ArtShaker #28: Carlo Bonatto Minella, Giuditta, 1877

Le tempre più originali e più promettenti,
le nature più delicate ed espressive
furono falciate a metà giornata.

Enrico Thovez

In pochi, anzi in pochissimi, fuori dal Piemonte, avranno avuto occasione di imbattersi in Carlo Bonatto Minella: in quanto pittore piemontese dell’Ottocento la sua “fortuna” sarebbe semplice e rapida da delineare, dal momento che si riassume in una scarsa serie d’interventi critici. Eppure in questa storia un fattore ben più grave dell’essere un piemontese ha determinato il progressivo oblio: l’artista scomparve pressoché ragazzo a causa della tisi che aveva da tempo minato il suo corpo, lasciando un corpus minimo di opere, tutte compiute durante l’alunnato all’Accademia.

Carlo Bonatto Minella, Andrea Vesalio che studia anatomia, 1875
Torino, Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Belle Arti (credits)

Carlo Bonatto Minella nasce il 16 agosto 1855 a Frassinetto Canavese (Torino), piccolo comune montano, da una famiglia umile. A quattordici anni riesce ad entrare all’Accademia Albertina di Torino, dove diventa allievo di Enrico Gamba e Andrea Gastaldi. Dopo poco tempo si distingue vincendo concorsi e esponendo alla Società Promotrice di Belle Arti opere prevalentemente di figura di soggetto biblico, orientale e sacro. Nel 1876 vince il Premio Triennale di Pittura per Andrea Vesalio che studia anatomia e il consiglio accademico decide di esporlo alla Promotrice; l’anno successivo sarà la volta di Giuditta e poi ancora della Religione dei trapassati, indicato come ultimo dipinto compiuto dall’artista. Morirà infatti il 6 giugno 1878 a soli ventitré anni.

Carlo Bonatto Minella, La religione dei trapassati, 1878
Torino, GAM (credits)

Una delle opere più incantevoli e poetiche è sicuramente Giuditta che dalle mura di Betulia si presenta al popolo, meglio nota come la Giuditta, oggi conservata alla GAM di Torino. Firmata e datata 1877, la tela di medio formato è realizzata con un taglio che suggerisce le vaste dimensioni dei quadri storici dei maestri. Sono chiaramente percepibili le premesse accademiche sulle quali si stava formando il giovane pittore, ma ancora più visibile è la volontà di superarle con l’intenzione di portare in scena il valore morale del fatto biblico. Giuditta torna nella città di Betulia da tempo assediata dagli Assiri, dopo aver decapitato Oloferne, loro generale.

Carlo Bonatto Minella, Giuditta che dalle mura di Betulia si presenta al popolo, 1877, Torino, GAM (credits)

Bonatto Minella colloca l’eroina e la sua ancella su una scalinata: la prima è isolata in alto in un atteggiamento che suggerisce fierezza e dignità, la seconda si raccoglie avvolta da un mantello stellato su un gradino più in basso. Luigi Mallè parlava di una “silenziosa ed emanante presenza di persone dall’animo sospeso”. La scena è difatti immersa in un clima irreale, rarefatto e pacato. Nulla disturba il momento, non c’è alcun gesto di platealità nei due personaggi: Giuditta ha una mano sul petto, con l’altra si regge il vestito, mentre l’ancella poggia delicatamente la testa su una mano guardando verso un punto che va oltre lo spazio del dipinto. Nessuna attenzione è dedicata al sacco riposto su uno dei gradini, dal quale si intravede la testa coronata di Oloferne. Nessuna ostentazione dell’aspetto macabro.

L’ambientazione sospesa e quasi surreale è ricreata dall’artista grazie a un accentuato colorismo smaltato e ai diversi particolari descrittivi che fanno pensare ai preraffaelliti inglesi. L’occhio dell’osservatore è invitato a soffermarsi sulla scalinata animata dalle figure e dal sacco decorato, sui mosaici che muovono la colonna e la parete, sul fregio merlato con la teoria monocromata dei personaggi babilonesi, sulle vetrate ornate. Tutto è conferito dal purismo di un disegno rigoroso. Le due donne si costruiscono su un’estrema delicatezza di forme, sulla grazia delle movenze semplici sottolineate dai morbidi drappeggi che fanno quasi percepire i fruscii delle sete. Ogni cosa si lega con un gioco di trapassi pittorici che conferisce al dipinto un’unità lirica magistrale.

La preziosità della resa pittorica ricorda un’opera eseguita l’anno precedente e oggi conservata in collezione privata: La figlia di Sionne (1876) che ha già quegli elementi che si ritroveranno nella Giuditta, dai gioielli preziosi ai tessuti decorati, ai fregi e intagli sulla parete e sul cassettone che fanno da sfondo alla figura ripresa di profilo.

Carlo Bonatto Minella, La figlia di Sionne, 1876
collezione privata (credits)

Bonatto Minella era poverissimo, Antonio Stella aveva scritto “egli fu un vero bohémien” per sottolineare la vita sacrificata vissuta ai margini della società, la miseria dalla quale si era però riscattato grazie al riconoscimento e all’apprezzamento dei suoi maestri. Come spesso accade, dopo alcuni decenni dalla morte racconti di vicende decisamente romanzate hanno inserito la sua breve esistenza in un intreccio di leggende con diverse versioni sul suo arrivo in Accademia e sulle violenze verbali e fisiche operate dai compaesani. Qualcuno addirittura insinua che la morte non sia stata causata dal rapido declino fisico…

Ciò che senza dubbio è accaduto è che una vera grandezza artistica è stata stroncata. Un amaro rimpianto si è diffuso tra i suoi contemporanei, che avevano colto le grandi potenzialità del giovane artista. Un rimpianto che riecheggia ancora oggi tra i pochi, troppo pochi, che conoscono l’arte di Carlo Bonatto Minella.

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...