esposizione.

Superfluo dire che la folla di visitatori accorsa per ammirare Il supremo convegno era più attratta dall’ “immoralità” che dalle qualità pittoriche del quadro. In ogni caso, tutta la polemica frutta a Grosso il “premio popolare” conferito dai voti dei visitatori e l’acquisto del dipinto da parte della “Società Venice Art & Co”, che lo imbarca alla volta dell’America dove già era arrivata l’eco dello scandalo.

Giacomo Grosso, La nuda, 1895
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L’anno dopo, alla Triennale di Torino, l’artista esporrà La nuda, una tela che si sviluppa ancora una volta in senso orizzontale per accogliere l’incantevole donna dai capelli bruni distesa sulla candida pelliccia di un orso. L’opera è permeata da un’atmosfera estremamente ovattata: le forme, le pennellate, i colori morbidi e vellutati sprigionano un’intensa sensualità disarmante. Anche questa susciterà numerose polemiche, le quali non faranno che aumentare la fama dell’autore. Diversi critici si sono interrogati sulla scelta dei soggetti di Grosso, artista che ha sempre affermato l’interesse unico per la resa pittorica. È più volte emerso il  sospetto che l’artista abbia intenzionalmente realizzato opere così ardite: ai tempi fare scandalo con immagini oltraggiose non comportava una damnatio memoriae, tutt’altro, garantiva un successo assicurato.

Dove si può vedere oggi la tanto discussa opera? Per nostra sfortuna solo in fotografia o in un’illustrazione di Arturo Calleri apparsa sulla rivista satirica Il Fischietto (anno XLVII, n° 37 del 7 maggio 1895). Le versioni sul triste destino de Il supremo convegno sono differenti, ma tutte sono concordi sul fatto che, dopo aver lasciato Venezia, un incendio lo ridusse in cenere.

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

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