ArtShaker #46: Giuseppe Castiglione, un artista italiano alla corte dell’Impero Cinese

Lang Shining [Giuseppe Castiglione, NdA] eccelleva nel ritrarre con verosimiglianza,
[questo ritratto] è stato dipinto per me
nella mia giovinezza; ora vecchio e coi capelli bianchi,
entrando in questa stanza non riconosco il mio ritratto.

Poesia dell’Imperatore Qianlong, 1782

Giuseppe Castiglione (1688-1766), milanese di nascita, è un pittore che, entrato a far parte della Compagnia del Gesù, dopo una sosta di alcuni anni in Portogallo, nel 1715 raggiungerà Pechino, la capitale della Cina. Assunto il nome cinese di Lang Shining (郎世宁), diviene pittore alla corte della dinastia Qing e qui si distingue per la sua abilità nel raffigurare cavalli e cani e, soprattutto, in qualità di ritrattista.

Come ebbe inizio l’incredibile avventura di quest’uomo?
Al pari di altri affascinanti personaggi del passato, anche dell’infanzia e della giovinezza di Giuseppe Castiglione si sa ben poco. Sappiamo per certo che entrò a far parte della Compagnia del Gesù a Genova nel 1707, a diciannove anni. Qui forse gli si possono attribuire i primi tentativi di farsi un nome come artista, tuttavia sarà a Coimbra, città portoghese nella quale si trasferì nel 1712 per completare l’apprendistato religioso, che inizia ad acquisire una certa fama. In questa città, all’interno del Collegio dei Gesuiti nel quale stava perfezionando i propri studi, decorò la cappella di Francesco Borgia. Purtroppo, questa venne distrutta una sessantina di anni dopo a causa di alcuni lavori di rinnovo, quindi non è possibile ammirare quelle opere che avevano suscitato una generale soddisfazione in coloro che le videro. Nel 1715, dopo un viaggio durato più di un anno, il gesuita Castiglione giunse come missionario a Pechino, capitale della Cina. All’epoca a regnare era Kangxi (1654-1722), il terzo imperatore della dinastia Qing.

Ma cosa ci facevano i Gesuiti in Cina?
Fin dalla metà del XVI secolo l’ordine fondato da Ignazo di Loyola tentò senza successo di penetrare nella “Nazione di Mezzo”. L’obiettivo era portare il cattolicesimo là dove non era ancora presente e, quindi, di convertire gli abitanti o i sovrani di regni lontani.
India, Macao e Giappone erano già stati raggiunti e da quei luoghi i missionari, col passare degli anni, potevano sentire le voci più fantasiose sulla (quasi) mitica Cina, tuttavia una cosa era certa: per attirare l’attenzione dei cinesi serviva pensare ad un metodo di evangelizzazione basato sugli studi della cultura del posto. Infatti, il primo ad assimilare totalmente gli usi ed i costumi cinesi, Padre Michele Ruggieri, si vide aprire le porte dell’Impero. Da quel momento in avanti furono numerosi i missionari che vennero inviati nell’impero cinese, tra i quali il celebre Matteo Ricci (1552-1610). Essi riuscirono a convertire molti cinesi: alla fine del XVII secolo, in Cina si contavano circa 200.000 cristiani. Dal 1687 al 1773, anno della soppressione della Compagnia del Gesù, alcuni padri provenienti da diverse nazioni ebbero l’onore di essere ospiti alla corte di Pechino presso tre imperatori. Tra questi figurò anche Giuseppe Castiglione.

Durante la sua permanenza alla corte cinese, Castiglione fu in grado di guadagnarsi l’ammirazione dei tre imperatori che servì. Inizialmente si dedicò principalmente allo studio della tecnica pittorica cinese, così diversa rispetto a quella appresa in Italia; nel frattempo, per ordine dell’imperatore Kangxi, vestì i panni di maestro insegnando la pittura ad olio e le basi della prospettiva a dieci pittori cinesi.

Otto destrieri, 1723, Taipei, Museo del Palazzo

A questa prima fase della sua carriera è attribuibile l’opera Otto destrieri (Fig. 1), realizzata con colori e inchiostro su un rotolo di seta verticale. Questo dipinto vede una prima maturazione del nuovo stile adottato da Castiglione, in cui gli elementi della tradizione pittorica occidentale si mescolano a quelli della tradizione cinese; una particolarità espressiva che d’ora in poi verrà applicata in tutte le sue opere. Lo sfondo è neutro e da esso emergono i dettagli di un paesaggio caratterizzato da un bacino d’acqua e dalla sua riva rocciosa. Dalle nuvole spuntano alcuni alberi: i due che occupano gran parte della scena sono un salice e una quercia. Nell’angolo in basso a sinistra invece si può scorgere un brano di vegetazione realizzato con estrema attenzione ai dettagli. I cavalli sono resi con un naturalismo piacevole, che emerge dai diversi atteggiamenti assunti dagli animali. I colori sono brillanti e contribuiscono a vivificare l’atmosfera. Si hanno quindi elementi tipici della pittura occidentale che si mescolano ad elementi chiaramente cinesi, come il chiaroscuro, che viene applicato con il gusto cinese per i passaggi graduali.

Mentre realizza dipinti e affreschi per le chiese gesuite di Pechino e dipinti tieluo (lett. dell’applicazione e rimozione) per alcuni edifici di una delle residenze estive dell’imperatore, Castiglione prosegue la sua attività di pittore di corte sotto l’imperatore Yongzheng con opere come il celeberrimo Le alte montagne offrono gli splendidi polipori (Fig. 2).

Le alte montagne offrono gli splendidi polipori, 1724 ca., Pechino, Museo del Palazzo Imperiale

Al centro dell’opera si trova un falco bianco, stante su uno sperone roccioso frastagliato dal quale spuntano alcuni funghi polipori. La parte destra della composizione è occupata da un pino dal tronco contorto e nodoso, al quale è avvinghiato un glicine; a sinistra invece trova spazio un torrente impetuoso che, in piccole cascate, scende verso la parte bassa della rappresentazione. Questa distribuzione degli elementi della composizione è tipica della pittura cinese, così come lo è la riproduzione analitica dei dettagli degli oggetti raffigurati, detta stile del tratto accurato (工笔).

La tecnica tieluo precedentemente nominata prevedeva che al retro del supporto in carta o seta andasse applicato un ulteriore strato di carta. I dipinti venivano poi appesi alle pareti. Tra i dipinti tieluo realizzati da Castiglione figura anche quello che è considerato il suo ritratto più famoso: il Ritratto dell’Imperatore Qianlong (Fig. 3). In questo dipinto Qianlong è a cavallo e sta passando in rassegna l’esercito (quest’ultimo non viene raffigurato).

Ritratto dell’Imperatore Qianlong a cavallo, 1758, Pechino, Museo del Palazzo Imperiale

La figura dell’Imperatore a cavallo occupa quasi tutto lo spazio disponibile e presenta colori frizzanti e vivaci. Lo sfondo è stato realizzato dettagliatamente con la tecnica del tratto accurato di cui sopra. Per il paesaggio sono stati usati colori neutri e tenui, cosicché ciò che è in primo piano, vale a dire la figura equestre dell’Imperatore, si stacca nettamente dallo sfondo, ma non solo: sembra quasi che il destriero sia sospeso da terra.
Occorre soffermarsi qualche istante in più sulla magnifica decorazione della sella e dell’armatura: si può così notarne la complessità, ammirando l’abilità di Castiglione nel riportare tali dettagli. Sull’armatura inoltre è presente il drago finemente rappresentato, al quale fa da sfondo il colore giallo. Secondo la teoria cinese dei cinque colori, al giallo corrispondono il centro e la terra: per questo motivo veniva associato all’Imperatore, ma non solo, come si vedrà più avanti. Anche il dragone veniva identificato con il sovrano, essendo esso un essere benevolo e simbolo di forza e virtù.
Ritornando al ritratto, il volto di Qianlong è seminascosto e, seppure l’espressione sia distaccata e distante come richiesto dalla ritrattistica tradizionale cinese, non manca di mostrare tratti naturalistici, risultati della grande competenza dell’artista in questo genere.

La capacità del pittore italiano con la ritrattistica è ancora più evidente in un’opera realizzata poco dopo l’ascesa al trono di Qianlong (1735), dove lo troviamo nuovamente ritratto. Il titolo di questo rotolo di seta orizzontale, lungo più di 11 metri, deriva dalla scatola in cui era contenuto: Dentro il mio cuore vi è il potere di regnare pacificamente (Fig. 4). Da alcune iscrizioni sul rotolo si sa che su di esso sono raffigurati da destra verso sinistra l’imperatore, l’imperatrice Xiaoxian, la Guifei (贵妃, ovvero la Concubina Imperiale di Primo Grado) e altre tra consorti (废) e concubine imperiali (嫔). In tutto figurano tredici personaggi a mezzobusto, statici e visti frontalmente, identificati dagli ideogrammi alla loro sinistra.

Fig. 4: Dentro il mio cuore vi è il potere di regnare pacificamente, 1736, Cleveland, Museo d’Arte (credits)

Come si può notare, il colore giallo in questo caso non è associato solo all’Imperatore, bensì anche all’Imperatrice e alla Concubina di Primo Grado, in quanto erano le persone di più alto rango in tutta la corte imperiale. Le altre figure femminili, di rango inferiore, indossano abiti di altri due colori, ovvero un giallo più caldo rispetto all’altro ed un rosso piuttosto scuro. La difficoltà nel realizzare un’opera del genere sta nel differenziare i vari personaggi che vi figurano, soprattutto per quanto riguarda le donne, che sono ben dodici, evitando di far sembrare l’opera una lunga sequenza di volti pressoché identici tra loro. Castiglione riuscì in questa impresa concentrandosi sui volti, caratterizzandoli sapientemente, tanto da far sembrare che ciascuno assuma un’espressione diversa da quelli che lo precedono e dai successivi. Si tratta indubbiamente di un capolavoro reso tale dalla sensibilità e dallo spirito d’osservazione dell’artista, qualità evidenti soprattutto nei ritratti delle prime due donne (Figg. 5-6) della serie, le più importanti dell’intera Cina: l’Imperatrice e la Guifei.

Fig. 5: ritratto dell’Imperatrice
Fig. 6: ritratto della Guifei

Le due figure presentano lo stesso vestiario: uguali i colori e le decorazioni dell’abito, nonché gli orecchini ed il copricapo. Tuttavia, sussistono alcuni particolari che permettono di distinguerle. Le differenze anatomiche stanno innanzitutto negli occhi: quelli dell’Imperatrice sono maggiormente inclinati, dando allo sguardo un taglio deciso, mentre quello della Guifei trasmette una certa pacatezza. La punta del naso, più stretta nel caso di quest’ultima, conferisce al volto un aspetto leggermente allungato ed affusolato; mentre il viso e la punta del naso dell’Imperatrice risultano essere leggermente arrotondati. La bocca, molto simile per forma, viene intelligentemente differenziata a livello cromatico: la Guifei ha quindi labbra più pronunciate, a differenza di quelle dell’Imperatrice che hanno un colore più tenue. Andando oltre, si può tentare un confronto di altri due ritratti, estremamente simili tra loro, con quelli di una consorte e una concubina imperiale (Figg. 7-8).

Fig. 7: ritratto della Consorte Dun
Fig. 8: ritratto della Concubina Imperiale Shun

Si può notare come in questo caso le differenze siano ancor più evidenti, al di là del colore dell’abito e della composizione della spilla al centro del copricapo. Le differenze anatomiche, infatti, sono palesi. Nel caso della Consorte Dun, il volto allungato è caratterizzato da zigomi molto pronunciati, evidenziati anche dal trucco leggero. Le labbra sono più strette e, complice lo sguardo, sembrano essere piegate in un sorriso sagace. Per quanto riguarda la Concubina Imperiale Shun, le labbra strette evidenziano la rotondità del volto. L’espressione raccolta del viso non lascia trasparire nulla di superfluo, anche se la leggera ombra sotto l’occhio sinistro le conferisce un’aria attenta, pronta a leggere lo sguardo di chi la sta osservando.

Per quanto riguarda il ritratto dell’Imperatore (Fig. 9), il suo copricapo non reca alcuna spilla e la perla in cima ad esso è tagliata da un filo rosso che la cinge verticalmente. Il suo sguardo trasmette tranquillità e la curvatura delle labbra verso l’alto conferisce al volto un’espressione di soddisfazione.

Fig. 9: ritratto dell’Imperatore Qianlong

Grazie a quest’opera e alle sue doti di ritrattista, Giuseppe Castiglione guadagnò un posto nella corte di Qianlong, senza dimenticare la sua devozione all’Impero e le sue conoscenze. L’artista morì nel 1766, dopo più di cinquant’anni vissuti in Cina e dopo aver ricevuto la stima e la fiducia di tre importantissimi imperatori della dinastia Qing. Venne seppellito in un cimitero all’interno della città di Pechino con una cerimonia funebre solenne, pari alla posizione da lui raggiunto.
Nonostante l’apprezzamento dei suoi contemporanei, coloro che seguirono faticarono a comprendere l’arte ibrida del gesuita, come evidenziato dalla studiosa Pirazzoli-t’Serstevens:

I posteri raramente sono gentili verso gli artisti espatriati il cui lavoro è nutrito da due culture totalmente diverse tra loro. Rifiutati sia dalla loro cultura che da quella che hanno adottato, la loro arte si trova tra due tradizioni artistiche e le mescola. Il suo carattere inclassificabile, la sua natura ibrida, la sua stranezza, in breve, il suo esotismo disturba il fruitore che la osserva.

Bibliografia essenziale

– AA.VV., I tesori del Palazzo Imperiale di Shenyang, Milano, Fabbri Editori, 1989
– A. Paolucci, G. Morello (a cura di), Ai crinali della storia. Padre Matteo Ricci: fra Roma e Pechino, Torino, Allemandi & C., 2009
– M. Pirazzoli-t’Serstevens, The Emperor Qianlong’s European Palaces, in «Orientations», vol. XIX, 1988
– Z. Jiajin, Castiglione’s Tieluo Paintings, in «Orientations», vol. XIX, 1988

Articolo pubblicato da Vanessa Ferrando

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