ArtShaker #54: la Madonna dei denti di Vitale da Bologna, 1345

Vitale degli Equi, meglio noto come Vitale da Bologna, fu una delle personalità artistiche più importanti nel panorama bolognese del Trecento. La sua attività iniziò a Bologna intorno al 1330 e nell’arco di un decennio Vitale divenne un pittore di grande notorietà, cominciando a esser richiesto dai più importanti committenti del tempo. La sua fama raggiunse perfino Udine, dove gli vennero commissionati i lavori di affresco del Duomo nel 1349. Grazie ad una efficiente e folta bottega egli riuscì nel corso della sua carriera, che si concluse nel 1359, a soddisfare numerose commissioni realizzando tavole, affreschi e opere scultoree, influenzando così, in modo profondo e permanente, le scuole pittoriche delle località in cui si trovò ad operare. La sua formazione, avvenuta negli anni Venti del secolo, resta incerta ma dalle sue opere emergono chiaramente gli influssi della pittura giottesca e riminese, della miniatura bolognese e dell’arte gotica francese cui Vitale aggiunse una continua ricerca naturalistica, perseguita sia nella resa epidermica delle superfici che nelle più sottili sfumature sentimentali. Ne scaturì uno stile altamente originale in cui si alternano brani di eccezionale raffinatezza e momenti di intenso espressionismo e drammaticità, fantastici paesaggi goticheggianti e spazi razionali di matrice giottesca, figure statiche ed altre d’intenso dinamismo. Per cogliere la capacità di Vitale d’esprimersi su due registri tanto lontani possiamo osservare a confronto la drammatica Crocifissione di Madrid (1335 ca; fig. 1) o il vitalissimo San Giorgio che uccide il drago della Pinacoteca di Bologna (1330 ca; fig.2) con la dolce ed elegante Madonna dei Denti del Museo Davia-Bargellini (firmata e datata 1345; fig. 3).

1. Crocifissione, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, 1335 ca.
2. San Giorgio uccide il drago, Bologna, Pinacoteca Nazionale, 1330 ca.

Nella Madonna dei Denti il linguaggio del maestro è lontano dai più esasperati furori gotici che pervadono le prime due opere, realizzate nella fase iniziale della sua carriera. L’influsso della pittura giottesca è qui molto forte anche se è indubbiamente riletto alla luce di uno squisito decorativismo di marca oltremontana. A caratterizzare l’opera sono poi l’eleganza e la delicatezza della figura della Vergine e il naturalismo del gesto di quotidiano affetto che lega la sua figura a quella del Figlio.

3. Madonna dei denti, Bologna, Museo Davia-Bargellini, 1345
© IBC Emilia-Romagna

Non conosciamo la storia antica della Madonna dei Denti, dal momento che le prime testimonianze a proposito risalgono al Seicento; tra queste la più significativa è sicuramente quella del celebre biografo degli artisti bolognesi Carlo Cesare Malvasia che, sul finire del secolo, la individuava presso la chiesetta bolognese di Santa Maria di Mezzaratta e, precisamente, sull’altare dell’adiacente oratorio di Sant’Apollonia, detto anche “della Madonna dei Denti”, da cui l’opera trae il suo curioso nome. Malvasia conferma che la tavola era parte di un polittico più ampio composto da “tre spartimenti”: quello centrale, con la Madonna, e i due laterali con figure di sante, disposte, due per lato, entro “quattro cappelle”. L’aspetto che l’opera aveva al tempo ci è tramandato da un’incisione ottocentesca pubblicata da Séroux D’Agincourt (fig. 4), realizzata sulla base di un disegno del secolo precedente, in cui si vede ancora la tavola completa dei laterali, anche se privi già della carpenteria originale con le “cappelle”. Non sappiamo con precisone quando il polittico venne smembrato, di certo l’opera si presentava così come la vediamo oggi quando, attorno al 1861, venne acquistata da parte della famiglia Bargellini.

4. Séroux D’Agincourt, incisione da La Madonna dei Denti, XIX sec.
© Fondazione Zeri

Al centro della tavola la Madonna siede come da tradizione su di un trono dalle architetture goticheggianti, costruito con un certo accenno di profondità che richiama i precedenti di Giotto. Ai piedi del trono compaiono inginocchiati due fedeli in preghiera, gli ignoti committenti dell’opera, rappresentati secondo i canoni medioevali di dimensioni nettamente ridotte rispetto alle figure sacre. A contraddistinguere l’opera è il naturalissimo gesto del Bambino (fig. 5): questi non assume una posa ufficiale, non compie un gesto di benedizione ma è raffigurato in braccio alla madre mentre rivolge uno sguardo pensoso allo spettatore e, con un gesto improvvisato e spontaneo, accarezza il viso materno. Gli occhi della Vergine, dalla forma elegante e allungata che tanto spesso ricorre in quest’artista, sono carichi d’un sentimento limpido e sereno che le conferisce un’aria raccolta e consolatoria al contempo.

Dettaglio della Madonna dei denti

La bellezza di questa figura è esaltata dall’eleganza delle sue vesti: il lungo manto blu con figure di grifoni, il cui colore doveva essere sgargiante al tempo della sua esecuzione, la ricopre sino ai piedi lasciando solo intuire le forme del corpo sottostante. Ad accentuare l’eleganza della veste finemente bordata da dettagli dorati è il preziosissimo velo che copre la fronte della Vergine per poi scendere dalle orecchie sino al collo e al mento con un effetto di trasparenza discreto e bellissimo, indicativo della maestria tecnica di questo pregevole artista. Lo stesso velo trasparente ricopre il corpo del Bambino, lasciando qui chiaramente vedere le forme robuste e plastiche del suo corpo che dimostrano ancora una volta l’aderenza di Vitale alla visione giottesca. Nel solco della tradizione medioevale, Vitale proietta inoltre le figure su di un lucente sfondo dorato impreziosito per via di una decorazione geometrica che riprende quella dei libri miniati che, nella Bologna universitaria del tempo, circolavano in grandi quantità.

6. Madonna dell’umiltà, Milano, Museo Poldi-Pezzoli, 1353 ca.

È questa capacità di Vitale di muoversi tra registri stilistici differenti a fare di lui una delle personalità artistiche più affascinanti del primo Trecento italiano e non solo. La continua ricerca di naturalismo, espressa anche attraverso l’attenzione ai sentimenti umani più semplici e vicini al mondo dello spettatore, è di certo uno degli aspetti più moderni e affascinanti della sua pittura. Un’altra opera esemplare da riportare a tal proposito, che aiuta a cogliere la modernità di questo artista, è la Madonna dell’Umiltà del museo Poldi-Pezzoli (1353 ca, fig. 6), dove, ancora una volta, è protagonista il legame intimo e affettuoso tra madre e figlio, capace di commuovere lo spettatore di ogni tempo.

Bibliografia essenziale

– F. Filippini, Vitale da Bologna, in «Bollettino d’arte», s. III, 6, pp. 13-32, Ministero per i Beni Culturali, 1912
– C. Gnudi, Pittura Bolognese del ‘300: Vitale da Bologna, Bologna, Cassa di Risparmio di Bologna, 1962
– D. Benati, Vitale da Bologna, in «Enciclopedia dell’Arte Medievale», Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000
Le Madonne di Vitale. Pittura e devozione a Bologna nel Trecento, catalogo della mostra a cura di M. Medica, Ferrara, Edisai, 2010

Articolo pubblicato da Elena Squadrito

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