ArtShaker #48: Nouveau Réalisme, uno sguardo diverso

Il Nouveau Réalisme è stata una corrente artistica che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale con la Declaration constitutive du Nouveau Réalisme redatta il 27 ottobre del 1960 da parte del critico Pierre Restany; con tale documento però non si sanciva tanto la nascita del movimento, avvenuta qualche tempo prima, ma si formalizzava l’individuazione della molteplice opera di artisti accomunati da un identico sentire, da una nuova indagine della realtà e da un background culturale che, seppure in misura diversa, li abbracciava tutti. I maggiori esponenti del Nouveau Réalisme, Arman, Tinguely, César, Klein, Spoerri, Hains, Christo solo per citarne alcuni, erano coetanei ed alcuni di loro anche amici d’infanzia.

Perché uno sguardo diverso? Diverso esattamente da cosa? Per rispondere a questa domanda, occorre fare un passo indietro e capire sia il contesto storico in cui si è sviluppato questo movimento, sia avere un quadro generale delle correnti che l’hanno preceduto. Infatti, ​è corretto affermare che il Nouveau Réalisme fu una risposta alle correnti che avevano segnato i decenni precedenti.

A fronte dei tragici eventi bellici che avevano segnato il decennio degli anni Quaranta, gli artisti informali reagirono riscoprendo il violento e vitale gesto artistico, che accantonava o minimizzava ogni tipo di rappresentazione possibile. Le macchine, gli oggetti tanto esaltati nel periodo tra le due guerre, ora facevano paura perché si era sperimentato di cosa fossero capaci una volta applicati alla guerra e alle disumane politiche di sterminio. Neanche la rappresentazione dell’uomo offriva più sicurezza, perché questi si era macchiato di nefandezze indicibili. Cosa rimaneva? Solamente il gesto artistico che puntava a rappresentare il dissidio dell’interiorità dell’uomo: l’abbandono delle forme e della razionalità furono la conseguenza ed il mezzo mediante il quale la ​non forma ​divenne ​evasione assoluta da qualunque categoria razionale. Unicamente colore e segno, aventi il preciso scopo di alludere caoticamente ad un intricato germogliare della vita. Le opere di questo periodo, fine anni ​Quaranta inizi ​Cinquanta​, sono caratterizzate da una foga creativa che passa subitanea attraverso il braccio e il pennello del pittore: pensiamo a Pollock e alla scuola di New York e, in Europa, a artisti come Emilio Vedova, Jean Dubuffet e Jean Fautrier, appartenenti al movimento Informale; perfino in Giappone con Kazuo Shiraga, uno dei massimi esponenti del gruppo Gutai: tutti creano opere realizzate con violenza gestuale, disprezzo della forma, come emergenti da dense stratificazioni di materia colorata. Era questo il dinamico clima artistico nel quale i Nouveaux m​ossero i primi passi. Era questa l’aria che respiravano: quella dell’Informale.

César, Compression “Ricard”, lamiera d’acciaio laccata e compressa, 1962, Parigi, Centre Georges Pompidou
© Adam Rzepka – Centre Pompidou

Da una parte vi era la volontà di cambiare, di innovazione, sentita come impellente necessità e dall’altra sussisteva il grande tracciato della tradizione, di cui è ​spesso difficile abbandonare i solchi. Ricordiamoci che i ​Nouveaux sono della generazione nata attorno gli anni ’30 del Novecento; l’innovazione​, per loro, ​fu rappresentata essenzialmente dall’abbandono della forma rappresentativa, con l’immergersi in una sorta di brodo primordiale da cui poteva nascere la vita e tutte le sue pulsioni, cercando di rappresentare quello che fino ad allora non si poteva: il flusso vitale stesso. Gli oggetti e la tecnologia​, non erano più rappresentati da carri armati, bombe, aerei o cannoni, bensì sostituiti da giradischi, lavatrici, televisori ec​c​. Parallelamente​, nasceva in Gran Bretagna, nell’ambito di questo comune sentire, la Pop Art. Si era giunti a credere che la materia e gli oggetti non fossero più una minaccia in grado di ferire e cancellare l’uomo ma la manifestazione di un nuovo mondo, sebbene non necessariamente positivo, che si andava imponendo. Gli oggetti e la materia che li costituiva (ri)diventavano nuovamente il metro della realtà circostante. Il corpo e l’indagine interiore che avevano caratterizzato il decennio precedente vennero abbandonati e al loro posto trionfa nuovamente l’​O​ggetto. In questo i ​Nouveaux Réalistes​, più che ai loro padri, sembrano guardare ai loro nonni, ovvero ai dadaisti. Ed è a loro che il giovane critico Pierre Restany si riferiva nel 1961, quando lanciò lo slogan “40° sopra Dada”, ovvero la riappropriazione del mondo così com’è. Scrive Restany:

L’uomo d’oggi è un uomo ebbro di progresso e di velocità che nell’esprimersi vuole completare e concludere la sua conquista del mondo. L’urgenza espressiva si identifica con l’appropriazione del reale, sempre più diretta e totale. Nel contesto dell’espressività attuale, i ready-made acquistano un nuovo significato: essi incarnano il diritto all’espressione per un intero specifico settore della vita moderna, quello della città della strada, dell’officina, della produzione in serie.

Nel 1961, la prima mostra a ​A 40° gradi sopra Dada​, esprime a parole il proprio punto di riferimento (Dada) e in numeri la misura del distacco: non più semplice prelievo del reale, ma riappropriazione del suo significato. Si costruisce, come spiega il manifesto redatto il 16 aprile del 1960 firmato da Yves Klein, Arman, Raymond Hains, Daniel Spoerri, Jean Tinguelly e lo stesso Restany, una nuova esperienza sociologica concentrata sul fascino dell’oggetto: un manifesto strappato, come farà Mimmo Rotella, oppure un avanzo di cibo (Daniel Spoerri), uno strumento fatto a pezzi (Arman) possono portare la sensibilità ad un nuovo livello di esperienza. Tuttavia​, a differenza del Dadaismo, gli oggetti non vengono più presentati freddamente come dei ready​-made duchampiani, in cui l’oggetto viene mostrato come opera senza subire modifiche o subendone poche, ma ​–​ e qua ​si nota chiaramente l’eredità dell’Informale ​–​ gli oggetti vengono trasformati, adattati dall’artista, che colora, straccia, distrugge, assembla, comprime fino a che non perdono la loro essenza di ​singoli oggetti​, come farà Arman con la serie delle Accumulazioni.​ ​Gli oggetti​, diventano parte di una nuova e straniante opera oppure, al contrario ma con analogo significato, si smaterializzano progressivamente, fino a scomparire del tutto, come nell’opera di Klein.

Arman, Le Plein (Il Pieno), Galerie Iris Clert, 1960
Yves Klein cammina ne Le Vide (Il Vuoto), Galerie Iris Clert, Parigi, 1958
© immagine

Ed è questo il senso della dicitura di “quaranta gradi sopra Dada”, perché gli oggetti, passando tra le mani dell’artista, vengono riqualificati e trasformati nella loro essenza, non basta più rinominarli opere d’arte ed esporli in un contesto che formalizzi e che decreti la loro essenza di opere​, come accadeva nel Dada​: le opere ora ​vengono trasformate attraverso la personalità dell’artista. Gli artisti novorealisti ricordano nella loro poetica dell’oggetto l’insegnamento dei “nonni” dadaisti, non dimenticando il gesto dei “padri” informali.

Mimmo Rotella, Con un sorriso, 1962, décollage su tela, Londra, Tate
© immagine

Bibliografia essenziale
– F. Fabbri, Sesso arte rock’n’roll. Tra ready made e performance, Bologna, Atlante, 2006
– F. Poli (a cura di), Arte contemporanea. Le ricerche artistiche dalla fine degli anni ’50 a oggi, Milano, Electa, 2007
– R. Barilli, L’arte contemporanea: da Cézanne alle ultime tendenze, Milano, Feltrinelli, 2009

Articolo pubblicato da Umberto Pasqualini Lancellotti

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