ArtShaker #43: il Monumento al Traforo del Fréjus di Torino, 1879

Un gruppo di Titani s’aggrappa, s’avvinghia, rotola coi monti schiantati dal fulmine che franano su loro; chi coi larghi petti e le robuste braccia tenta un ultimo conato contro l’ira del cielo, chi si incurva, chi cade, chi giace; in tutto si appalesa la verità, la lotta e la vita

Fanfulla, 1872

Uno dei monumenti più fraintesi nell’ambiente cittadino torinese è sicuramente il Monumento al Traforo del Fréjus, a molti noto come il Monumento ai Caduti del Traforo del Fréjus o come Porta dell’Inferno. Per fare un po’ di chiarezza spiegheremo l’origine di quest’opera e i motivi che hanno contribuito a diffondere le differenti interpretazioni.

Il 17 settembre 1871 veniva inaugurata con solenni celebrazioni la lunga galleria che attraversando il monte Fréjus avrebbe unito Bardonecchia e Modane, il Piemonte e la Savoia, dunque l’Italia e la Francia. I lavori iniziati nel 1857 erano stati portati a termine in soli 14 anni grazie all’impiego delle perforatrici ad aria compressa, appena brevettate. L’impresa ha una grande risonanza mediatica e l’anno successivo il conte Marcello Panissera di Veglio, allora presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, suggerisce di far realizzare un monumento per commemorare la grande opera ingegneristica. Viene dunque indetto un bando di concorso: il tema da svolgere è sostanzialmente la forza bruta vinta dalla scienza, come allegoria del progresso scientifico che aveva permesso l’edificazione della galleria in breve tempo. Diversi allievi dell’Accademia cercano di concretizzare questa idea e il progetto vincitore è quello firmato da Luigi Belli (Torino 1844-1919), allievo del maestro di scultura Odoardo Tabacchi (Valganna 1831-Milano 1905). Il suo bozzetto convince la commissione giudicatrice soprattutto per la resa originale del concetto: l’opera è concepita come una composizione piramidale di massi rappresentante una montagna sulla quale cercano di arrampicarsi i Titani (la forza bruta), respinti da un Genio alato (la Scienza) posto in cima. Fanfulla così descriveva il bozzetto: “Il contrasto tra la serenità di quell’angiolo ed il bieco atteggiarsi dei fulminati, il contrasto fra quelle forme erculee e quei contorni femminei, aerei, mi pare la più eloquente ad un tempo, e poetica espressione del divario che corre tra la forza bruta e la potenza dell’intelletto. La prima procombe e s’accascia, mentre l’altra sempre giovane aleggia su quella, e s’illustra e vive di trionfi sempre rinnovati”.

L’opera è finanziata dalla Giunta Municipale con la partecipazione di alcuni esponenti della borghesia cittadina ma soprattutto di Società operaie di Torino: queste nello specifico intendono l’opera come un’occasione per commemorare i tanti lavoratori coinvolti nell’impresa. Nella realizzazione dell’opera grandiosa sono impegnati diversi personaggi, citati poi su un masso posto alla base del monumento “Marcello Panissera di Veglio/ presidente della R. Accademia Albertina/ inventava/ L. Belli eseguiva il bozzetto/ altri allievi di scultura/ diretti da O. Tabacchi/ modellavano le statue/ B. Ardy informava il concetto/ 1879”. In realtà Belli verrà estromesso dalla realizzazione e arriverà a disconoscere l’opera perché ritenuta non fedele al suo progetto. Quanto agli allievi, erano sei e hanno prestato il loro lavoro per scolpire i Titani gratuitamente. Tabacchi si è invece occupato del Genio, inizialmente pensato in marmo di carrara, ma poi fuso in bronzo. I massi che costituiscono la montagna sono i materiali estratti durante il perforamento e arrivano direttamente dal cantiere. In ultimo, è stato aggiunto un congegno di tubature per far sgorgare acqua dalle rocce, trasformando il monumento anche in una fontana.

Il 26 ottobre 1879 alla presenza di Re Umberto I il Monumento al Traforo del Fréjus è inaugurato in Piazza Statuto. In cima alla montagna il Genio alato con una mano respinge i Titani e nell’altra regge una penna con la quale ha inciso nella pergamena granitica i nomi degli ingegneri che avevano ideato e diretto l’impresa del traforo “Sommeiller, Grattoni, Grandis”. I nomi ritornano in un masso inclinato dove si legge l’epigrafe “A/SOMMEILLER GRATTONI GRANDIS/ che unirono due popoli latini/ col traforo del Fréjus/ Gli italiani riconoscenti/ auspice il Municipio di Torino/ le Società Operaie iniziatrici/ eressero / Regnando Vittorio Emanuele II/ ebbe principio/ Al cospetto di Umberto I/il dì XXVI o.bre MDCCCLXXIX/ inaugurato”.

Monumento al Traforo del Fréjus, 1879

L’opera è accolta dal grande pubblico in maniera molto positiva, eppure sui giornali ritorna la polemica che era già stata fatta al bozzetto. Il monumento è definito sgraziato, pesante e grottesco per via delle rocce frastagliate che rendono la visione mossa e composita e per le statue titaniche non rifinite. Fortunatamente qualcuno del calibro di Carlo Felice Biscarra difende l’opera giudicandola sì diversa, ma innovativa e necessaria a svecchiare lo stile “da cimitero” della statuaria che adorna la città sabauda. Si guardi il Genio che ha appena spiccato il volo: è una figura di ottima fattura, leggerissima, sospesa per aria e sostenuta solo da un drappo dal magistrale panneggio che scende delicatamente dai fianchi. Il corpo bronzeo e le grandi ali spiegate risaltano per contrasto sul cielo azzurro nelle giornate di sole.

Monumento al Traforo del Fréjus, particolare del Genio Alato, 1879
(credits)

Sotto di lui quattro Titani franano insieme ai sassi e cercano di risalire la china. Girando intorno si scoprono le altre tre figure incastonate e schiacciate dalle rocce. Il bianco dei corpi, di dimensioni triplicate rispetto al vero, contro i massi granitici muove la visione. La resa trasmette con grande verosimiglianza la fatica dei Titani abbattuti, che attrae l’empatia dell’osservatore: in alcuni volti c’è il dolore, la sofferenza causata da una forza più grande. È così comprensibile la facilità con cui pian piano i Titani sconfitti siano stati identificati prima con la classe operaia schiacciata dal peso del lavoro poi con le vittime del cantiere, con riferimento particolare ai Titani incastrati tra le rocce.

Monumento al Traforo del Fréjus, particolare dei Titani, 1879
(credits)
Monumento al Traforo del Fréjus, particolare dei Titani, 1879
(credits)

Quest’empatia unita ad un altro episodio ha diffuso l’errata definizione del monumento come un’opera che omaggia i lavoratori caduti durante il traforo del Fréjus: nel 1971 in occasione del centenario della galleria è stata inserita una nuova targa ai piedi del monumento che ricorda i lavoratori che hanno perso la vita e l’uomo che aveva in origine pensato l’impresa “Al ricordo di coloro/ che diedero opera e vita/ per il traforo del Fréjus/ la Città di Torino/nell’anno centenario/ associa/ Giuseppe Francesco Medail/ che ne fu l’ideatore/ 1871-1971”.

Ora, arrivando alla Torino magica, bisogna ricordare che nell’immaginario esoterico Piazza Statuto è uno dei punti del triangolo della magia nera, insieme a Londra e San Francisco. In quest’ottica per molti il Genio alato sarebbe Lucifero rappresentato intento a respingere i corpi dei dannati o a indicare la porta dell’Inferno, collocata proprio sotto il monumento. L’identificazione con la figura diabolica era foraggiata dalla stella a cinque punte che coronava il capo del Genio fino al 2013, anno in cui è stata rimossa durante un intervento di restauro. Il Pentacolo – simbolo della conoscenza – era rovesciato e dunque associato all’anticristo.

Al di là dell’intento originario di esaltazione della scienza, della ragione e del progresso, la lettura che vuol vedere nei Titani un’immagine di sofferenza nella quale si riconoscono molti è sicuramente quella che ha la meglio tra i visitatori che si trovano faccia a faccia con quei volti che sorreggono il monumento.

Bibliografia essenziale

– C. Morando, I monumenti di Torino, Notizie biografiche, storiche e descrittive, Torino, 1884
– Sito web del Comune di Torino: www.comune.torino.it

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

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