André Aciman, “Chiamami col tuo nome” (Recensione)

Vi capita mai di tentare in tutti i modi di ritardare la lettura di un libro perché vorreste che non finisse mai? A me succede raramente, eppure qualche volta, a dispetto della mia ‘famosa’ voracità di lettura, mi sorprendo a escogitare qualsiasi stratagemma volto a rallentarla, come leggere nel frattempo altri romanzi e racconti, dedicarmi ad altro e, ogni tanto, ritrovare proprio quel libro di cui letteralmente finisco per centellinarne le pagine. Tutto ciò mi provoca un certo turbamento – lo confesso, non ci sono abituato – ed è proprio quello che mi è accaduto con Chiamami col tuo nome di André Aciman, che ho voluto leggere diverso tempo dopo aver visto l’omonimo adattamento cinematografico realizzato da Luca Guadagnino.

Non mi dilungherò nel raccontare la trama del romanzo, che credo sia stata sviscerata molto e meglio in precedenza da altri recensori più o meno noti. Piuttosto, vorrei rendervi partecipi di quelle che sono state le mie impressioni nel corso della lettura, sia mettendo a paragone il romanzo con la relativa opera cinematografica, sia considerandolo nella sua autonomia.

Come spesso succede nei lavori di riadattamento cinematografico, l’opera letteraria originaria viene necessariamente riletta e reinterpretata per adeguarla al fluire narrativo tipico del film. Per questo motivo, pagine e pagine di descrizioni e sensazioni finiscono per essere condensate in altre di matrice narrativa, in un prodotto finito – il film  – che a ben vedere acquista una propria autonomia rispetto a ciò che lo ha originato – il libro. In tal senso Guadagnino ha operato in maniera piuttosto massiccia, reinterpretando e riscrivendo addirittura l’opera di Aciman, adeguandola al meglio per il grande schermo. Questa rilettura cinematografica ci ha un po’ tutti sorpresi e turbati: non si può negare a Guadagnino di esser stato maestro generatore di immagini e sequenze ad alto tasso emozionale. Ma cosa si potrebbe dire del romanzo, l’opera alla quale il film si ispira? Sin dalle prime pagine, Chiamami col tuo nome si contraddistingue per essere una sorta di memoir di Elio, il protagonista più giovane della storia, che in un vorticoso e a tratti singhiozzante flusso di coscienza recupera man mano i ricordi di quella magica estate immersa negli anni Ottanta. Tale azione suggerisce il tratto distintivo dell’intero romanzo, uno stile narrativo profondamente intimistico e interiorizzante, col quale il lettore deve fare i conti. Effettivamente, a causa di questo stratagemma letterario, l’approccio alla lettura delle prime pagine del romanzo sembra protrarsi con qualche difficoltà: pur essendo un invito a cuore aperto per conoscere il racconto di un’estate speciale, tutta una serie di iniziali flashback continuamente smentiti, revisionati e corretti da Elio stesso, sembrano trattenere il dispiegamento della forza narrativa del romanzo. Sicuramente un espediente letterario non ortodosso, che per essere apprezzato necessita una lettura attenta e un certo grado di empatia. La prima sezione del romanzo infatti è tutta concentrata sulle sensazioni e gli stati d’animo di Elio, che occupano la maggior parte delle pagine, inframezzando alcune, brevissime sezioni di svolgimento narrativo vero e proprio. Grazie a queste pagine così introspettive Aciman ci vuole far partecipi di un mondo in cui l’emozione, il pensiero e lo stato d’animo sono in tutto e per tutto protagonisti, ben oltre i personaggi stessi. Essi creano un mondo parallelo, nel quale si agganciano indissolubilmente agli oggetti di una personalissima quotidianità, sospesa e oppressa dalla caligine estiva. Per questo Chiamami col tuo nome offre una visione alternativa del quotidiano: un mondo fatto di oggetti e luoghi, una camicia, un costume da bagno, una piscina, che divengono irriducibili emanazioni del nostro spirito e del nostro sentire.

Una volta preparato un terreno del genere, l’autore inizia a coltivare il vero e proprio cuore della narrazione, che assume un ruolo preponderante solo nella seconda parte del romanzo. Tuttavia anche qui i sentimenti e le sensazioni di Elio mantengono una posizione di spicco. A questi viene sottilmente affiancato un sentore costante di una ‘fine’, coincidente a volte con quella dell’estate e delle vacanze, altre volte dell’inevitabile relazione così difficilmente costruita col fuggevole e scostante Oliver. In questa seconda e ultima parte del romanzo infatti leggiamo del dispiegarsi della relazione tra Elio e il giovane professore americano, avvertendone le varie difficoltà, la mancanza di tempo ma anche tutta la travolgente e inimitabile passione ideale, che solo i sentimenti forti e genuini possono maturare in così breve tempo. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto il lettore assieme ai protagonisti si avvia verso l’inevitabile commiato finale, in un’estate che volge al termine, già contaminata dai primi monsoni che suggeriscono l’arrivo dell’autunno. Ma ciò che più sorprende – soprattutto chi, come me, ha visto prima il film e poi ha letto il libro – è che l’opera di Aciman non si conclude con una scena ‘invernale’, come nel caso del film di Guadagnino dove il giovane Elio deve scendere a patti con un’incontrovertibile verità. Il romanzo continua nel raccontarci della sua vita, dell’elaborazione del proprio dolore, del suo diventare un uomo, fino a quando la sua strada non si incrocerà nuovamente con quella di Oliver. Malgrado tutti gli anni trascorsi e gli eventi accaduti, gli sembrerà non sia passato nemmeno un secondo. Sarà così anche per il lettore, che non sentirà il peso delle pagine già lette, e apprezzerà la chiarezza con cui Aciman gli ha raccontato di sentimenti ed emozioni universali, in grado di parlare a chiunque, a prescindere dal proprio orientamento sessuale.

Chiamami col tuo nome è un romanzo che va coccolato, letto con calma e pazienza per essere apprezzato. In esso ci viene proposto un mondo altro dal nostro, fatto di sessioni di limonate per combattere l’afa dell’estate, di passeggiate in bicicletta anche nelle ore più calde e riflessioni sulla vita e su sé stessi a bordo piscina. Un mondo che per qualche strana ragione sembra essere migliore della vita reale, tanto da farcela dimenticare per un po’. Aciman ha scritto un libro che non intende trattare furbescamente di un amore e un desiderio diversi – quelli tra due uomini – ma dell’Amore e del Desiderio, condizioni universali e neutre, senza alcun vincolo di genere. Con una delicatezza difficilmente rintracciabile altrove, l’autore ci consegna un romanzo che parla di due anime oltre i corpi e oltre il tempo, destinate a rimanere legate, nonostante tutto, a rincorrersi, perché ognuna di esse in fondo si chiama col nome dell’altra.

Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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