ArtShaker #35: il Polittico Griffoni di Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti, 1470-73 circa

«Quel che temiamo più di ogni cosa, senza un motivo reale, tanto che sembriamo ossessionati da idee fisse, ha una proterva tendenza a succedere realmente»

Theodor Adorno, Minima Moralia – Meditazioni della vita offesa, 1951

Lo spazio che abitualmente dedichiamo alle parole di chi è venuto prima di noi, le parole della Storia – la porta d’accesso ad un lontano o recente passato tramite la quale ci immergiamo con più facilità nelle opere e contenuti che vogliamo approfondire – oggi vogliamo invece riservarlo al presente, al momento attuale. Stiamo ormai indubbiamente vivendo tutti, nessuno escluso, un passaggio cruciale della nostra esistenza, l’esperienza di un terrore atavico al quale nessuno osava credere ad alta voce ma che in realtà – come chiaramente e sinteticamente espone la breve frase del filosofo e musicologo Theodor Adorno – ognuno temeva e attendeva nel profondo. Questa paura è oggi realtà, ma possiamo fare in modo che si trasformi in nuova consapevolezza, nuovo sguardo interiore. Quello che per molti somiglia ad una prigionia, l’essere confinati in casa, può e deve diventare occasione di riflessione e crescita personale e soprattutto collettiva.

Niente di meglio in questi difficili tempi che coltivare – attentamente e più assiduamente di prima – la conoscenza, l’amore e l’interesse per ciò che più di ogni altra cosa ci contraddistingue come esseri umani, capaci di esprimere concetti concreti e astratti tramite la creatività. Nel nostro piccolo, noi autori di Lo Spazio di Behemoth vogliamo continuare – attentamente e più assiduamente di prima – ad accompagnare le vostre settimane, sperando di nutrire lo spirito di noi che scriviamo e voi che state leggendo.

I lavoratori italiani della cultura sono stati tra i primi a sperimentare gli effetti di questa emergenza sanitaria, per via della necessaria interruzione di eventi, regolamentazione degli accessi e infine chiusura totale al pubblico delle sedi culturali di ogni tipo, nel nord Italia a livello locale e regionale già dalla fine di febbraio. L’articolo di oggi si occupa di un’attesissima mostra, di particolare importanza per la città di Bologna, che avrebbe dovuto aprire i battenti proprio ieri, 12 marzo. Grazie all’impegno di Genus Bononiae e della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna sarebbe cominciata a Palazzo Fava – ora rimandata a data da destinarsi – la mostra La Riscoperta di un Capolavoro, dedicata ad una delle opere più straordinarie del Rinascimento italiano, il Polittico Griffoni.

Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti, Polittico Griffoni, 1470-73, ipotesi ricostruttiva ad opera di Cecilia Cavalca. Da Cecilia Cavalca, La pala d’altare a Bologna nel Rinascimento. Opere, artisti e città 1450-1500, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2013. Credits: C. Calvaca e Silvana Editoriale

Raccontare la storia del Polittico Griffoni non è impresa semplice, come non è stato affatto semplice organizzare una mostra ambiziosa e complessa il cui scopo principale è quello di riportare e ricomporre nella città d’origine, per la prima volta dopo trecento anni, un’opera ad oggi smembrata e condivisa da ben nove musei di tutto il mondo: in Italia la Pinacoteca di Brera di Milano, la Collezione Cagnola di Gazzada, i Musei Vaticani, la Pinacoteca Nazionale di Ferrara e la Collezione Vittorio Cini di Venezia; in Europa la National Gallery di Londra, il Louvre di Parigi e il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam; negli Stati Uniti la National Gallery of Art di Washington.

Il Polittico Griffoni nasce in un momento artistico di grande cambiamento, di crisi, un punto di non ritorno per lo sviluppo delle arti in Occidente. Nella seconda metà del Quattrocento si stava ormai diffondendo in tutta Italia un nuovo modo di leggere e praticare la cultura e le arti, basato soprattutto sulla riscoperta e sul rapporto con l’antichità classica, con i suoi valori e il suo “aspetto” esteriore. Quello che noi definiamo oggi «Rinascimento fiorentino» stava prendendo piede anche nelle zone più conservatrici della Penisola; dopo il passaggio di Donatello a Padova tra gli anni ’40 e ’50 tutto era cambiato, la circolazione delle idee innovative di Leon Battista Alberti o di artisti come Piero della Francesca stava man mano respingendo gli ultimi avamposti tardogotici ancora presenti nell’ambiente cortese del nord. L’opera bolognese si inserisce pienamente in questa temperie culturale: gli autori del polittico sono due delle personalità artistiche di maggior spicco dell’epoca, Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti, appartenenti a quella che Roberto Longhi – nel suo fondamentale omonimo saggio del 1934, ampliato e riveduto successivamente – definì Officina Ferrarese, un gruppo di artisti rinascimentali indissolubilmente legati alle vicende degli Este a Ferrara e attivi nell’Italia settentrionale. Non possediamo molta documentazione sulla vita di Francesco del Cossa, ma sappiamo che in diversi momenti fu in contatto con Bologna, città nella quale si sposta intorno al 1470 lasciando Ferrara e la corte di Borso d’Este. Gli screzi fra i due personaggi sono testimoniati da una famosa lettera, inviata dall’artista al Duca, nella quale con atteggiamento moderno e consapevole egli lamentava un trattamento non adeguato al suo valore per lo splendido lavoro attuato verso la fine degli anni ’60 negli affreschi del Salone dei Mesi in Palazzo Schifanoia – pervenuti oggi mutili – nei quali sia nei temi che nello stile sono ancora visibili i caratteri cortesi e tardogotici prediletti dagli Este.

La commissione del Polittico Griffoni quindi può essere fatta risalire agli anni 1470-72 – sebbene non vi sia documentazione precisa – nel contesto del rinnovamento di una delle chiese più importanti per la città di Bologna, San Petronio, edificio dal grande valore civico che si avviava ad essere uno dei più vasti luoghi di culto della penisola. Non sono molto chiari i rapporti col Cossa e le precise motivazioni del committente, Floriano Griffoni, che aveva ottenuto il patrocinio della cappella dedicata al santo protagonista della tavola centrale del polittico, San Vincenzo Ferrer, da poco canonizzato e oggetto di particolare venerazione e promozione del culto. L’unico documento che ci viene in aiuto nella datazione dell’opera è un pagamento del 1473 all’intagliatore Agostino de’ Marchi da Crema autore della cornice lignea perduta, ed impegnato anche in altri lavori in San Petronio.

Francesco del Cossa, San Vincenzo Ferrer dal Polittico Griffoni, tempera su tavola, 1470-73 circa.
Londra, National Gallery. (credits)

L’importanza di questo dipinto risiede nella straordinaria qualità delle parti che possiamo osservare ancora oggi, e nelle particolari vicende che subì nei secoli. La scelta del polittico, opera formata da più tavole accostate, si ricollega ancora ai metodi espressivi dello stile gotico, in un momento in cui già si stavano diffondendo nuovi modi di interpretare la pala d’altare, praticati poi anche dal Cossa stesso. Nell’esecuzione invece Francesco del Cossa dimostra di aver pienamente ad attentamente osservato le innovazioni della modernità proposte da Piero della Francesca o Andrea Mantegna: se osserviamo la tavola centrale con San Vincenzo Ferrer e le due laterali con San Pietro e San Giovanni Battista, possiamo notare sia una tensione verso la rappresentazione naturalistica delle figure che una loro interpretazione in senso monumentale, diremmo classico, statuario.

Francesco del Cossa, San Pietro e San Giovanni Battista dal Polittico Griffoni, tempera su tavola, 1470-73 circa. Milano, Pinacoteca di Brera

L’addossamento a pilastri e posizionamento su rocce in funzione di piedistalli rende i tre santi appunto imponenti come statue marmoree, la fondamentale presenza di un’impalcatura architettonica classica – che si estende in parte anche al tondo superiore con la Crocifissione – testimonia l’interesse del Cossa per le tendenze rinascimentali e anche per la rappresentazione prospettica, come dimostra non solo l’architettura ma anche il magnifico sfondo, popolato da promontori rocciosi e fantasiose costruzioni che non possono non richiamare alla memoria Mantegna. Proprio lo sfondo inoltre è una delle maggiori peculiarità di questi dipinti, in quanto segna un ulteriore punto di contatto tra gotico e modernità: nelle tre tavole centrali lo sfondo naturalistico continuo permette di concepire le parti come un tutto unico – evoluzione che avverrà poi con il definitivo abbandono del polittico – che però, portando lo sguardo verso il registro superiore dell’opera, viene ancora a contatto con il fondo oro, orgoglio decorativo medievale, utilizzato per delimitare lo spazio del sacro al di sopra, al di là della scena principale. Infatti già nella parte alta della tavola con San Vincenzo Ferrer è visibile su fondo oro la rappresentazione di Cristo nel giorno del Giudizio – tema prediletto delle predicazioni del santo, rappresentato con il libro delle prediche e il dito rivolto verso l’alto – visione in questo modo separata dallo spazio del santo stesso, forse anche dal nostro.

Francesco del Cossa, San Floriano dal Polittico Griffoni, tempera su tavola, 1470-1473 circa. Washington, National Gallery of Art

Il fondo oro continua, oltre che nella Crocifissione già menzionata, anche nei tondi laterali con i due santi eponimi dei committenti, San Floriano e Santa Lucia – Lucia era il nome della prima moglie di Floriano Griffoni – abbigliati però secondo la moda del tempo. Questo tentativo di fusione di due diverse istanze artistiche, unione di passato, presente e futuro come solo nei momenti di passaggio può accadere, è compiuto grazie ad una raffinatissima ed elevatissima padronanza della tecnica pittorica della tempera, portata dal Cossa agli estremi risultati di trasparenza, intensità di colore e luminosità pierfrancescana.

Francesco del Cossa, Santa Lucia dal Polittico Griffoni, tempera su tavola, 1470-73 circa. Washington, National Gallery of Art

Questa magistrale abilità tecnica viene senza dubbio trasmessa dal Cossa anche al suo più giovane collaboratore, Ercole de’ Roberti, figura che sarà poi fondamentale per lo sviluppo artistico di Bologna. Come allievo, Ercole aveva già collaborato con Francesco agli affreschi di Schifanoia per gli Este, e nel Polittico gli vengono attribuiti la predella con Storie di San Vincenzo Ferrer e le piccole figure di santi all’interno di nicchie posti sui pilastrini laterali della cornice. La predella, oggi conservata alla Pinacoteca Vaticana, mostra anche per de’ Roberti un’attenzione particolare per la rappresentazione architettonica e prospettica, accompagnata in alcune scene da figure che esemplificano perfettamente un carattere particolare dello stile dell’artista: spiccata espressività e movimento dei corpi e delle vesti.

Ercole de’ Roberti, Storie di San Vincenzo Ferrer, predella del Polittico Griffoni, tempera su tavola, 1470-73 circa. Roma, Musei Vaticani (credits)

I due personaggi femminili in corsa, con i capelli e gli abiti mossi dal vento e le braccia sollevate rimandano immediatamente – oltre che al concetto di pathosformeln, immagini archetipiche atte ad esprimere pathos sopravvissute nei secoli, definito da Aby Warburg all’inizio del ‘900 – all’intenso espressionismo del gruppo scultoreo del Compianto su Cristo Morto di Niccolò dell’Arca – di datazione incerta ma forse di poco successivo – e all’unico frammento oggi rimasto della decorazione della cappella Garganelli in San Pietro a Bologna, opera proprio di Ercole de’ Roberti. Il frammento di volto pervenuto, oggi conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, è interpretato come una Maddalena piangente e colpisce per l’eccezionale vigore nel rappresentare i sentimenti, rendendo chiaro il motivo per cui l’operato di Ercole de’ Roberti segnò un momento fondamentale per gli artisti bolognesi coevi e successivi.

Ercole de’ Roberti, Maddalena piangente, frammento decorativo della cappella Garganelli in San Pietro a Bologna, affresco staccato, 1478-86. Bologna, Pinacoteca Nazionale (credits)

Le vicissitudini del Polittico però iniziano effettivamente nel Settecento. Nel 1725 il cardinale Pompeo Aldrovandi entrò in possesso della cappella di San Vincenzo Ferrer e si occupò di rinnovarne l’arredo e la decorazione. Il destino di numerose pale antiche è stato infatti tragico per motivi di gusto, e il desiderio di rinnovamento prese quasi sempre il sopravvento su un’idea di conservazione che all’epoca non era affatto formata. In questo frangente dunque avviene lo smembramento delle tavole del polittico: il cardinale, consapevole della qualità pregiata dell’opera, affidò i lavori all’artista Stefano Orlandi che sconsigliò al prelato di utilizzare il polittico nella cappella. Il distacco delle tavole fu affidato a Giuseppe Baraldi, e sua è l’idea di trasformarle in quadri da stanza per arredare la villa del cardinale; grazie alla corrispondenza tra Aldrovandi e queste due figure si è oggi potuta ricostruire in parte la composizione del polittico e soprattutto l’aspetto della cornice lignea, perduta al momento dello smembramento. Il ritrovamento infatti negli anni ’80 del Novecento di uno schizzo del 1725 di Orlandi inviato al cardinale, raffigurante a grandi linee il polittico nel complesso permise di confermare in larga parte le ipotesi avanzate da Roberto Longhi nella già citata Officina Ferrarese, quando era ancora assente la documentazione a riguardo. Ad oggi la ricostruzione proposta da Cecilia Cavalca, con qualche differenza rispetto a Longhi, è la più attendibile, ed è quella presentata nella mostra di Bologna. La distruzione della cornice e la totale divisione delle attuali sedici tavole del polittico provocò l’inesorabile inserimento nel circuito del mercato antiquario, che le trasportò di mano in mano fino alla loro destinazione museale odierna.

La mostra, fortemente voluta da Genus Bononiae, si comporrà di due parti: la prima, curata da Mauro Natale e Cecilia Cavalca, si concentrerà sull’esposizione delle tavole superstiti concesse in prestito da tutti i musei coinvolti. La seconda invece mostrerà l’importante lavoro di digitalizzazione compiuto dalla Factum Foundation, con un tentativo di ricostruzione virtuale ad alta risoluzione dell’aspetto originario del polittico, che intende lasciare testimonianza dell’opera – anche dopo la chiusura della mostra – nella sua patria, nella città per la quale fu ideata. L’ultima notizia che possiamo riportare è la lodevole iniziativa promossa dal presidente di Genus Bononiae Fabio Roversi-Monaco a sostegno del comparto sanitario pubblico in questo momento di particolare difficoltà. Una parte del ricavato della vendita dei biglietti open – con data aperta – acquistati nei circuiti autorizzati dalla giornata di ieri, sarà devoluta all’Unità Operativa di Malattie Infettive del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, particolarmente impegnata nell’emergenza sanitaria causata dal virus COVID-19.

Tutto questo noi vorremmo raccontarlo ai nostri lettori approfonditamente e in prima persona, con una visita alla mostra che avevamo programmato per ieri, giorno d’inaugurazione, e che speriamo di poter recuperare il prima possibile per confermare la straordinarietà di questo evento e per condividere con voi la volontà di parteciparvi con entusiasmo. Chiudiamo dunque l’appuntamento di questa settimana anticipandovi l’uscita di un secondo articolo sul tema, nella speranza di potervelo proporre prima di quanto possiate immaginare.

Bibliografia essenziale

– C. Cavalca, La Pala d’altare a Bologna nel Rinascimento. Opere, artisti e città, 1450-1500, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2013
– R. Longhi, Officina ferrarese. Seguita dagli «Ampliamenti» e dai «Nuovi ampliamenti», nuova edizione con uno scritto di D. Benati, Milano, Abscondita, 2019

Articolo pubblicato da Alessandra Ciotti

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