ArtShaker #57: Delitti d’amore nell’Ottocento. Due dipinti di Mosso e Morbelli

Fino ad un certo momento della storia la denuncia di fatti o condizioni legati alla contemporaneità non era ben vista dalla critica e dal pubblico. L’espediente utilizzato in tutte le arti era ambientare gli eventi nel passato o andare a ripescare vicende analoghe avvenute decenni o secoli prima. Un altro escamotage per poter immortalare sulla tela un comune episodio di cronaca, che normalmente non aveva una dignità sufficiente, era assimilarlo a una storia raccontata dalla letteratura. Francesco Mosso, giovane artista piemontese, tra i primi a volgere l’attenzione ai fatti di cronaca contemporanea farà qualcosa di simile con La femme de Claude (L’Adultera), sua ultima opera e unico vero capolavoro.

Mosso nasce a Torino in una famiglia benestante nel gennaio del 1848. In giovane età è condotto sulla via della pittura dal paesista Ernesto Allason mentre ancora è impegnato a seguire i corsi alla facoltà di Legge. Così la sua formazione oscilla tra gli studi giuridici e l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove è allievo di Andrea Gastaldi, Enrico Gamba e Alberto Maso Gilli. Il suo esordio all’Esposizione di Vienna del 1873 avviene con un’opera di paesaggio, Crepuscolo a novembre. Lo stesso anno inizia a esporre alle mostre della Promotrice di Belle Arti torinese con Ora veniamo, un’opera di figura. Negli anni a seguire esporrà alla Promotrice e al Circolo degli Artisti raccogliendo diversi apprezzamenti.

Nel 1876 si stabilisce a Roma, sotto il magistero di Cesare Maccari, artista già affermato. Sarà proprio lui a guidarlo e a ispirargli il soggetto per il suo capolavoro. Calderini scrive che la composizione del quadro era stata già concepita nel 1874 in una sala della Prefettura di Torino dove Mosso “vide vibrare in un canto un bel raggio di sole, sopra un sofà antico, coperto di un raso chiaro” (1885). Era stato poi eseguito a Roma sotto la supervisione di Maccari con l’intenzione di raffigurare un “delitto d’onore mimetizzato sotto il titolo La femme de Claude”. Si tratta di una citazione di un’opera teatrale composta da Alexandre Dumas Figlio nel 1873. La trama racconta di Claudio Ruper, sposato con Cesarina, una donna frivola e infedele. Tra le varie relazioni adultere di Cesarina si inserisce quella con un collaboratore del marito, impegnato nella messa a punto di nuove armi sofisticate. Ricattata da una spia, Cesarina è obbligata a sottrarre i progetti dell’ultima potente arma al marito. Claudio, esasperato e terrorizzato dalle conseguenze della fuga di notizie, la uccide. Dumas aveva a sua volta scelto i nomi dei protagonisti con un chiaro riferimento a Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, il quale si dice fosse stato avvelenato dalla consorte.

Francesco Mosso, La femme de Claude (L’adultera), 1877, Torino, GAM

Il quadro di Francesco Mosso è inviato all’esposizione della Promotrice del 1877, dove è oggetto di critiche e svariate discussioni a causa del crudo soggetto. La composizione e la teatralità tipica del quadro di storia è adattata al racconto di un episodio di verismo moderno, restituito con crudi accenti cronachistici. Già per i critici contemporanei era innegabile la qualità pittorica capace di conferire alla scena un morbido erotismo. Si guardi la posa della donna distesa sul sofà decorato e lo stupore nei suoi occhi difronte all’atto compiuto dal marito. A terra accanto a lei è la rivoltella, l’arma del delitto; un delitto ambientato in una stanza elegante con le pareti tappezzate di tendaggi a motivi floreali. L’opera è subito acquistata per il Museo Civico di Torino, dove si trova ancora oggi. Le critiche nate intorno all’Esposizione sono stroncate dalla morte prematura e improvvisa di Mosso, avvenuta a Rivalta (TO) qualche mese dopo. La vita breve – muore a 29 anni – e il suo spirito perfezionista non gli hanno consentito di produrre molto.

Francesco Mosso, La femme de Claude (dettaglio)

Mosso è un’anima ardente, curiosa, tesa al rinnovamento del linguaggio della pittura di figura. Senza dubbio si è rivolto alle ricerche francesi, alla Scapigliatura milanese e agli esiti della pittura napoletana erede di Domenico Morelli. Il suo carattere complesso, forse anche un po’ inquieto, incide sul suo fare artistico. Lo si evince dalla scelta di un soggetto così conturbante come un delitto d’onore, ma anche nello stile pittorico, vivificato dalla teatralità dell’impianto luministico. La soluzione compositiva, l’atmosfera chiusa e rarefatta, anticipa le scelte del più noto Angelo Morbelli nella sua grande tela Asfissia! del 1884, dove il fatto di cronaca è rappresentato con una visione ancora più esasperata.

Angelo Morbelli, Asfissia!, 1884, ricostruzione delle due parti. Torino, GAM e collezione privata

Morbelli presenta l’opera all’Accademia di Brera accompagnata da una didascalia «Diedero varie lettere da impostare, ed ordinarono un pranzo più succulento del solito, e quanto fiori gli era possibile portare. Recati i fiori, il cameriere notò che la signora aveva indosso una veste bianca e semplice, e lasciato ricader sulle spalle le trecce cosparse. L’indomani il sole era già alto». La reazione della critica e del pubblico è sconcertante. Una tela di grandi dimensioni, troppo grandi, è stata dedicata al racconto di un episodio scandaloso di cronaca cittadina: in una buia stanza d’albergo, dopo un ricco pranzo, due amanti si sono tolti la vita per sfuggire alle convenzioni sociali che non accettavano la loro unione. Il turbamento e lo sconcerto del pubblico, le dure critiche spingono Morbelli a dividere l’opera. La porzione di sinistra, quella occupata dalla tavola imbandita, è oggi conservata alla GAM di Torino; quella di destra, dove sono disposti i corpi dei due amanti, si trova invece in collezione privata.

Angelo Morbelli, Asfissia!, parte sinistra, Torino, GAM
Angelo Morbelli, Asfissia!, parte destra, collezione privata

Entrambe le tele hanno conservato il titolo originario, utilizzato da Morbelli con un forte significato simbolico. Nella parte destra il motivo è chiaro: la coppia è morta per asfissia causata da una stufa. È questa la tela simile a quella di Mosso, la posizione della donna sul sofà è pressoché identica. Per quanto riguarda la parte sinistra – l’opera di natura morta di retaggio fiammingo che immortala il loro ultimo pasto – la ragione per cui mantiene il titolo è piuttosto affascinante. Innanzitutto Morbelli trae ispirazione da un fatto accaduto in un albergo milanese e raccontato dalla stampa del tempo. Un articolo spiegava che i due giovani avevano inizialmente pensato di togliersi la vita per asfissia, per poi optare per due semplici colpi di pistola da sparare dopo un ricco pasto. Nella tela conservata alla GAM sullo scrittoio in secondo piano si vede la rivoltella, al centro è la tavola apparecchiata con un candelabro ancora fumante. La scena del crimine è vuota, non ci sono i protagonisti. Eppure l’asfissia percorre la tela. Morbelli coglie l’intento iniziale della coppia per caricarlo di un significato più complesso. Recupera un’idea per così dire decadente e romantica, per cui il titolo materializza l’odore dei tanti fiori che il pittore ha cosparso sulla scena e che ormai sono sulla via della decomposizione. L’asfissia è data dall’odore di cui si impregna l’ambiente chiuso, reso irrespirabile. I petali appassiti diventano metafora della caducità delle cose, della vita. È la vita che si disfa, che si decompone e così finisce.

Torna alla mente la poesia di BaudelaireLa mort des amants”, uscita ne Les Fleurs du mal nel 1857: “Avremo letti pieni d’aromi leggeri,/e divani profondi come tombe,/e sparsi sulle mensole strani fiori,/per noi sbocciati sotto cieli più belli…”

Bibliografia essenziale

– M. Calderini, Francesco Mosso. Memorie postume, Torino, 1885
Angelo Morbelli: tra realismo e divisionismo, catalogo della mostra (Torino, 7 febbraio – 25 aprile 2001)

Articolo pubblicato da Maria Riccardi

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