ArtShaker #30: Beverly Pepper, The Todi Columns, 1979/2019

“Mi sento e vedo. Le cose cadono dalla mia mente alle mie mani.”

Beverly (Stoll) Pepper

Svettanti nel punto più alto della città di Todi, al culmine di un tortuoso percorso che inizia presso la bramantesca basilica di Santa Maria della Consolazione, quasi a mostrare la promessa ascensione di una traiettoria pellegrina, le The Todi Columns dell’artista americana Beverly Pepper.

Spesso definite monolitiche ma invero gradualmente longilinee nella riedizione del 2019, le quattro colonne – alte dagli 8 ai 12 metri – che Bev (così come la chiamavano i saldatori di Piombino) lascia al borgo umbro, sfidano la pesantezza della materia ferrosa per tuffarsi nell’immensità del cielo, ritagliato da un contorno di chiome verdi. Una spazialità tribale colta nell’atto di alzare lo sguardo verso la cima che si riproietta in basso, al livello dei piedi, ormai entrati in una zona sacra, delineata dai quattro punti corrispondenti ai corpi rossicci: presenze delimitanti una sfera iniziatica, volumi rassicuranti, monumenti di sosta e d’ancoraggio; e infine legami tra il basso e l’alto quasi come a ricordare quella famosa rispondenza kantiana – ma soprattutto umana – tra la legge interiore dell’uomo e l’infinito cielo stellato al quale tende nella consapevolezza della finitudine fisica.

Così la materia che presenzia i materiali impiegati dall’artista, diviene il manifesto di un’entità panica, emersa dal nucleo generativo del Mondo e chiamata a partecipare alla vita cosmica, raccontandone l’evoluzione e le frequenze. E ciò solo grazie a chi la sa ascoltare, modellandola senza snaturarla; decodificandola senza capovolgere o addirittura gerarchizzare i rapporti tra l’artigiano e la datità delle cose. Allora anche la corteccia di questi tronchi di ferro, così non trattata e naturale (in Cor-ten), svela la contingenza a fondamento della Verità… della Realtà, laddove diviene l’epidermica testimonianza dell’azione del Tempo.

Il parco di Beverly Pepper a Todi (credits)

E’ qui che l’operazione di Pepper trova riconoscimento nella definizione più ampia di Arte site specific, che nella specificità del caso restituisce coscienza storica alla città di Todi, primo vero scenario – nel ’79 – delle stesse Colonne. Di fatto, allineata ad altri nazionali progetti artistico-urbanistici del suddetto decennio, la cittadina promuoveva Sculture nella Piazza tra i ghigni e i musi di un pubblico ancora vergine all’invasione creativa nei luoghi nevralgici della comunità. E di cui solo oggi forse, può apprezzarne la vocazione simbolica e associativa che dalla narrazione dell’uno si sposta al gruppo e torna al Tutto come somma delle sue parti o forse di più.

Beverly Pepper, The Todi Columns, 1979/2019, Todi, Piazza del Popolo
(credits)

Una regia concettuale che trova radici nel sentimento d’affetto e nel riconoscimento di appartenenza per e in Todi, a cui l’artista dona il suo personale regalo: un insieme di opere che, insieme alle The Todi Columns, sono ora conservate nel parco a lei dedicato nell’omonima città. Allora, dalla sfera di una profonda morale e tramite un incessante lavoro di testa, cuore e mani si traspone la minuta dimensione dell’uomo in grandi monumenti che lo riflettono in scale proporzionali dilatate, dove la precedente e incorporea regia si traduce per mezzo di una calcolata intuizione scenografica. Spesso infatti si ricorda quando Pepper, per installare le quattro colonne in Piazza del Popolo, camminò più e più volte e in diverse direzioni per il terreno dell’incontro. Del resto, in epoca – se si vuole – ancora pre-digitale, il fine giustificava i mezzi. Mezzi che, seppur nella dimensione dello scultoreo, non perdono di vista le esigenze di uno specifico site in cui l’atto di calcolare distanze e percezioni inscenando una temporalità situazionale e contestuale, discendono da una dovuta o spontanea empatia con l’essenza stessa del cittadino come parte della comunità.

Un simile insegnamento in tempi insicuri rafforza la solidarietà che non corrompe affatto il singolo ma lo motiva e lo risignifica nell’insieme. E Beverly ne è un esempio assoluto: dalla ribelle bambina che iniziò ad alimentare il suo impulso creativo rubando, a sei anni, un dollaro alla madre per comprare il suo primo pacco di matite; dalla versatilità tecnica oltre la scultura a partire dal suo primo lavoro in uno studio di grafica a 24 anni; da incessante sognatrice che oltrepassa l’oceano per frequentare l’Accademia francese di Chaumière; dall’approdo in Italia, a Roma e nei lidi Orientali ad osservare i modelli di ascensionalità nei tempi Khmer cambogiani di Angkor Wat e infine a Todi, dove non hai mai abbandonato il suo blocco da disegno.

E in ultimo è nella pratica artistica stessa che si coglie ancor più lucidamente un’identità polimorfa, quando l’azione del modellare democraticamente il più ampio spettro e dimensione della materia, ridimensiona un Essere sostanzioso ma fluido che conserva nell’offerta pubblica l’inconsapevole o voluta priorità dell’unico, collaterale ma non inscrivibile a tendenze o movimenti coevi.

Articolo pubblicato da Arianna Bettarelli

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