ArtShaker #40: Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, 1540 circa

Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, olio su tela, 1540 ca
New York, Metropolitan Museum of Art (credits)

Un gesto irriverente e divertito che stupisce e cattura l’attenzione dello spettatore è quello che compie il vispo Cupido rappresentato in una delle rare tele di soggetto mitologico di Lorenzo Lotto.

L’artista, nato intorno al 1480 a Venezia, si formò guardando agli esempi di Giovanni Bellini, Alvise Vivarini, Antonello da Messina e Giorgione ma anche di Dürer e della coeva arte nordica, ideando uno stile personalissimo che al colore veneto univa l’attenzione per il dato reale e una certa inquietudine personale. Già dai primi anni di attività Lotto si dimostra infatti un artista inquieto, incapace di muoversi all’interno delle regole dettate dal gusto dominante. Ciò gli procurò una certa difficoltà ad inserirsi all’interno dell’ambiente artistico lagunare conducendolo ad operare per lungo tempo in città periferiche. Tuttavia egli cercò sempre, senza successo, di guadagnarsi un posto all’interno della sua città. Grazie ad un Libro di spese e ad un Testamento redatti dallo stesso artista, sappiamo bene quanto questi insuccessi segnarono la sua vita rendendolo un uomo dall’animo sofferente e spesso malinconico.

Lotto realizzò le sue prime opere a Treviso, dove si trasferì prima del 1503 sotto consiglio del Vescovo Bernardo de’ Rossi (per il quale eseguì un noto ritratto correlato da un coperchio con una criptica scena allegorica). In questa città egli riscosse i primi successi assicurandosi nel giro di pochi anni numerose commissioni: nel 1506 fu chiamato a Recanati per realizzare il Polittico per la chiesa di San Domenico (oggi al Museo Civico della città) e nel 1509 si recò a Roma per partecipare alla decorazione degli appartamenti vaticani. Nulla rimane del periodo romano, ma possiamo immaginare che la città poco si addicesse allo spirito dell’artista che l’abbandonò l’anno seguente per far ritorno a Recanati. Nel 1513 si spostò poi a Bergamo non appena ricevuta la commissione della Pala Martinengo per la chiesa di S. Stefano (oggi presso la chiesa dei SS. Bartolomeo e Stefano), opera fortemente innovativa per via dell’originale impostazione, per il ricorrente utilizzo di simboli e per la singolare caratterizzazione dei personaggi. Fu l’inizio di un fortunato soggiorno lungo ben tredici anni che coincise con il momento più felice e fecondo della carriera dell’artista.

A Bergamo in questi anni l’incontro tra le esperienze dell’arte lombarda e veneta diede vita ad una situazione culturale assai fluida e differente da quella dei centri maggiori. Qui Lotto godette di grande libertà artistica e di appoggio da parte della committenza e realizzò alcune tra le sue opere più note come le pale per le chiese di San Bernardino e Santo Spirito e gli apprezzatissimi ritratti per la committenza privata. Il richiamo della città natia doveva tuttavia essere forte e, sentendosi ormai sicuro delle proprie capacità, nel 1526 Lotto rientrò a Venezia ma in quegli anni gli interessi della committenza erano tutti rivolti a Tiziano e a pochi altri artisti, così la prima commissione arrivò solo nel 1529. A partire dal 1534 egli tornò quindi nelle Marche per poi tentare nuovamente la fortuna a Venezia nel 1539 ma, ancora una volta, non ottenne il successo sperato. Quello della seconda permanenza veneziana, Lotto stesso lo racconta, fu il periodo più difficile e triste della sua vita per le grandi difficoltà economiche in cui versava e per la scarsa considerazione in cui era tenuto dalla comunità artistica lagunare. L’artista trascorse gli anni seguenti in povertà eseguendo piccoli lavori per Venezia, Treviso e nelle Marche, successivamente si trasferì presso la Santa Casa di Loreto dove si fece oblato e dimorò fino al sopraggiungere della morte nel 1556.

La scarsa considerazione in cui Lotto venne tenuto dai contemporanei fu dovuta, appare chiaro, non alla sua mancanza di talento, quanto piuttosto alla volontà di non allinearsi mai al gusto imperante e di agire sempre seguendo il proprio spirito. Delle grandi capacità di esecuzione e di invenzione dell’artista è prova l’affascinante tela con Venere e Cupido, oggi custodita presso il Metropolitan Museum di New York, che qui si è scelto di analizzare.

Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, dettaglio del volto di Venere

Protagonista del dipinto è una sensualissima Venere rappresentata distesa in terra secondo una posa tipicamente veneta che ritroviamo ad esempio nelle più note figure di Giorgione e Tiziano. La dea è riconoscibile per via della corona di mirto, dei petali di rosa e della sensuale fascia sotto il seno, suoi tradizionali attributi, ma qui ella incarna non solo la figura della divinità pagana, ma soprattutto quella della sposa, come intuiamo dal prezioso diadema e dal velo che le coronano il capo che, insieme agli altri ornamenti, fanno parte dell’abbigliamento delle spose veneziane di buona famiglia. Nonostante l’identità del committente rimanga sconosciuta, quest’opera fu di certo realizzata come dono per una novella coppia di sposi, secondo l’uso del tempo. Va notato a proposito che, mentre il corpo di Venere è realizzato sulla base di modelli canonici, il suo volto presenta dei tratti più particolari, il che ha portato a ipotizzare si trattasse del ritratto della giovane sposa cui il dipinto era destinato. Ciò, pur rimanendo un’ipotesi, non stupirebbe visto quanto Lotto fosse apprezzato come ritrattista per la sua capacità di catturare lo stato d’animo dei soggetti raffigurati avvalendosi spesso di innovative soluzioni espressive.

Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, olio su tela, 1540 ca
New York, Metropolitan Museum of Art (credits)

La figura della dea allude quindi non tanto all’amore libero e passionale, quanto piuttosto a quello intimo e puro della vita matrimoniale. Lo comprendiamo osservando gli oggetti rappresentati intorno a lei, ognuno dei quali è portatore di un significato ben preciso ma non sempre chiaramente individuabile, secondo un modo di operare tipico del Lotto. Venere regge in mano una corona di mirto cui è appeso un braciere che allude al focolare domestico o alla fiamma della passione, sullo sfondo vediamo poi il tronco di un albero lungo il quale corre una rigogliosa edera, simbolo della fedeltà coniugale, e ai cui rami è appesa una conchiglia che, per via della sua forma, richiama la profondità del ventre materno ed è quindi simbolo di fecondità, ancora sul terreno in primo piano vediamo avvicinarsi piccolo e minaccioso un serpentello che rappresenta le insidie dei sentimenti o della lussuria. A sottolineare il riferimento alla fecondità, oltre ai simboli appena descritti, è soprattutto l’irriverente ed inconsueto gesto del Cupido, rappresentato mentre urina centrando la corona di mirto e mirando al sesso della dea, atto che allude al concepimento.

Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, dettaglio del Cupido mingente

Mentre per la figura di Venere Lotto fa riferimento alla tradizione, si concede alcune licenze nella raffigurazione di Cupido. Il suo gesto è frutto originale della fantasia dell’artista che sceglie di rappresentare il dio nei panni di un bambino divertito con la sua posa improvvisata, la corona storta sul capo e il sorriso dispettoso. Lotto ama costellare le sue opere di personaggi dalle pose e dalle espressioni inconsuete che muovono stupore nel moderno osservatore, ne sono esempi il gatto che fugge spaventato alla vista dell’Arcangelo Gabriele nell’Annunciazione (1534, Museo Civico di Recanati), l’angelo scrivente che si volta inaspettatamente verso lo spettatore nella Pala di San Bernardino (1521, Chiesa di S. Bernardino, Bergamo) o il Gesù che, appena nato, accarezza il muso di una pecorina offerta dai pastori nell’Adorazione (1534 ca, Pinacoteca Martinengo, Brescia).

Lorenzo Lotto, dettaglio del gatto fuggente dall’Annunciazione, olio su tela, 1534,
Recanati, Museo Civico della Città
Lorenzo Lotto, dettaglio dell’angelo scrivente dalla Pala di San Bernardino, olio su tela, 1521
Bergamo, chiesa di San Bernardino in Pignolo

Il complesso intreccio di simboli appena descritto è sicuramente uno degli elementi più affascinanti dell’opera ma non certo l’unico; in questo dipinto, datato sulla base di considerazioni stilistiche al 1540 circa, si colgono infatti tutti gli aspetti più interessanti della pittura di Lotto. Egli utilizza colori intensi e decisi accostati con grande sapienza, le figure sono definite con precisione di disegno e illuminate con una luce ferma e chiara che ne esalta e definisce le forme, gli oggetti che costellano il dipinto sono rappresentati con attenzione e dovizia di particolari. Questa maestria tecnica, il gusto per la composizione e la vivace fantasia dell’artista concorrono qui a creare un dipinto dall’aria insieme seducente e divertente che ci permette di cogliere la grandezza di Lotto, oggi finalmente riconosciuto quale figura fondamentale per l’evoluzione della storia pittorica italiana.

Bibliografia essenziale
– C. Pirovano, Lotto, Electa, Milano 2002
– R. D’Adda, Lotto, Skira, Milano 2004.
– F. Rigon, Amore e Venere secondo Lorenzo Lotto, in Arte documento, n. 27, Venezia 2011

Articolo pubblicato da Elena Squadrito

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