ArtShaker #55: Yves Klein e Santa Rita da Cascia. Un possibile volo

Sembra paradossale che una santa come Rita, oggetto da lungo tempo di una fervente devozione popolare, abbia al suo seguito un così scarno corredo visivo, composto perlopiù da rappresentazioni votive stereotipate e di scarso valore. Eppure, così è. Tale fenomeno, per quanto bizzarro possa sembrare, può essere spiegato in virtù di alcuni elementi storici che hanno avuto un certo peso sulle vicissitudini della rappresentazione artistica della Santa. Innanzitutto, essa fu canonizzata solo nel 1900 da papa Leone XIII che, con quest’operazione, tentò di sfruttare l’immagine della “Santa delle cause perse” per un ritorno positivo all’interno della popolazione dei fedeli, nella paura di perderli dopo la fine del proprio potere a seguito dell’Unità d’Italia. Tuttavia, sia prima che dopo la santificazione Rita conta pochissime effigi da parte di artisti più o meno famosi. Complice la mondanizzazione di gran parte dell’arte contemporanea, spinta a rifuggire la rappresentazione sacra, ormai giudicata passatista, la sventurata, “giovane” santa di Cascia si ritrova di anno in anno con un corredo d’immagini assai povero rispetto ai suoi “colleghi” ricchi d’innumerevoli immagini, come i vicini Francesco, Chiara e Benedetto.

Con sorpresa di molti, piuttosto di recente si è scoperto che Santa Rita è stata oggetto d’una fervida e privatissima devozione da parte di uno degli artisti più importanti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: Yves Klein, il “Folletto blu” del Nouveau Réalisme. Si tratta di una bella rivincita nel campo artistico per la santa in questione. La scoperta di questo inusitato legame è avvenuta allo scoccare degli anni Ottanta, quando fu rinvenuto, dalle monache del posto, un ex voto lasciato lì dall’artista quasi vent’anni prima. L’evento, casuale e improvviso, gettò nuova luce sull’arte e sul credo artistico di Yves Klein. Tuttavia, ancora oggi, il rapporto tra questi e Santa Rita rimane avvolto da un velo d’affascinante mistero.

La devozione di Klein per la santa di Cascia fu vissuta e coltivata nell’hortus conclusus delle proprie convinzioni spirituali. L’artista s’avvicinò alla religione cristiana passando per i culti e la filosofia orientali, approdando quindi al cristianesimo secondo un approccio eterodosso, infervorato d’esoterismo. Si tratta di una condizione comune che Klein condivise con diversi suoi colleghi del Novecento, all’insegna della scoperta d’un inedito rapporto tra arte e religione grazie alle teorie teosofiche che, a partire dalla fine del secolo precedente, esercitarono un grande fascino sull’arte dell’epoca. Queste, diffuse nel contesto europeo grazie alla mediazione di Helène Blavatsky e Rudolph Steiner, ebbero ripercussioni soprattutto nell’ambito astratto. Nacque così un nuovo modo di fare pittura, non oggettivo e anti-figurativo, che presentava l’artista come l’unico tra gli uomini ad avere un accesso privilegiato al reale profondo e alle verità più nascoste. L’arte era intesa – già da Kandinskij e Klee – come l’unica via pulchritudinis per l’accesso alla conoscenza sacra, all’assoluto invisibile all’occhio umano. Un approccio del tutto simile si trova anche in Klein il quale, seppur a distanza di diversi decenni da quel contesto, investì la propria ricerca artistica di un costante anelito di purezza dal chiaro richiamo spirituale.

Disgustato dalla “vuota spiritualità” propugnata dalla Chiesa del suo tempo, Klein s’avvicinerà, dopo una prima fase dedicata ai culti orientali, al cristianesimo occidentale attraverso il filtro esoterico della Rosacroce, setta d’autoproclamata antichità millenaria che annunciava un’imminente riforma del mondo, un ritorno a quella nostalgica età dell’oro, intesa spiritualmente come il ritrovamento dell’innocenza perduta. Questo, unito a interessi immaginifici e alchemici propri della Rosacroce, era ciò di cui aveva bisogno Klein per strutturare la propria estetica, rispondendo ai suoi febbrili quesiti: «Come si cattura la realtà percepibile, impalpabile, invisibile dell’intangibile? E poi, per spingersi ancora più oltre: come si crea senza fare nulla in apparenza?»

S’avverte già da queste parole quello che è il caposaldo per eccellenza della poetica del “Folletto blu”: l’Immateriale, concezione assolutizzante dell’arte che prevede l’abbandono di qualsiasi oggettualità terrena per abbracciare il puro spirito delle cose. Quest’ultimo elemento, in Klein, è rappresentato dal colore puro, o meglio, dall’effetto che esso genera, un’irradiazione sensibilizzante capace d’investire lo spettatore ed elevarne quindi l’animo. Per Klein, infatti, la pittura «è l’arte di creare anime per tenere compagnia alle anime», un modo per «avvertire l’anima, senza spiegazioni, senza parole, rappresentando solo questa sensazione».

È con queste premesse che Klein riceverà una conferma del proprio sentire artistico col viaggio ad Assisi nel 1958. Qui rimane scioccato dalla presenza, nella Basilica superiore di San Francesco, di «monocromi completamente blu», tanto che esclama: «Giotto, che precursore!». Con ogni probabilità, Klein aveva ben chiara la propria concezione del colore come veicolo della rappresentazione dell’immateriale. Una teoria, la sua, ispirata a quella dell’arte e della scienza del Medioevo, che consideravano il colore come emanazione della luce divina. Su questi fondamenti Klein libera la pittura dal giogo della mimesis per permetterle d’esprimere ciò che, fino ad allora, nell’arte moderna veniva considerato teoricamente inesprimibile. Per far ciò Klein operò un sincretismo estetico senza precedenti nell’arte contemporanea: da un lato un’attualizzazione di alcuni dogmi della rappresentazione sacra d’ambito bizantino, che vedeva nell’immagine (la cosiddetta icona) il veicolo per l’accesso al soprannaturale, con forti valenze simboliche, lontana da qualsiasi rappresentazione oggettiva. Dall’altro Klein recupera la concezione eterodossa – e ai limiti dell’eresia – dell’immagine come diretta propagazione del divino da Meister Eckhart. Quest’ultima, infatti, si poneva in diretto contrasto col dogma rappresentativo dell’Occidente medievale, che rifiutava qualsiasi emanazione della divinità dall’immagine. Il mistico tedesco infatti scriveva:

L’immagine non forma una cosa distinta da ciò di cui è immagine, né essi sono due sostanze. […] L’immagine è propriamente un’emanazione semplice, formale, trasfusiva di tutta l’essenza nella sua purezza e nudità; è un’emanazione dall’intimo che avviene nel silenzio e con l’esclusione di tutto ciò che è esterno, è una forma di vita, paragonabile a una cosa che di per sé si gonfi e ribollisca in sé stessa.

Klein quindi unisce l’eredità artistica bizantina e il pensiero di Eckhart per forgiare un nuovo tipo d’immagine pura e assoluta. Una nuova icona, in grado di mettersi in contatto diretto con la spiritualità e l’animo di chi la osserva. L’artista pensa alle proprie opere come «presenze viventi e autonome», irradiazioni perfette di natura e spirito, in una soluzione sincretica che, a distanza di secoli, sembra voler riconciliare Oriente e Occidente sulla concezione della natura dell’immagine sacra. L’ultimo tassello decisivo per questa rivoluzione estetica è fornito proprio dal culto popolare di Santa Rita, attraverso il quale l’artista deroga al dogma cattolico che rifiuta di riconoscere la reale presenza del divino nelle rappresentazioni artistiche religiose. Tuttavia, in un contesto di fervida devozione – come nel caso di Santa Rita – l’adorazione dell’immagine da parte del popolo, in quanto diretta propagazione dello spirito divino, viene tollerata dalla chiesa per evitare sommosse tra i fedeli.

1. Yves Klein davanti alla Basilica di Santa Rita a Cascia
Successione Yves Klein c/o ADAGP Paris / © Foto: Rose Raymond

Nell’offerta immateriale all’assoluto Yves Klein, al pari d’un sacerdote, nutre in sé un’ardente devozione che lo spingerà a compiere ben cinque viaggi in Umbria, vissuti come veri e propri pellegrinaggi, di cui erano a conoscenza solo i suoi familiari. Il primo incontro con Rita a Cascia si compie nel 1958, dopo qualche mese dalla scoperta del blu giottesco ad Assisi (Fig. 1). Al monastero Klein si fermerà per un certo tempo, lasciandovi come offerta devozionale un monochrome bleu (Fig. 2) appositamente realizzato, «en reconnaissance à Sainte Rita», come prima richiesta d’intercessione della “Santa degli impossibili” in vista dell’inaugurazione della propria mostra parigina Le Vide (Il Vuoto).

2. Yves Klein, Monochrome bleu sans titre, 1958
pigmento puro, resina sintetica su tela montata su tavola
Cascia, Monastero di Santa Rita

Klein si recherà a Cascia per l’ultima volta nel 1961, un anno prima della sua morte, per lasciare in dono in maniera anonima un ex voto (Fig. 3) recante l’oro guadagnato dalla vendita delle prime quattro Zone di sensibilità pittorica immateriale. L’oggetto, un vero e proprio manufatto artistico, consiste in una piccola teca in plastica trasparente (perspex) suddivisa in vari scomparti, contenenti ognuno la massima espressione della cifra artistica dell’artista. In alto, da sinistra, il pigmento concentrato del rosa (Monopink), il famoso blu (IKB, International Klein Blue) e le foglie d’oro (Monogold). Appena sotto questa triade, un’altra sezione ospitava un cartiglio manoscritto di sette pagine, piegato a fisarmonica, quindi in basso tre piccoli lingotti d’oro su di un letto di pigmento blu fissato, risultati della fusione dell’oro acquisito dalla vendita già citata. Nel manoscritto (Fig. 4) si legge il ringraziamento alla Santa: «per l’aiuto così grande, decisivo e meraviglioso che mi hai dato finora», chiedendo ancora una volta la sua intercessione per la sua opera, «affinché sia tutto, sempre, di Grande Bellezza».

3. Yves Klein, Ex voto dedicato a Santa Rita da Cascia, 1961
pigmento puro, foglia d’oro, lingotti d’oro, cartiglio manoscritto, resina sintetica, teca in perspex
Cascia, Monastero di Santa Rita
4. La scansione del testo manoscritto nel cartiglio dell’Ex voto

Non è pretenzioso affermare che l’ex voto a Santa Rita è, a tutti gli effetti, la summa dell’arte di Klein. La piccola teca ha la potenza di un’icona e condensa in sé tutti gli elementi fondanti della poetica dell’artista: spazio, materia, energia, immaterialità, luce, colore. I tre colori, secondo Klein, rappresentano «lo spettro della fiamma, genesi della materialità e dell’immaterialità, genesi dell’ambivalenza e della nostra percezione». Il blu è il cosmo, lo spirito e, in un’accezione medievaleggiante, la rappresentazione stessa del divino. Il rosa è legato alla carne, alla realtà materiale, così come alla sensibilità femminile che contraddistingue Rita. Infine l’oro, che si fa indice di regalità e spiritualizzazione assoluta. Questi tre elementi, visti da una prospettiva più ampia, rimandano in prima battuta ai colori delle vesti della Vergine nella sua rappresentazione canonica, avvolta in un mantello blu, vestita con un abito rosa e quindi cinta d’oro in vita. Ancora, la triade cromatica di Klein (peraltro già proposta coi monochrome nella mostra a Krefeld del ’61) richiama la Trinità, secondo un’astrazione assolutizzante: il Soffio divino dello Spirito Santo, l’Incarnazione del Figlio, la regalità del Dio Padre. La scansione è suddivisa e protetta dalla plastica trasparente, che nelle intenzioni di Klein simboleggia al contempo il Vuoto e l’Immateriale. Trova quindi posto un’accorata e commovente preghiera, una vera e propria laude di ringraziamento a Rita, racchiusa nel cartiglio manoscritto, a cui si rifanno i tre lingottini d’oro appena sotto. Un regalo sincero e anonimo: Klein infatti lo lasciò al Monastero di Cascia senza farsi riconoscere. La piccola teca venne scoperta per puro caso nel 1979 quando Armando Marrocco, pittore che all’epoca si occupava del rifacimento delle vetrate della vicina basilica, danneggiate dal recente sisma, chiese alle monache se avessero della foglia d’oro. Queste gli portarono l’ex voto di Klein senza sapere nulla a riguardo: da lì in poi l’opera venne riconosciuta come autografa dell’artista nizzardo.

Yves Klein, Le saut dans le Vide, 1960

Yves Klein morì un anno dopo il suo pellegrinaggio a Cascia, nel giugno del 1962, all’età di 34 anni, dopo esser stato vittima di tre infarti. Ma il fascino e il mistero della sua opera non si esaurirono con la sua dipartita. Oltre la riscoperta tardiva dell’ex voto, un altro evento lega il suo ricordo al culto di Santa Rita. Nel 1960 infatti Klein tentò il “salto nel Vuoto”, immortalato dalla celebre fotografia: l’artista è colto mentre spicca il volo da una finestra della palestra di judo ch’egli frequentava nel sobborgo parigino Fontenay-aux-Roses. Curiosamente, proprio nelle vicinanze del luogo della performance sorgeva l’abitazione in cui Des Esseintes, protagonista del romanzo À rebours di Huysmans riparò in volontario eremitaggio pensando con nostalgia alla fede perduta. Chi oggi si reca sul posto non trova più l’edificio da cui Klein si lanciò nel tentativo di volare, bensì una chiesa, dedicata proprio a Santa Rita. Ancora una volta una bellissima casualità, perché non fu l’artista né altri a volerla. Tuttavia, è lecito immaginare che quel salto nel vuoto tentato da Klein sia piaciuto a Santa Rita: secondo l’agiografia anch’essa volò via dalla cima di Roccaporena per entrare nel convento a lei precluso. Quindi un doppio volo possibile, tra Rita e il suo fedele artista, quasi una conferma, da parte della Santa, che le intuizioni sul Vuoto e l’Immateriale di Yves erano giuste, così come lo era la sua capacità di rappresentare l’Assoluto. Dopotutto, Rita è conosciuta per essere la “Santa degli impossibili” e proprio per questo possiamo esser certi che non ha mancato d’esaudire i desideri del suo devoto “Folletto blu”.

Bibliografia essenziale

– P. Restany, Yves Klein e la mistica di Santa Rita da Cascia, Milano, Editoriale Domus, 1981
– S. Stich, Yves Klein, Ostfildern-Stoccarda, Cantz, 1994
– B. Corà, G. Perlein, Yves Klein. La Vita, la vita stessa che è l’arte assoluta, catalogo della mostra (Prato, Museo Pecci, 23 settembre 2000 – 10 gennaio 2001), Prato, 2000
– E. H. Gombrich, La storia dell’arte, ed. italiana tascabile, New York, Phaidon, 2008
– Y. Klein, G. Prucca (a cura di), Verso l’immateriale dell’arte. Con scritti inediti, Milano, O barra O edizioni, 2009
– L. Scaraffia, La santa degli impossibili: Rita da Cascia tra devozione e arte contemporanea, Milano, Vita e pensiero, 2014
– S. Bignami, G. Zanchetti (a cura di), Klein Fontana Milano Parigi 1957-1962, catalogo della mostra (Milano, Museo del Novecento, 17 ottobre 2014-15 marzo 2015), Milano, Electa, 2014

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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