ArtShaker #25: Luigi Ontani, Terza Grazia del Dado d’après Tintoretto, 1975

Mentre c’è tutta una storia di performance che vivono di dinamica di un accadimento che sia ginnico, che sia atletico, di progressione ‘verso’, io scelgo la fissità.

Con queste parole Luigi Ontani descriveva la propria personalissima visione della Body Art, in netta controtendenza rispetto all’azionismo tipico di tante performance della stessa corrente artistica imperante in quegli stessi anni. Se da un lato la Body Art – e gli artisti che la nutrirono e la generarono – aveva come presupposto fondante il porre al centro dello spazio d’azione il corpo, in Ontani il movimento e qualsiasi interazione con esso – in breve, qualsivoglia azione – vengono in un certo senso negati. La staticità è quindi uno dei tratti caratterizzanti dell’opera dell’artista di Vergato, il quale agli inizi degli anni Settanta analizza tale fenomeno attraverso una ricerca che si fonda secondo due modalità operative: i cosiddetti Tableaux Vivants, nei quali Ontani si esibisce in pose statiche dal vivo e i D’Après, opere a carattere perlopiù fotografico attraverso le quali l’artista omaggia i maestri del glorioso passato dell’arte italiana, soprattutto d’ambito rinascimentale. Appartenente a quest’ultima categoria di opere è Terza Grazia del Dado d’après Tintoretto del 1975.

Luigi Ontani, Terza Grazia del Dado d’après Tintoretto, 1975
Fotografia a colori con cornice rivestita in oro zecchino, 220 x 135 cm, collezione privata

In quest’opera l’artista si ispira allo stile del celebre maestro veneziano, mutuandone una postura di chiara accezione manierista, accentuata dal proprio corpo nudo tra panneggi di stoffa rossa e dallo sfondo neutro. In questa configurazione di spiccato gusto citazionista Ontani rimane perfettamente riconoscibile e l’opera diviene quindi un autoritratto contemporaneo capace di dialogare con l’arte e i personaggi del passato senza sminuirli né prevaricarli. Un atteggiamento, questo, che si esplica nella peculiarità del suo fare arte. Ontani infatti sceglie di realizzare le fotografie delle proprie performance rigorosamente a colori, rinunciando al carattere prettamente documentario che esse avevano solitamente nei confronti delle performance.

Quell’azione, che poi diventa fotografia la immagino immediatamente a colori […] la drasticità concettuale non fa parte della mia personalità; io oso un’altra prospettiva, che è quella dell’amore per la pittura.

Un sentimento di puro amore lega indissolubilmente l’arte di Luigi Ontani con quella del passato, nella quale il colore ha un ruolo protagonista e, come le opere dei maestri rinascimentali, le fotografie generate dalle performance statiche sono a tutti gli effetti pezzi unici, mai ristampati, realizzati in sorprendenti gigantografie. La grande dimensione dell’immagine, che restituisce in scala reale la performance, aumenta l’effetto straniante provocato dalla sinergia tra un’impostazione formale classica e l’intrusione tutta contemporanea ed estremamente reale del corpo dello stesso Ontani. Con questa e altre opere dello stesso periodo l’artista esplorò per la prima volta una certa sfrenata accessibilità della storia, delle arti e delle culture in senso trans-geografico e oltre qualsiasi concetto spazio-temporale. Così facendo, l’artista anticipò di diversi anni l’atteggiamento tipicamente postmodernista che contraddistinse le pratiche artistiche degli anni Ottanta, connotate da una maggiore libertà di assemblaggio tra elementi artistico-culturali appartenenti a diverse epoche, del passato come del presente, secondo una volontà citazionistica che è uno dei tratti caratterizzanti del sentire postmoderno.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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