ArtShaker EXTRA: i virus belli e letali di Luke Jerram

Il nostro mondo è a portata di zoom. Siamo capaci oggi, complici i mezzi tecnologici – e in particolare quelli digitali – di scandagliare gli anfratti più segreti del mondo che ci circonda, possiamo osservarlo, analizzarlo e anche spiarlo. I propositi possono essere molteplici: dalla fame di conoscenza alla semplice curiosità, tutti assumiamo bene o male un atteggiamento voyeuristico di fronte a qualcosa che possiamo vedere a distanza ravvicinatissima, senza per questo entrarvi in contatto. L’effetto ultimo di tale visione produce un piacere, di natura estetica quanto personale, senza precedenti. È ciò che succede quando guardiamo dallo schermo del nostro smartphone situazioni ad alto tasso di rischio che non ci sogneremmo mai di rimanere ad osservare in condizioni di presenza fisica diretta. È ciò che accade anche e soprattutto di fronte a fenomeni che il nostro occhio umano sa di non poter vedere con i propri mezzi: il mondo del “non-visibile”, quello per cui l’uomo ha inventato strumentazioni apposite d’osservazione scientifica, dalle lampade che producono radiazioni elettromagnetiche artificiali (come i raggi X e UV) al microscopio. Con quest’ultimo strumento, definito da Galileo «occhialino per vedere le cose minime», dai secoli moderni l’uomo riesce a osservare e studiare con precisione il mondo che lo circonda. Il fascino della visione al microscopio è indiscutibile e da tempo mette in pratica la «grande revisione dell’inventario percettivo che modificherà per sempre la nostra immagine del mondo» auspicata da Walter Benjamin per il medium fotografico. Nell’ambito artistico, l’immagine scientifica, in particolare la visione dei microrganismi, ha suscitato una malia senza precedenti, soprattutto nell’epoca contemporanea: basti pensare alle allucinazioni da incubo dei carboncini e delle litografie di Odilon Redon o alle soluzioni astratte, pullulanti di piccoli esserini, di Kandinskij e Miró. Tanti altri sarebbero gli esempi da fare circa il rapporto arte-scienza, di cui l’ultimo, che ha riscosso un’eco internazionale negli ultimi tempi, è costituito dall’opera di Luke Jerram.

Luke Jerram con una delle sue sculture

Si chiama Glass Microbiology il mastodontico progetto avviato nel 2004 dall’artista inglese (classe 1974) che punta alla visualizzazione di veri e propri mondi paralleli d’immagini prodotte dai microscopi d’uso scientifico, trasferite quindi in ambito scultoreo. Il procedimento adottato da Jerram è semplice e analitico, potremmo dire spietatamente scientifico: seleziona l’immagine di un microrganismo visto con un microscopio ottico, la ingrandisce di ben due milioni di volte e, analizzandola in tutte le sue parti caratterizzanti, ne progetta delle sculture da realizzare in vetro rigorosamente trasparente. Diventa così per noi finalmente visibile ciò che in condizioni normali non lo sarebbe come batteri, funghi, lieviti, protozoi e virus. Queste ultime entità microbiologiche costituiscono forse la sezione più affascinante dell’intera serie: virus giganti visti come veri e propri «gioielli di vetro» che nelle intenzioni dello stesso artista propongono una riflessione sul rapporto tra la bellezza delle forme naturali e l’insidiosa pericolosità di quel che possono provocare.

Scultura in vetro del virus della febbre emorragica Ebola (EHF)

La fascinazione aliena, provocata dalla visione di questi virus enormi, è rafforzata dal materiale impiegato, non una scelta casuale: Luke Jerram, odiando le spettacolarizzazioni inutili, rinuncia a qualsiasi tonalità cromatica e purifica la visione del microrganismo proponendolo nel semplice ed elegante vetro trasparente, realizzato con la stessa tecnica di soffiatura che si impiega nella realizzazione dei vetri da laboratorio. Questa è in parte anche una necessità personale – Jerram è daltonico – ma scientificamente attendibile e giustificabile, in quanto i microrganismi sono incolori perché più piccoli della lunghezza d’onda della luce. Quindi le grafiche coloratissime dei virus che vediamo tutti i giorni risultano fuorvianti e scientificamente inesatte. Paradossalmente, per quanto ingigantiti, i virus di Luke Jerram sono più attendibili dei “fumetti” di scienza che siamo soliti osservare, specialmente in questo periodo.

Scultura in vetro del coronavirus 2 da sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV-2)

Il rapporto tra arte e scienza non si risolve sempre in maniera univoca, lasciando che sia soltanto la seconda a fornire del materiale di riflessione alla prima. Il progetto di Luke Jerram, a tutti gli effetti un «manuale alternativo in 3D di microbiologia», viene sempre più spesso utilizzato dagli scienziati per mostrare, attraverso la sua oggettività visiva, fenomeni e protagonisti di questa particolare branca della biologia. Qualche volta, invece, è l’arte stessa ad anticipare la scienza nell’imaging dei suoi ambiti di ricerca. L’artista inglese infatti, otto settimane prima dello scoppio “ufficiale” dell’attuale pandemia di coronavirus, ha realizzato per la Duke University School of Engineering di Durham (nella Carolina del Sud, Stati Uniti) una scultura del SARS-COV-2, il virus scatenante il COVID-19. Nell’intervista a La Lettura del «Corriere della Sera» Jerram spiega che inizialmente ha proposto l’opera come simbolo per lanciare una riflessione sulla ricerca scientifica presente e futura. In poco tempo però il significato della scultura è cambiato, divenendo un omaggio globale per ringraziare scienziati, medici, infermieri e operatori che ogni giorno combattono contro il COVID-19. E da qui l’attenzione, mediatica e non, a cui è stata sottoposta l’opera dell’artista inglese ha ricevuto un rimbalzo senza precedenti.

Scultura del virus dell’immunodeficienza umana (HIV)
Scultura di Papilloma Virus Umano (HPV)

Le sculture di virus di Luke Jerram oltre che essere scientificamente attendibili – sono infatti costantemente aggiornate di pari passo ai risultati delle ricerche microbiologiche – mostrano al grande pubblico il mondo dei microrganismi sotto una lente diversa. Essecostruiscono legami visivi nuovi, proponendo una familiarizzazione e una fruizione inedite della scienza ricordandoci, attraverso le loro forme, che la natura è tanto bella quanto letale e, proprio per questo, dobbiamo rispettarla.

© immagini: lukejerram.com

Bibliografia essenziale
– W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e altri saggi sui media, Milano, BUR Rizzoli, ed. 2013
– Sito web dell’artista: https://www.lukejerram.com/
– Intervista a Luke Jerram di Stefano Bucci, in «La Lettura del Corriere della Sera», 438, domenica 19 aprile 2020

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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