ArtShaker #56: la cascata delle Marmore nella pittura umbra del secondo Ottocento

Rimbombo di acque! Dalla scoscesa altura il Velino fende il baratro consunto dai flutti. Caduta di acque! Veloce come la luce, la lampeggiante massa spumeggia, scuotendo l’abisso.
Lord Byron

Annoverata tra i luoghi naturali più suggestivi e famosi d’Italia, la cascata delle Marmore ha affascinato attraverso i secoli tutti coloro che l’hanno ammirata nella sua prorompente forza. Opera d’ingegneria idraulica senza precedenti, per permettere al fiume Velino di gettarsi nel sottostante Nera senza creare zone paludose tutt’attorno, l’area fluviale della Valnerina è stata oggetto di numerosi lavori di miglioramento e manutenzione attraverso i secoli, di cui il primo già in epoca romana, nel III secolo a. C.

Oggi la cascata delle Marmore, inserita all’interno del Parco Fluviale del Nera, conta in media 500˙000 visitatori all’anno. Sfruttata già dalla fine dell’Ottocento dalle vicine Acciaierie di Terni come fonte d’energia idroelettrica, è nell’epoca del Grand Tour che conobbe il momento di massima fama, attirando visitatori da tutta Europa. La visita alla cascata era infatti considerata quasi una tappa obbligata per i facoltosi viaggiatori che si apprestavano a raggiungere Roma, trascorrendo nel verde umbro una o due giornate prima di ripartire verso l’Urbe. Tra questi turisti ante litteram vi erano personalità celebri e illustri, come i pittori Camille Corot e William Turner. Tuttavia, è forse Lord Byron il visitatore più famoso, il letterato inglese che seppe apprezzare, con tutto il fervore romantico di cui era capace, la naturale bellezza della cascata. Oggi, Byron è omaggiato con una scultura posta proprio di fronte la discesa delle acque, dov’è trascritto un suo componimento dedicato alle acque delle Marmore.

Tra Settecento e Ottocento il proliferare della pittura paesaggistica, in particolare quel genere che era la veduta, arrivò anche in ambito umbro e tra i vari luoghi catturati da questi dipinti non poteva mancare la cascata delle Marmore. La foga con cui i visitatori e, più in generale, i facoltosi signori cercavano di accaparrarsi le migliori pitture “da cartolina” spinsero molti degli artisti locali – e non solo – a cimentarsi in questo genere. Si tratta di una vera e propria tradizione artistica, che continuò fino alla fine del XIX secolo, nella quale oggi rintracciamo opere di discutibile fattura accanto ad altre certamente più interessanti per il livello stilistico e formale. Tra i precursori della veduta in ambito umbro vi fu Jakob Philipp Hackert, artista tedesco amatissimo da Goethe che lavorò per gran parte della sua vita in Italia, in particolare per la corte dei Farnese, tra Roma e Napoli.

Jacob P. Hackert, La cascata delle Marmore vicino Terni, 1779
olio su tela, collezione privata

Come si diceva poc’anzi, la pressante richiesta della pittura paesaggistica provocò in breve tempo la nascita di un vero e proprio mercato d’arte di settore – e non solo in Umbria – col quale diversi artisti dovettero talvolta scendere a patti, creando opere che soddisfacessero il gusto della committenza, immettendovi tuttavia alcuni elementi originali e in linea con le ricerche artistiche contemporanee.

Francesco Benucci, La cascata delle Marmore, 1870
acquerello su carta, Perugia, collezione privata

Tra gli artisti locali che si cimentarono in quest’impresa va ricordato il perugino Francesco Benucci che nel 1870 realizzò un’opera su questo genere. Tuttavia, affrancatosi dal modello pittoresco e romantico di tanta produzione artistica precedente sul medesimo soggetto, Benucci ci mostra la cascata ternana evitando il gusto per il sublime e l’accostamento di minuscoli personaggi per evidenziare la forza prorompente della natura. Le novità messe in campo si rivelano già a partire dal taglio visivo dell’insieme, assai ravvicinato e concentrato sull’effetto della luce e del colore naturali. Qui, e in altre opere dell’epoca, Benucci tenta un aggiornamento del proprio stile grazie ad alcuni preziosi precedenti soggiorni che lo portarono in giro per l’Europa – tra cui Parigi, Berlino e San Pietroburgo – in qualità di precettore dei figli del principe russo Kotschoubey.

Ritornato in Umbria per un breve periodo, l’artista abbandona l’arte accademica che aveva contraddistinto i suoi primi lavori per abbracciare, con ogni evidenza, le coeve ricerche impressioniste. Il colore infatti è trattato per macchie chiare, mentre le ombre sono il frutto di una giustapposizione di tonalità complementari. Il risultato finale è d’una inedita luminosità diffusa ed equilibrata, mentre alcuni tocchi rapidi di bianco evidenziano lo zampillare dell’acqua, conferendo vivacità all’insieme. Si tratta sicuramente di un’opera realizzata en plein air, secondo la moda francese dell’epoca, contraddistinta da un’esecuzione rapida e dalla trattazione del dato naturale ai fini della ricerca della luminosità perfetta.

Vincenzo Giovannini, La cascata delle Marmore, 1889
olio su tela, Roma, collezione privata

Quasi vent’anni dopo l’opera dell’artista perugino, il tuderte Vincenzo Giovannini realizza anch’egli un’opera dedicata alla cascata delle Marmore. Celebre nel contesto romano per la propria produzione dedicata ai paesaggi urbani e di genere, Giovannini si cimenta talvolta anche nella veduta campestre, ritraendo brani del paesaggio laziale e, ovviamente, umbro. L’opera in questione ci testimonia l’inguaribile passione della committenza per la pittura di paesaggio anche a una data così avanzata quale era il 1889. Anche se ingenuamente anacronistica, l’opera di Giovannini è utile per osservare come venivano recepite le novità artistiche coeve in un contesto provinciale come quello umbro di fine Ottocento.

Il dipinto infatti si presenta come un equilibrato compromesso tra tendenze espressive diverse e, per certi versi, contrapposte. Da un lato, l’adesione a un canone rappresentativo tradizionale e consolidato, gradito al pubblico, con chiari richiami ai precursori di tale genere, tra cui il già menzionato Hackert. Dall’altro lato alcune, seppur timide, soluzioni maggiormente in linea con le ultime ricerche artistiche. Giovannini infatti, pur mantenendo la visuale sublimante della cascata, analizza il dato naturale con speditezza puntando a guidare l’occhio dello spettatore secondo un’ascendenza verticale, in questo coadiuvato anche dal formato della tela, stretta e allungata. Con queste premesse, l’artista tuderte sembra voler enfatizzare l’aspetto energetico delle acque della cascata, che proprio in quegli anni cominciavano ad essere sfruttate per la produzione d’energia idroelettrica delle vicine Acciaierie. Quindi uno sguardo rivolto al futuro, quello di Giovannini, su ciò che nel XX secolo diventerà il simbolo della vicina Terni e, più in generale, uno delle punte d’orgoglio della bellezza naturale dell’Umbria intera.

Bibliografia essenziale

– A. De Rosa, P.E. Trastulli, Vincenzo Giovannini, 1817-1903. Dipinti di Roma e campagna. Regesto delle opere, Roma, Studio Ottocento, 2002
– F. Boco, A.C. Ponti (a cura di), Pittori umbri dell’Ottocento. Dizionario e Atlante, Marsciano, La Rocca, 2006
– F.F. Mancini, C. Zappia (a cura di), Arte in Umbria nell’Ottocento, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2006

Articolo pubblicato da Francesco Mancinelli

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