ArtShaker #22: Antonio Fontanesi, Aprile, 1872-73

La famosa nuvola nera dell’Aprile, d’un ardire e d’una drammaticità
che fan pensare al genio chiaroscurale di Rembrant,
il famoso albero dai tragici tre rami divaricati in cui
qualcuno scorse l’errore fondamentale di questo quadro
senza accorgersi che esso ne è la nota forte.

Marziano Bernardi, 1932

L’Aprile era stato dipinto da Antonio Fontanesi durante l’inverno 1872-73 sulla tela che rappresentava il Mattino, quadro esposto all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Parma nel 1870 e prontamente acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per essere poi donato al Museo Civico di Torino. Alla chiusura della mostra l’artista aveva ritirato la tela per operare delle modifiche affinché “apparisse degna di lui nella Galleria della città dove da ormai un triennio era insegnante di paesaggio nella massima scuola d’arte”. A rifacimento concluso, nel 1873 il quadro veniva esposto all’Esposizione Universale di Vienna, ma con un nuovo titolo: Aprile. “Il sentimento dell’aprile” così lo definisce Celanza nel 1911 parlando del quadro dove il “sole, oggetto di ansioso anelito all’animo ispirato, non brilla puro e smagliante; lo si indovina, lo si sente, ma una nube «nera, funesta nube» ci impedisce di ricevere direttamente il conforto dai suoi raggi”.

Antonio Fontanesi, Aprile, 1872-73, olio su tela
Torino, Galleria civica d’Arte Moderna e Contemporanea, credits

L’autore, Fontanesi, nasce a Reggio Emilia nel 1818. Nel 1848 si rifugia per ragioni politiche a Lugano e dal 1850 al 1865 fissa la propria dimora a Ginevra. Dopo un apprendistato presso Alexandre Calame, egli si accosta alle novità del naturalismo di Camille Corot e dei protagonisti della scuola di Barbizon, in particolare Constant Troyon e Charles-Francois Daubigny. Nel 1861 ottiene un importante riconoscimento alla prima Esposizione Nazionale a Firenze per la Quiete. Tra il 1865 e il 1866 è a Londra, dove approfondisce la pittura di Turner. Rientrato in Italia l’artista va prima a Firenze e poi a Lucca, dove nel 1868 è nominato professore di figura all’Accademia di Belle Arti, ma già l’anno dopo si trasferisce a Torino. Qui dall’8 gennaio è professore di paesaggio presso la Reale Accademia di Belle Arti. Per due anni – dal 1876 al 1878 – lascia la città sabauda perché assunto come professore all’Accademia di Belle Arti in Giappone. Tornato a Torino morirà nella notte fra il 16 e il 17 aprile 1882 nel suo appartamento di via Po, a causa dell’idropisia contratta in Oriente.

Il grande interprete della poesia della natura verrà avversato da una grande sfortuna critica, sia tra i critici suoi contemporanei che tra i successivi. La lettura inesatta causa uno sminuimento della sua opera e una totale incomprensione della portata delle sue novità. La nuova stesura pittorica, irregolare per l’uso di pennelli a setole grosse e la resa di una luce non naturale provocano uno smarrimento che si pone all’origine di giudizi severi. I critici sono disorientati dal suo modo di dipingere, non trovano nelle sue tele, e rubiamo qui le parole a Federico Pastoris “il ritratto fotograficamente dettagliato della pianta, del sasso o dell’erbetta” (1864). Clementi nel 1863 cerca infatti invano “nei repertori di botanica” la specie cui appartiene uno degli alberi del Vespro con lo stesso criterio con cui Bersezio nel 1873 affermerà che “nessun villico vorrebbe aver nella sua stalla con quelle forme impossibili” i due buoi del Lavoro. Un altro motivo di incomprensione nasce dall’uso non convenzionale e apparentemente improprio del colore. È noto che tale libertà di linguaggio farà diffondere l’idea che l’artista fosse incapace di disegnare. Tra quelli schierati in prima fila contro questo nuovo modo di fare pittura erano gli esponenti del mondo accademico, arroccato su posizioni decisamente tradizionaliste. A ciò va aggiunta la svalutazione a cui era condannata la pittura di paesaggio, soprattutto in Piemonte dove la tensione ideale, patriottico-dinastica e unitaria è particolarmente sentita e sostenuta da parte ufficiale. Nel Piemonte risorgimentale la tematica storica è a lungo opposta eticamente a quelle del genere e del paesaggio, ree di non assolvere al compito principale delle opere d’arte: trasmettere valori.

Antonio Fontanesi, Solitudine, 1875, olio su tela
Reggio Emilia, Musei Civici del Palazzo dei Musei, credits

Di contro i riconoscimenti delle qualità pittoriche dell’emiliano sono ribaditi negli ambienti che si muovono in direzioni nuove e moderne: i Macchiaioli in primis. In seguito saranno i giovani più promettenti, i pittori simbolisti a comprendere la pittura del maestro, come testimonia l’attenzione di Pellizza da Volpedo per il dipinto Solitudine esposto alla prima grande mostra del 1892, a dieci anni dalla morte di Fontanesi.

Dettaglio dell’albero da Aprile di Antonio Fontanesi, 1872-73

Nell’Aprile si coglie già quello che diventerà il topos della “questione fontanesiana” : la solitudine. Una solitudine che serpeggia nella vita, nel lavoro, nella proverbiale diffidenza della critica e nelle opere, e che si proietta dopo la sua morte nella valutazione dei posteri. L’albero cupo e spoglio, la pianticella sfiorita a destra, l’ampio prato che si perde lontano all’infinito, il cielo azzurrino sul quale pesa la gravezza della nuvola scura che spande un’improvvisa tristezza, creano un insieme di sensi incerti e ansiosi. L’atmosfera è tremante, languida e severa. Tutto è reso con una finezza estrema nelle vibrazioni, nei rapporti di chiaro e di scuro. Un incantevole equilibrio che viene bruscamente interrotto dall’albero nero, dove la luce e l’ombra trovano un’attuazione violenta.

Antonio Fontanesi, Novembre, 1864
Torino, Galleria civica d’Arte Moderna e Contemporanea, credits

Proprio il tema della solitudine è stato più volte indagato nelle opere dell’artista. A Reggio Emilia, città natale di Fontanesi, si conserva Solitudine (1875), tela che riprende la composizione di un quadro precedente: Novembre del 1864. Il motivo è il medesimo: un vasto paesaggio naturale fa da cornice ad una pastorella seduta su un sasso, con il capo coperto da un cappello di paglia a tesa larga. Il senso di solitudine è accentuato dai rami spogli di un albero che le sta accanto. Il vasto cielo abbraccia la scena e la figura umile oppressa dalla sua condizione che riflette quella dell’autore.

Oggi, a cent’anni dalla nascita di Antonio Fontanesi, studi, mostre e riconoscimenti vari hanno reso il giusto onore alla figura di questo artista, liberandolo dall’incomprensione e soprattutto dalla sua condizione di solitudine.

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

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