ArtShaker #33: le sculture sonore di Pinuccio Sciola

Quando non ero e non era il tempo.
Quando il caos dominava l’universo.
Quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione.
Da allora il mio tempo è rinchiuso in una crosta durissima.
Ho vissuto ere geologiche interminabili.
Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica.
Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo.
Il mio tempo non ha tempo.

P. Sciola

Pinuccio Sciola (San Sperate, 1942 – Cagliari, 2016), nato Giuseppe, è stato uno scultore italiano di origine sarda, la cui opera ha avuto un grande riconoscimento e apprezzamento internazionale. Ripercorrendo brevemente la sua vita, verrà affrontato il profondo significato che avvolge le sue sculture sonore.

Di origini assai umili, la sua carriera prese un decisivo avvio nel 1959, quando vinse una borsa di studio, con la quale si iscrisse al Liceo artistico di Cagliari. Dopodiché, si spostò all’Istituto d’Arte di Firenze e quindi all’Accademia Internazionale di Salisburgo. Compì anche un’ulteriore esperienza formativa all’Università della Moncloa di Madrid. Artisticamente si formò studiando l’opera dei grandi maestri del panorama internazionale, quali Oskar Kokoschka, Herbert Marcuse, Emilio Vedova, Giacomo Manzù e Henry Moore. Inoltre, egli compì numerosi viaggi formativi all’estero: conobbe così l’opera di Manzù e Moore, Aligi Sassu e Fritz Wotruba. Non avendo mai rinunciato alla sua terra natia, vi fece ritorno alla fine degli anni Sessanta. Proprio nel suo paese natale, San Sperate, si adoperò per la realizzazione di numerosi murales sparsi per l’intero abitato, che trasformarono il paesino in un “Paese Museo” a cielo aperto. Opera magna alla cui realizzazione furono invitati artisti, ma non solo: anche gli stessi cittadini, di tutte le età, furono chiamati a intervenire negli spazi urbani cittadini. Inoltre, nel 1973, Sciola collaborò con il muralista messicano David Alfaro Siqueiros a Città del Messico.Le opere che identificano al meglio l’artista, però, sono le sue sculture sonore, su cui l’articolo intende soffermarsi. Furono presentate per la prima volta a Berchidda (SS), nel 1996. Secondo la ricerca estetica dell’artista, queste pietre sono esseri depositari di conoscenze naturali millenarie, pertanto sono un prezioso patrimonio universale. Per dare loro voce e quindi esprimere i loro arcani segreti, Sciola le ha tagliate in modo tale che allo sfregamento emettano delle sonorità. Un linguaggio primitivo, dunque, che l’artista maturò dopo aver guardato ad altri grandi “primitivisti”, come Constantin Brancusi, Alberto Giacometti, Henry Moore, Jean Arp, Arnaldo Pomodoro. La semplificazione formale raggiunta da questi maestri ispirarono Sciola, indirizzandolo verso un cammino di analisi e ricerca sul significato del creato. Così, le sculture che si aprirono e si presentarono all’occhio dei fruitori, si espansero al di fuori di se stesse nell’ambiente circostante. Sciola quindi ha fatto risuonare quelle pietre animate, che al tocco emettono una potente e variegata gamma di onde sonore. La roccia così instaura un dialogo con l’ascoltatore – spettatore, il quale sente e vede così come succederebbe in una normale conversazione tra due individui. Le sculture, ricavate dall’uso di una pietra locale (calcarea o basalto) narrano la memoria e la storia del popolo e del territorio sardo. Sciola ha esaltato la natura e la fisicità della pietra – e in primis la sua elasticità – nobilitandola di grazia e leggerezza. La Sardegna –  ribattezzata dall’artista “L’isola di pietra” –  è racchiusa in quelle rocce, che come vecchi saggi, o sciamani, raccontano la loro storia. Al contempo, queste rocce invitano l’uditore a meditare sulla natura e sulle sue forze ancestrali, portandolo a sintonizzarsi con esse. Un tempo narrativo infinito, che l’artista – sciamano svela e permette a tutti di prenderne coscienza. Le sculture, infatti, non sono in grado di comunicare da sole, ma hanno bisogno dell’aiuto esterno dell’uomo. Quindi, l’utente – sciamano diventa il medium, il tramite che, sfregando la superficie lapidea, mette in atto una vera e propria performance: un rituale sacro. Il senso collettivo si rafforza nel momento in cui ognuno può avere accesso ai segreti arcani custoditi nella pietra: chiunque può farle risuonare, domandare alla pietra ciò che vuole conoscere e far risuonare il proprio animo con quello del materiale. L’assoluta forza simpatetica racchiusa nella performance è espressiva di un moto rivoluzionario: un microcosmo anulare che riflette quello macroscopico planetario. I membri del sistema interagiscono e producono effetti tra loro; questi a loro volta risuonano e ne creano altrettanti. Il complesso organismo così generato – l’intima e viscerale relazione collettiva prodotta dal risuonare di più anime – è il prodotto di queste performance. Il cosmo risuona con quelle pietre, in tutte le sue componenti: la pietra calcarea per formazione geologica produce suoni liquidi, mentre il basalto vulcanico – il basamento su cui poggiano intere isole e terre – ne produce altri più duri. Ognuna racconta un frammento di verità universale, la secolare relazione tra uomo e natura: un rapporto che soprattutto oggi va recuperato e coltivato per la salvaguardia dell’ecosistema. D’altronde, Sciola ha sempre avuto questo spirito comunitario, come il suo progetto per San Sperate testimonia tutt’oggi. La forza centrifuga e centripeta delle pietre scolpite da Sciola è in grado di connettere le persone tra loro, abbattendo qualsiasi barriera discriminante. Le sculture hanno un valore universale e sacrale*, che insegna a tenere lo sguardo puntato in alto, verso la consapevolezza dell’intero sistema, composto di tanti piccoli elementi eterogenei che, se orchestrati assieme nella maniera appropriata, possono generare una meravigliosa sinfonia. La realtà ondulatoria, quindi energetica, di cui Sciola ha trattato riporta alla mente John Cage, il quale disse: “…vi è uno spirito in ogni oggetto del mondo, tutto quello che dobbiamo fare per liberarlo è sfiorare l’oggetto e tirarne fuori il suono. Non ho mai smesso di toccare le cose, facendole suonare e risuonare, per scoprire quali suoni possano produrre. Dovunque io vada, ascolto sempre gli oggetti”. Parole che ben spiegano quindi la natura di queste sculture e confermano l’alta levatura intellettuale e artistica di Pinuccio Sciola.

*Per inciso, Sciola ha ammesso una vicinanza con San Francesco e la ricercata dimensione sacrale della sua opera: “…io so di avere una missione, che è quella di ricreare un nuovo rapporto con la natura. Io so che chiunque qui, con le emozioni che riescono a percepire da questa materia, ognuno ha una tale emozione che necessariamente uscendo fuori dal portone di casa avrà un altro rapporto con la natura, che sarà di più attenzione, di più amore, di più rispetto della madre terra”.

Bibliografia essenziale

  • Giulia Pilloni, Pinuccio Sciola. Arte e Natura, tra forma e materia, Copetti Antiquari, Grafiche Filacorda, Gennaio 2020
  • Sito della Fondazione Pinuccio Sciola: http://www.fondazionesciola.it

Articolo pubblicato da Elia Baroni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...