“Sarei forse più sola senza la mia solitudine”: l’isolamento volontario di Emily Dickinson

Fragile, disturbata, una nevrotica timorata di Dio; e ancora una schiava dell’autorità patriarcale, una povera zitella incapace di vivere… In una parola, una diversa. Emily Dickinson nel corso degli anni è stata definita in molti modi e, nella maggioranza dei casi, i denigratori di turno non si sono risparmiati dal condannarla più per la sua vita che per ciò che ha scritto. Facile, si potrebbe dire, attaccare qualcuno che compie scelte drastiche e così diverse dall’ordinario, talmente strane da far sorgere il sospetto che non abbia tutte le rotelle a posto. È questo uno dei più grandi difetti dell’uomo: giudicare l’altro da sé in maniera facile, gratuitamente cattiva, senza operarne una critica costruttiva.

Cosa dire di Emily Dickinson, una ragazza nascosta dietro le mura domestiche, che a soli ventitré anni decise di abbandonare per sempre il mondo esterno e di vestirsi solo e soltanto di bianco? Come possiamo ripensare la sua figura, la sua storia – e, di necessità, le sue poesie – rispetto a ciò che sta accadendo nel mondo contemporaneo? Oggi noi siamo costretti a questa stasi generale, questo freno inibitore che ci ha costretto a dire “basta” a tante cose, facendoci rinunciare nostro malgrado al mondo, agli affetti e agli amori. Cosa possiamo pensare della segregazione a cui Emily si sottopose, volontariamente e ancora giovanissima? Ricordandoci che a metà Ottocento l’unico mezzo per mantenere un qualsivoglia contatto con l’esterno erano le lettere cartacee – non le nostre velocissime e-mail – un dubbio, un sospetto ci assale: forse, questa ragazza del Massachusetts era veramente una pazza. Tuttavia, occorre ribadirlo, non bisogna mai fermarsi alla prima impressione, per quanto allettante essa possa sembrare. Un isolamento volontario dal resto del mondo può significare tante cose e di certo quello della Dickinson non è stato giustificato dalle tante ipotesi mosse dalla critica facilona – una delusione d’amore, un’invalidità fisica, addirittura un’assurda tendenza lesbica che la spinse ad autocondannarsi. Per anni si è dibattuto perfino sulla figura del padre, un severo calvinista, come di colui che la costrinse a scegliere una vita di clausura. Il carteggio che Emily intrattenne con uno sparuto numero di soggetti ci rassicura che non dovette trattarsi di questo: essa spese in più occasioni parole buone e sincere nei confronti del padre, rimanendo nella propria convinzione anche dopo la morte di questi. La stessa poetessa non fece mai trasparire la reale motivazione di una scelta così estrema: rimase nel mistero, tenne per sé le sue cose, i suoi segreti. In breve, non intese giustificarsi con nessuno delle proprie scelte. Cosa potremmo definire “coraggioso” se non una scelta così drastica e risoluta? Possiamo solo lontanamente immaginare cosa significasse una decisione del genere, noi, col nostro quotidiano segnato dalla tecnologia e dal continuo contatto virtuale con gli altri. Una vita vissuta e, soprattutto, voluta in isolamento alla metà dell’Ottocento significava una cosa soltanto: avere costantemente se stessi – e i pochi affetti domestici – come unica e sola compagnia. La virtualità bisognava costruirsela da soli, col proprio io, il mondo tentare d’immaginarselo oltre il recinto della propria dimora.

È ciò che Emily Dickinson fece, fortunata ragazza che ebbe dalla sua un’immaginazione e una sensibilità uniche, qualità che le permisero di incamminarsi in un percorso autonomo e riservato, dove la realtà non fu mai quella percepita e percepibile, ma quella generata dalla mente. Vestita di bianco, Emily trascorreva le sue giornate nell’enclave della sua dimora, abbandonandosi liberamente a meditazioni di varia natura o curva sul suo scrittoio per comporre poesie. Tuttavia, la volontà generatrice della materia poetica non fu per Emily un’esigenza, un tentativo di fuoriuscita nel mondo attraverso una forma diversa rispetto a quella fisica del proprio corpo. Non chiese né pretese la pubblicazione dei propri versi e, quando per un fortunato caso un amico si rese disponibile a pubblicarne alcune, essa ne scelse solo sette e chiese fermamente che non venissero diffuse col suo nome. Alla sua morte, sopraggiunta quand’aveva 56 anni, la sorella ritrovò una raccolta sterminata di componimenti, alcuni trascritti in graziosi quaderni ben rilegati e altri su pezzi di carta sparsi, i primi che presumibilmente Emily trovava quand’era colpita dall’ispirazione. In tutto scrisse ben 1775 poesie, di cui una prima parte fu pubblicata qualche anno dopo la sua morte dal «caro Higginson», giornalista e scrittore che Emily affettuosamente definiva il suo «giudice letterario».

Molti e variegati sono i temi affrontati nelle poesie di Emily Dickinson: la Natura forse è quella più ampliamente trattata. Tuttavia, essa non è paragonabile, nella sua visualizzazione e nella sua trattazione, a nessun altro tipo d’indagine naturale avuto da altri poeti prima e dopo di lei. La Natura presente nei suoi componimenti è fatta di fiori, animali, paesaggi e fenomeni atmosferici che quasi certamente Emily non vide mai dal vivo, ma che osservò attentamente attraverso dipinti, disegni o libri illustrati. Per questo la realtà naturale esterna sembra sempre percepita come al di là di un vetro, quasi un confine netto, che Emily sa di non poter varcare ma di cui sogna e immagina, come una bambina affascinata davanti alle meraviglie della natura raccolte in un libro:

Fammi un quadro del sole –
Posso appenderlo in camera mia
e fingere di scaldarmi
mentre gli altri lo chiamano «Giorno»!

Disegna per me un pettirosso – su un ramo –
così sognerò di sentirlo cantare
e quando nei frutteti cesserà il canto –
ch’io deponga l’illusione

Dimmi se è vero che fa caldo a mezzogiorno –
se sono i ranuncoli che «volano»
o le farfalle che «fioriscono».
E poi, sfuggi il gelo sopra i prati
e la ruggine sugli alberi.
Dammi l’illusione che questi due – ruggine e gelo –
non debbano arrivare mai!

Altre volte il fenomeno naturale, assieme alla materia temporale, costituisce lo strumento attraverso il quale nascono versi ispirati dal sentimento amoroso, di cui Emily Dickinson si mostra sottilissima interprete, malgrado non l’abbia mai conosciuto direttamente. L’amore è un sentimento polimorfo nei suoi versi, si rende sensibile a ogni minimo turbamento, si strugge per l’attesa e allo stesso tempo vola leggero. In un unico componimento si trovano emozioni tanto taglienti quanto fugaci, contrastanti tra loro e tuttavia mai stridenti, nel solco di un sentore pervasivo di spiritualità profonda e intimamente vissuta che idealizza il sentimento amoroso, privandolo di qualsiasi morbosità terrena.

Se in autunno tu venissi da me
caccerei l’estate
un po’ sorridente – un po’ irritata –
come la massaia scaccia una mosca.

Se potessi rivederti tra un anno
farei tanti gomitoli dei mesi –
li metterei in cassetti separati
per paura che i numeri si confondano.

Se l’attesa fosse soltanto di secoli
li conterei sulla mano
sottraendo finché non mi cadessero
le dita nel paese di Van Dieman.

E se fossi certa che finita questa vita
la mia e la tua continueranno a vivere
getterei la mia come una buccia
e sceglierei con te l’eternità.

Ma ora – incerta sulla durata del tempo –
che ci separa, la cosa m’inquieta, come l’ape folletto,
che non avverte quando pungerà.

Vi sono poi dei componimenti spiccatamente votati al tema della solitudine. In essi il linguaggio di Emily Dickinson si fa maggiormente aspro e folgorante, la visione subitanea prende il sopravvento, mentre il linguaggio si fa ancor più spezzato e scattante (anche grazie all’uso reiterato dei trattini), insistendo su dettagli tanto epifanici quanto incisivi. Eppure, la poetessa dell’isolamento volontario non canta della solitudine compiacendosene o lamentandosene: l’affronta con speditezza espressiva, quasi con violenza, accettandola e gridando al proprio mondo interiore la sua indomita e traboccante vitalità.

Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.
Sono abituata al mio destino.
Forse l’altra – la pace –

potrebbe spezzare il buio
e riempire la stanza –
troppo stretta per contenere
il suo sacramento.

La speranza non mi è amica –
come un’intrusa potrebbe
profanare questo luogo di dolore –
con la sua dolce corte.

Potrebbe essere più facile
affondare – in vista della terra –
che giungere alla mia limpida penisola
per morire – di piacere.

La poesia di Emily Dickinson può esserci d’aiuto in questo momento così particolare: c’insegna che l’isolamento dal resto del mondo è una condizione meramente fisica che possiamo superare grazie alla nostra mente e all’immaginazione, proprio come lei fece immaginando tutto ciò che non vide mai di persona, ma che seppe osservare con occhi puri e riversare nelle proprie rime. Una volta acquietatasi l’emergenza mondiale che stiamo vivendo ricordiamoci della purezza visiva di Emily Dickinson, mettiamola in pratica nel nostro quotidiano e, una volta ritornati nel mondo, sforziamoci di vederlo con occhi nuovi, senza pregiudizi e con molta curiosità.

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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