ArtShaker #21: i volti dell’iconografia paleocristiana, parte II

«Il suo [di Costantino] carattere è stato formato secondo il divino originale del sovrano supremo e la sua mente riflette come in uno specchio lo splendore della virtù di Dio. Perciò il nostro imperatore è perfetto in discernimento, bontà, giustizia, coraggio, pietà e devozione a Dio»

Eusebio di Cesarea

«[I soldati] giurano per Dio, per il Cristo, per lo Spirito Santo e per la maestà dell’imperatore che subito dopo Dio deve essere venerato e adorato dal genere umano. Perché all’imperatore, appena ha ricevuto il nome di Augusto, sono dovute una fedele devozione e una sottomissione senza fallo come a un dio fisicamente presente. È in effetti Dio che aiuta un civile o un soldato, quando egli fedelmente rispetta colui che regna per volontà di Dio»

Publio Flavio Vegezio Renato, L’arte della guerra, V sec. d. C.

Riparte da qui la nostra esplorazione delle espressioni iconografiche dell’età paleocristiana, un percorso intrapreso nell’appuntamento n° 17 di ArtShaker e sospeso con la promessa di un secondo viaggio. Nella prima parte di questo approfondimento la figura velata d’ambiguità dell’imperatore Costantino, che regnò nel IV sec. d.C., è stata la nostra guida e chiave di lettura per la comprensione di alcuni tratti fondamentali dell’epoca paleocristiana come periodo storico e come ambito figurativo. Ci siamo avvicinati al linguaggio simbolico delle immagini riferibili ai primi secoli del cristianesimo, alle origini religiose e sociali di alcune scelte iconografiche fondamentali come quelle del simbolo della croce, del monogramma di Cristo o del “pesce” come rappresentazione cristologica. Ci siamo lasciati alla fine dell’articolo con la delineazione dei tre termini fondamentali per la comprensione dell’iconografia paleocristiana, la discontinuità, l’eclettismo e la continuità. In questo secondo e ultimo incontro dedicato a questo tema ci muoveremo appunto sulle tracce del concetto di continuità all’interno delle manifestazioni figurative del cristianesimo, intrinsecamente legato anche a quello di eclettismo.


Costantino e le fonti dell’epoca sono anche stavolta il nostro tramite, il ponte tra la nostra forma mentis e quella dei primi secoli successivi alla nascita di Gesù. È ancora Eusebio di Cesarea – vescovo di origine greca e biografo di Costantino – a dimostrarci quanto questo momento storico sia stato un periodo di transizione, quindi anche di continuità, per l’Impero Romano. Uno dei concetti filosofici e religiosi alla base della politica imperiale era sempre stato il culto della figura dell’imperatore insieme a quello della dea Roma: l’imperatore poteva subire un processo di divinizzazione dopo la sua morte tramite la cosiddetta apoteosi – cerimonia che simboleggiava la sua ascensione al cielo, la creazione di una sua raffigurazione da venerare e di templi a lui dedicati – divenendo vero e proprio oggetto di culto, ma in realtà questa aura sacrale gli era conferita già in vita. A causa dei precetti religiosi del paganesimo egli non poteva essere considerato un vero e proprio dio in terra, ma dai cittadini veniva onorato il suo genius, il suo nume tutelare e il suo spirito vivente. Questa tradizione si rifletteva ad esempio nel valore intrinseco attribuito alle raffigurazioni del sovrano presenti a Roma e soprattutto dove egli non poteva essere visto frequentemente di persona, ad esempio nelle province più lontane: le riproduzioni, spesso scultoree, trasmettevano la presenza viva dell’imperatore, che tramite esse vigilava come fosse realmente presente in ogni luogo. Per questo motivo queste venivano profondamente rispettate e venerate.

Con l’avvento del Cristianesimo questo ideale entrò in crisi per ovvie ragioni: i cristiani non potevano accettare di adorare altri che l’unico Dio. Era dunque necessaria una mediazione, una trasposizione filosofica e dogmatica del culto imperiale, e la citazione di Eusebio ci mostra proprio in che modo questo concetto si sia evoluto senza poter essere del tutto trasformato ancora per diversi secoli, sopravvivendo anche a Costantino ed anzi subendo un forte revival con gli imperatori bizantini come vedremo in seguito. Eusebio ci dice che Costantino è stato «formato secondo il divino originale del sovrano supremo» ed è «specchio» della perfezione di Dio stesso: l’imperatore si trasforma da divinità in potenza – o comunque figura suprema da venerare quasi come un dio – a riflesso del potere insuperabile dell’unico Dio, un prescelto, emanazione della sua volontà e dell’ordine da Lui costituito. Il passo di Vegezio – scrittore attivo poco dopo il regno di Costantino, tra il IV e il V sec. d.C. – evidenzia inoltre quanto fosse ancora presente e forte l’idea di culto imperiale com’era stato fino a pochi decenni prima. Egli riporta il giuramento effettuato dai soldati romani, che si esplica secondo due strade che possono sembrare persino opposte: prima essi giurano per Dio e la Trinità, seguita dall’imperatore che va venerato «subito dopo Dio», qui in accordo con l’espressione di Eusebio. Ma in seguito Vegezio spiega che all’imperatore «sono dovute una fedele devozione e una sottomissione senza fallo come a un dio fisicamente presente», ricollegandosi piuttosto al vero e proprio culto imperiale come divinità “fisicamente presente” in vita, quasi contravvenendo ai principali dogmi del cristianesimo. Questo caso attesta in modo evidente che il cristianesimo non poté definirsi una cesura netta col passato dell’impero, che in ogni campo sociale – religioso, politico, artistico – una vena di continuità era presente ed anche necessaria per il mantenimento dell’ordine costituito. Il termine più adatto a definire questa situazione è in effetti sincretismo, una fusione di elementi di diversa matrice – qui ellenistico pagani e cristiani – molto forte soprattutto nel III e IV secolo.

Mosaico con Vendemmia Mistica, Mausoleo di Santa Costanza, Roma (350 d. C. circa), credits

Sul piano figurativo ciò si esplicita spesso in una cristianizzazione di raffigurazioni mutuate dalla mitologia ellenistica e romana, come anche di alcune festività e riti ai quali accennavamo nell’articolo dedicato alla prima parte di questo percorso. Il carattere di culto misterico che impregnava il cristianesimo permise di creare una connessione con pratiche pagane dello stesso genere, come i culti dionisiaci: il nesso fra questi e il rito dell’eucarestia è evidente nel riuso e trasformazione della simbologia del vino e della vite, osservabile ad esempio nel mosaico con la Vendemmia Mistica del Mausoleo di Santa Costanza a Roma (350 d.C. circa). Questo processo tocca anche la liturgia battesimale associata invece ai precedenti culti delle acque, spesso mostrati anche dai cristiani con un’iconografia animale apposita, come quella del cervo che si abbevera alla fonte visibile nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, V sec. d.C.

Mosaico con Cristo Helios, Mausoleo dei Giulii nella necropoli vaticana, Roma (III sec. d. C.), credits

Un’ulteriore trasposizione è subita dal culto del dio solare Helios – che ricordiamo era proprio la divinità alla quale Costantino era stato più devoto – confluito nella figura appunto di Cristo Helios, giovane e circondato dai raggi solari, mostrato probabilmente sul carro del sole in un mosaico del Mausoleo dei Giulii nella necropoli vaticana a Roma (III sec d.C.). Alcune figure e scene ricorrenti nella produzione pagana di cui i cristiani si appropriano si possono ritrovare anche nella decorazione dei sarcofagi, molto spesso provenienti da botteghe che producevano per una committenza sia pagana che cristiana. In essi Gesù è per un certo periodo rappresentato come Cristo Apollineo, molto giovane e senza barba, e viene anche trasposta la tipica iconografia del filosofo utilizzata ora per i santi o gli evangelisti, spesso anziani e con la barba. Un ultimo esempio di continuità col passato pagano – e ce ne sarebbero ancora molti – è visibile nelle famose scene riguardanti le stagioni, il lavoro dell’uomo e i mesi dell’anno, simbologia che sarà molto cara all’epoca medievale e verrà utilizzata in moltissimi casi soprattutto per la decorazione scultorea delle cattedrali.

Scena della lotta fra il Gallo e la Tartaruga, mosaico pavimentale della basilica di Santa Maria Assunta, Aquileia, IV sec. d. C., credits

Una tematica alla quale avevamo già accennato in precedenza è quella del significato simbolico attribuito agli animali. Quando ai cristiani viene concessa la libertà di espressione e il loro linguaggio figurativo diventa più ricco e narrativo, essi continuano ad usufruire delle raffigurazioni animali conferendo loro contenuti ancora più complessi e di ampio respiro. Il pavone ad esempio è immagine del paradiso, in quanto secondo la leggenda gli fu permesso di mantenere intatte e pure le proprie membra dopo la morte; il cervo, come già detto, è spesso simbolo del rito battesimale perché è rappresentato mentre si abbevera ad una fonte; la fenice rievoca il concetto di resurrezione evidentemente perché essa può rigenerarsi dalle proprie ceneri; un gallo e una tartaruga che si affrontano sono uno dei molti modi di rappresentare la lotta fra il bene e il male, in quanto il gallo assurge a simbolo cristologico e la tartaruga viene collegata al maligno come tutti gli animali striscianti. Un magnifico esempio ancora visibile di questa iconografia è il mosaico pavimentale della Basilica di Santa Maria Assunta ad Aquileia, risalente al IV secolo, una vera e propria summa di quanto detto finora riguardo un cristianesimo eclettico e in continuità col paganesimo, riguardo la simbologia degli animali e molto altro: vi si trova la lotta fra il gallo e la tartaruga, immagini delle stagioni, la raffigurazione del pesce come Iesus Christòs Theu Yòs Sotér (Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore), altre figurazioni animali o di scene mitologiche cristianizzate, e un’altra trasposizione riguardante Gesù, cioè l’immagine del Buon Pastore. Cristo guida il proprio “gregge mistico”, i fedeli, ed è qui rappresentato come il giovane pastore con la pecorella smarrita sulle spalle: figura che ci riporta subito alla memoria addirittura il Moscoforo, scultura greca di età arcaica (570-60 a.C. circa) raffigurante un offerente che trasporta sulle spalle un vitello sacrificale.

Scena del Buon Pastore, mosaico pavimentale della basilica di Santa Maria Assunta, Aquileia, IV sec. d. C., credits

Un particolare iconografico interessante – che ci permetterà di concludere questo excursus ritornando alla figura imperiale – è la storia del nimbo, detto oggi comunemente aureola (sebbene i due termini non siano del tutto coincidenti). L’origine del nimbo non ha nulla a che vedere con la religione cristiana, è invece collegata alla ritrattistica: esso era usato per indicare il ritratto di personaggi importanti ed aristocratici, e successivamente degli imperatori. Questa iconografia va fatta risalire all’età repubblicana, in cui i ritratti plastici degli avi conservati all’interno delle case romane venivano posizionati su un clipeo circolare. Successivamente questa usanza venne applicata anche ai ritratti pittorici, e in epoca imperiale il nimbo fu sempre più utilizzato per indicare la presenza viva dell’imperatore nelle sue riproduzioni figurative, collegate appunto al culto della sua persona divinizzata. Dal V-VI secolo d.C. questo linguaggio si codifica e successivamente si fonde con quello cristiano, partendo dall’oriente: ha inizio il culto cristiano delle immagini, soprattutto dei martiri e santi. La testa è la parte del corpo maggiormente venerata che, unita al nimbo, darà origine alle cosiddette icone cristiane, generando una devozione molto sentita fra i fedeli che vi ravvisavano la presenza stessa del santo, com’era stato per l’imperatore. Ciò porterà poi alla crisi iconoclasta, in quanto parte della Chiesa osteggiava questo genere di adorazione tendente all’idolatria. Il significato di santità del nimbo comunque nascerà più tardi, dato che la sua vera origine riguardava semplicemente la tradizione ritrattistica. Nelle figurazioni dei primi secoli è anche possibile trovare un nimbo quadrato o uno circolare: quello quadrato designava una notabile personalità ancora in vita – in quanto il quadrato era simbolo legato alla terra – come un vescovo ad esempio, mentre quello circolare era usato per un personaggio defunto – dove il cerchio è simbolo del cielo e del paradiso – e già sacralizzato.

Giustiniano e il suo seguito, mosaico absidale, basilica di San Vitale, Ravenna, 546-48 circa, credits
Teodora e il suo seguito, mosaico absidale, basilica di San Vitale, Ravenna, 546-48, credits

Questo ci riporta al concetto di divinizzazione dell’imperatore in quanto – con un salto di qualche secolo rispetto a Costantino e con un Impero Romano profondamente mutato – possiamo oggi osservare una raffigurazione imperiale straordinaria nei mosaici absidali della Basilica di San Vitale a Ravenna con Giustiniano e Teodora (546-48 d.C. circa). I due regnanti si fanno persino effigiare con notevole ardire nel punto più sacro della chiesa, l’abside appunto, e il loro capo è visibilmente circondato da un nimbo circolare sebbene fossero ancora viventi. L’imperatore e la consorte sono tornati in un certo senso ad applicare il culto imperiale, sebbene in versione cristianizzata in quanto il nimbo qui non è utilizzato per significare la loro santità, ma il loro ritratto e presenza viva a Ravenna. Giustiniano e Teodora sono imperatori bizantini, l’Impero Romano d’Occidente era caduto nel 476 d.C. e solo l’Oriente rimaneva ormai come baluardo dell’antico potere. Giustiniano sarà uno degli ultimi a tentare una ricostituzione totale dell’Impero, la sua autorità assoluta e sacra di sovrano orientale – zona nella quale potere temporale e spirituale tendevano a sovrapporsi molto più che in Occidente – andava sottolineata a Ravenna, roccaforte del suo dominio in Occidente.

La storia di questo dominio ci spingerebbe verso terreni appartenenti ad un contesto completamente diverso, sarà dunque meglio fermarsi alla superficie.

Articolo pubblicato da Alessandra Ciotti

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