ArtShaker #32: Giuseppe Maria Crespi, Ritratto di Valeria Crapoli con la famiglia, 1730-35 circa

Il 21 dicembre 1916 Francesco Malaguzzi Valeri, allora direttore della Pinacoteca di Bologna, scrive al Ministero dell’Istruzione Pubblica per segnalare la possibilità di acquisto di un dipinto da parte del Sig. Cesare Gherardi, “opera indubbia del bolognese Giuseppe Maria Crespi, di un eccezionale interesse artistico e iconografico”. Il direttore del museo ne loda sin da subito la qualità d’esecuzione e l’importanza che tale opera potrebbe rivestire nella collezione della Pinacoteca: “pochi dipinti presentano tanta gaiezza d’esecuzione, di colorito, di tipi insieme”. L’anno successivo, l’opera viene quindi acquistata e dal quel momento è parte integrante della collezione d’arte del Settecento della Pinacoteca Nazionale di Bologna.

1. Giuseppe Maria Crespi, Ritratto di Valeria Crapoli con la famiglia, 1730-35 circa
Bologna, Pinacoteca Nazionale (credits)

Inizialmente, il soggetto dell’opera in questione fu erroneamente ravvisato da Malaguzzi Valeri nella famiglia dello stesso Crespi. Solo nel 1948 il celebre storico dell’arte Cesare Gnudi – già direttore della Pinacoteca e figura importantissima per la sua evoluzione contemporanea – rivela che la famiglia protagonista del dipinto in questione non è quella di Crespi, bensì dell’argentiere Zanobio Troni, suo grande amico e collaboratore. Già a diciott’anni il livornese Zanobio si trova a Bologna come apprendista in una bottega in Via degli Orefici. Qui vi rimane negli anni successivi, dapprima sposando Valeria Crapoli, una sua conterranea, con la quale darà vita a una numerosa famiglia, poi ottenendo la cittadinanza bolognese e iscrivendosi quindi all’arte degli orefici della città. Ricevette importanti commissioni per reliquiari e ostensori nella zona e non solo, come quelli ordinati dal cardinale Ruffo e da Papa Lambertini (Benedetto XIV) per le cattedrali di Ferrara e Ancona, coi quali il suo lavoro artigianale si avvicina per forma e stile all’arte scultorea degli stessi anni, in una tensione costante tra “eleganza barocchetta e punte di una nervosa grazia neo-manierista” (Stanzani).

2. Giuseppe Maria Crespi, Autoritratto con la famiglia, 1708, Firenze, Galleria degli Uffizi (credits)
3. Ludovico Carracci, La famiglia Tacconi, 1589-90
Bologna, Pinacoteca Nazionale (credits)

Come ben evidenziato dalla biografia redatta da Luigi Crespi, figlio di Giuseppe Maria, storiografo e anch’egli pittore, tra l’argentiere livornese e “lo Spagnolo” – Crespi veniva così chiamato per gli abiti alla foggia spagnola che sin da giovane indossava – vi era una fervida e profonda amicizia. È stato ampliamente ipotizzato da diversi storici che fu proprio questo legame che spinse Crespi a realizzare un ritratto della famiglia di Zanobio Troni secondo una formula anticonvenzionale rispetto ai canoni di questo genere pittorico. Un chiaro antecedente sulla rappresentazione libera da costrizioni formali ci è dato dallo stesso Giuseppe Maria, che nel 1708 aveva realizzato un autoritratto della propria famiglia (fig. 2), oggi conservato agli Uffizi, secondo un’impostazione autoironica di fresca e frizzante fattura. Procedendo a ritroso nel tempo, va segnalato un ulteriore episodio di fuga dalle convenzioni ritrattistiche, sempre in ambito bolognese, questa volta a opera di Ludovico Carracci con la sua Famiglia Tacconi (fig. 3). Cugino di Annibale e Agostino, Ludovico realizzò un numero esiguo di ritratti, di cui l’opera in questione ne è un mirabile esempio. Fu proprio questo dipinto a proporre, per la prima volta nel bolognese, il genere ritrattistico in cui emerge l’assenza di posa dei personaggi e la trattazione quotidiana degli stessi, dai loro abiti al loro atteggiamento, secondo una visione artistica propria di Ludovico, che intendeva prescindere dai canoni e da schemi precostituiti. Tali importanti precedenti, uniti all’amore per l’immediatezza della quotidianità nella visione artistica di Crespi, ci introducono nel migliore dei modi alla comprensione dell’opera protagonista di questo articolo.

4. Giuseppe Maria Crespi, Ritratto di Valeria Crapoli con la famiglia, 1730-35 circa. Bologna, Pinacoteca Nazionale

L’impostazione dell’immagine è estremamente animata, paradigmatica del cosiddetto “ritratto senza posa”, stratagemma pittorico attraverso il quale Crespi rifugge qualsiasi impostazione accademica, inserendo la figura di Valeria Crapoli al centro: in una condizione temporalmente ben definita e non sospesa, come spesso accade nella ritrattistica, la mater familias è circondata dai suoi cari, offerta secondo una configurazione spontanea e, in un certo senso, fotografica. Il marito è colto di profilo a sinistra, mentre tiene con una mano il braccio dell’amata moglie e con l’altra sembra voler presentarci la sua famiglia. La trattazione del suo viso, sul quale spicca il naso aquilino piuttosto pronunciato, ci suggerisce gli intenti giocosi e divertiti tipici della pittura di Crespi, che non manca mai di raffigurare i propri personaggi evidenziandone i difetti fisici o i comportamenti quasi goffi e contadineschi. Grazie all’introduzione guidata dal braccio di Zanobio, notiamo che la scena procede secondo un moto circolare, il cui perno centrale è proprio la figura della bella Valeria. Quest’ultima è la vera protagonista del dipinto, l’unico personaggio raffigurato frontalmente che è anche il testimone di una raccolta gioiosità familiare, di cui per prima è commossa e grata. Fulcro di questo complesso insieme di sentimenti è il viso della donna, sui cui occhi traspare un velo di lacrime di orgoglio e amore materno. Attorno a essa si dispiegano gli affetti familiari, magistralmente rappresentati dal Crespi in ogni figura e legati tra loro attraverso sguardi e gesti. Muovono quindi questa fitta rete di rimandi le tre giovani figlie e il piccolo neonato in braccio a una di esse. Un ruolo primario in questa messinscena della quotidianità familiare è giocato dalla luce balenante, che ci suggerisce ancor più la mutevolezza e il mobilismo della scena, senza soffermarsi sui dettagli sensuosi di stoffe e accessori decorativi, ma per abbracciare con un caldo afflato l’intero gruppo. 

5. Dettaglio della spalla destra della Crapoli ove è visibile il segno della mano cancellata del marito.

L’economia delle figure e la loro organizzazione interna sono state sviluppate direttamente sulla tela, senza alcun disegno preparatorio. Ciò testimonia ulteriormente la volontà di Crespi di realizzare un’opera dalla visualizzazione immediata, tanto quanto l’immagine che essa propone. Questo modo di lavorare in progress ci permette di rintracciare sulla tela alcuni pentimenti e rielaborazioni subitanei compiuti dall’artista stesso, come i due volti femminili in alto a sinistra poi ricoperti dal fondale scuro e l’ombra sulla spalla destra di Valeria, dove originariamente doveva trovarsi la mano del marito (fig. 5). Tutti questi elementi sono parzialmente visibili solo attraverso un confronto diretto con la tela; essi furono resi evidenti attraverso le indagini di transilluminazione compiute nel recente restauro che interessò l’opera, realizzato nel 1990 da Ottorino Nonfarmale. Le indagini preliminari denunciarono anche una scarsa preparazione del supporto, così come povera è risultata la gamma cromatica impiegata, stesa grossolanamente, facendo trasparire qua e là alcuni brani della tramatura sottostante o lo stesso colore di fondo – come nel caso della spalla sinistra e della scollatura di Valeria, dalle quali traspare il rosso per ‘costruire’ l’incarnato.

Crespi con questo dipinto ci mostra la sua particolare visione della ritrattistica, molto lontana dagli intenti ufficiali e posati dell’epoca, e che spinge per far emergere in superficie la narrazione di un’intima quotidianità. Il ritratto, per “lo Spagnolo”, è l’occasione per raccontare gli affetti familiari, in un frammento di realtà catturata che suggerisce una vita e una storia ben più ampie. È questo l’elemento grazie al quale avvertiamo la fragranza di questo prezioso attimo fissato sulla tela, nel quale ognuno di noi può sentirsi rappresentato insieme al proprio vissuto: nessuna celebrazione ostentata, né alcun intento ufficiale, solo il dispiegarsi della “vita che è lì davanti a noi […] nella sua presenza anonima e modesta”, adattando, per la lettura di quest’opera del Crespi, il toccante contributo di Francesco Arcangeli per la già citata Famiglia Tacconi di Ludovico Carracci.

Bibliografia essenziale
– F. Arcangeli, C. Gnudi (a cura di), Catalogo della Mostra Celebrativa di Giuseppe Maria Crespi, 1948, Bologna, Tipografia Compositori
– F. Arcangeli, Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, catalogo della mostra (Bologna, Palazzo dell’Archiginnasio, settembre-novembre 1970), Bologna, Alfa editore
– Catalogo generale della Pinacoteca Nazionale di Bologna, voll. 2 e 4, 2006-2011, Venezia, Marsilio editore
– A. Emiliani (a cura di), Giuseppe Maria Crespi 1665-1747, 1990, Bologna, Nuova Alfa editoriale
– M. P. Merriman, Giuseppe Maria Crespi, 1980, Milano, Rizzoli editore

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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