Albert Camus, “La peste” (Recensione)

L’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

Ci sono scrittori che grazie alle loro doti affabulatorie riescono a raccontare il presente, altri se la cavano meglio con le vicende del passato; poi ci sono quelli che, pur scrivendo da un tempo di giorno in giorno sempre più distante dal nostro presente, riescono a parlarci con una tal forza da risultare profetici. Succede ad esempio con Orwell, che grazie ai suoi romanzi – 1984 e La fattoria degli animali – mantiene una voce viva e allarmante riguardo quello che ci sta accadendo intorno, pur essendo ormai, cronologicamente, autore di un passato sempre più distante dal nostro. Una cosa simile può ripresentarsi in questi giorni, per chi vorrà leggerlo, con La peste di Albert Camus, un romanzo capace di analizzare alla perfezione le dinamiche del mondo contemporaneo alle prese con la pandemia del Covid-19, popolarmente chiamato anche Coronavirus.

La storia è ambientata ad Orano, cittadina della costa algerina “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali né fruscii di foglie”. Un luogo neutro che sembra non aver mai conosciuto la bellezza e che si accorge del perpetuo ruotare delle stagioni soltanto grazie all’intensità della luce del cielo e dai prodotti che di tanto in tanto i venditori portano dai sobborghi limitrofi. Un non-luogo, si potrebbe quasi definire, nel quale vivono uomini e donne capaci sì di dar sfogo ai propri bisogni, ma senza alcun slancio personale, nell’obiettivo di ottenere sempre, da qualsiasi situazione, il maggior profitto indivualistico. Orano è quindi la cittadina fittizia immaginata da Camus, un microcosmo universale della mediocrità e di quanto c’è di “medio” nel mondo, dalla quale parte improvvisamente una strana malattia diffusa da topi che, riversatisi improvvisamente in massa in qualsiasi spazio pubblico e privato della città, vi spargeranno in breve tempo il morbo della peste. Da qui, in poche pagine, vi è un dispiegarsi di azioni e abnegazioni umane nei confronti del male: procedure più o meno efficaci di contenimento sanitario, sospettosi coprifuochi, inutili fedi religiose rispolverate in nome di amuleti e profezie e chi più ne ha più ne metta. Inizia un percorso volto a ostacolare il dilagare della peste, lungo il quale inizia ad emergere tutta una serie di comportamenti umani inspiegabili, scaturiti come reazione all’emergenza e che denunciano tutti il profondo egoismo che si cela nell’animo umano: non si prendono le misure necessarie per l’intera società, piuttosto si fa ciò che è meglio per sé stessi. Si pensa per degrés de séparation da ciò che ognuno ama nel proprio personale, non di ciò che serve per il mantenimento del bene comune. E nel frattempo la peste dilaga sempre più, falcidiando gran parte della popolazione.

A narrarci tutta questa sequela di eventi è il dottor Rieux, protagonista del racconto, attraverso il quale entriamo in contatto con alcuni personaggi capaci di innervare in sé stessi miserie e qualità archetipiche dell’essere umano: da chi si dà da fare per contenere attivamente l’epidemia a chi cerca in tutti i modi di fuggire da Orano in quanto straniero, passando per il fanatismo religioso, rappresentato dal pomposo prete cittadino che dall’alto del suo pulpito chiede alla popolazione di accettare arrendevolmente la peste in quanto volontà di Dio.

Ed è proprio questo susseguirsi di tipi umani che ci mostra, in questi giorni, la saggezza profetica di Camus, che a più di settant’anni dalla prima edizione del romanzo descrive la società a noi contemporanea senza sbagliare un colpo. Ci sentiamo nudi e inermi di fronte alla sua analisi spietata dei meccanismi che regolano l’azione umana. Perché? Perché ci rende coscienti e consapevoli che pur con tutte le sofisticate tecnologie a nostra disposizione e con una scienza e una medicina sorprendentemente avanzate il dilagare del male dipende, ancora una volta, solo ed esclusivamente da noi e dalle nostre azioni. Leggendo La peste di Camuscapiamo quindi che la malattia non va più intesa come qualcosa a noi estranea, bensì come una condizione metafisica insita in noi, una deriva dell’animo umano sempre possibile, una febbre morale pronta a manifestarsi in qualsiasi momento.

C’è una cura a tutto questo? Camus non ama risponderci direttamente, ma una possibilità c’è. Ai suoi personaggi archetipici fa compiere un viaggio interiore nell’anno in cui Orano è soggiogata dalla peste. Sottopone i loro animi e i loro sentimenti a un moto di rotazione e di rivoluzione, secondo una prospettiva che non sempre ne deve prevedere il ritorno: molti infatti capiranno che la propria risoluzione non è alla fine del viaggio, ma nel suo dispiegarsi. Camus sembra dirci che solo chi sa mettere in discussione sé stesso, le proprie certezze apparentemente incrollabili e non ultimi i propri sentimenti egoistici può sopravvivere alla peste che minaccia l’animo umano. Ciò che ci suggerisce La peste è una riformulazione in senso sociale di alcuni concetti apparentemente banali come il bene e l’amore: essi vengono irrimediabilmente intesi dall’uomo in senso individualistico, ricoperti d’un vischioso egoismo. Ci viene chiesto di ripensarli come sentimenti da indirizzare al bene comune, senza i quali l’odio e l’invidia, al pari della peste, continueranno a trovare terreno fertile nella nostra società. Ancora una volta, Camus ci avverte con forza non delle possibili epidemie esterne all’uomo, ma di ciò che, inconsciamente, coltiviamo dentro di noi.

Ascoltando le grida di esultanza che si levavano dalla città, Rieux si ricordava che quell’esultanza era sempre minacciata. Poiché sapeva quel che la folla in festa ignorava, e che si può leggere nei libri, cioè che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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