ArtShaker #60: Unire per diffondere

Quando il tempo sembrava essersi fermato, l’unicità della parola – scritta o parlata – ha sprigionato la sua massima libertà nella facoltà di sconfinare qualsiasi ri-dimensionamento e chiusura. Ciò in virtù di una sua abilità sostitutiva del soggetto laddove, in mancanza di spazio in cui performare, l’individuo si è visto costretto ad affidare ad essa le sue veci nella proiezione di intimi lustri mentali, emotivi e fisici garanti di una dichiarazione di presenza in un appello temporale ormai asincrono rispetto al tempo lento del lockdown. In un simile contesto, se la parola è stata eletta strumento primario proprio in quanto materiale altamente duttile che asseconda la schizofrenica narrazione dell’odierno vivere a due velocità, c’è da domandarsi allora se – aldilà degli slogan – ci si sia mai realmente fermati. 

Con la fatica di uno sguardo à rébours sugli ultimi mesi, ci si affanna se si tenta la mise à jour quotidiana sull’attualità, vista l’incessante produzione scritta e parlata, visibilmente esplosa nell’incremento di rubriche giornalistiche o podcast e dirette social. A questo flusso rapido e continuo partecipa anche il mondo dell’arte che, nonostante trovi solitamente nell’immagine il suo suggello, decide in lockdown di restituire la parola agli artisti; e un simile spostamento fra codici la dice lunga sul suo stato attuale e la sua immanente relazione ad ogni campo del vivere umano. E tuttavia, la possibilità di leggere e ascoltare confessioni sotto forma di riflessioni della prima catena di un salvifico ingranaggio è accolta, o almeno dovrebbe, con entusiasmo se si affida ancora all’artista un potere visionario. Di fatto, se a livello di scansione temporale giornalistica, grazie ai titoli assegnati alle rubriche, è possibile dividere in fasi tali produzioni (in e post pandemia) sin dall’inizio, mentre tutti eravamo disorientati poiché bloccati in un vivere forzatamente al presente, gli artisti lanciavano già lo sguardo al futuro anticipando quella che sarebbe stata la nascita di nuove rubriche dedicate prettamente alle future previsioni. 

Di certo, non si rimette solo ad essi l’impegno (e la capacità) di preveggenza ma è necessario impedire quella settorializzazione celata dietro lo speciali-smo che è solito ostacolare la trasversalità del dibattito, sopratutto ora che dal virtuale si materializzano diversificate modalità di condivisione contenutistica. Ecco allora la possibilità di far riemergere una figura dell’artista non più reclusa esclusivamente nel suo campo – percepito ormai da tempo come lontano e distratto rispetto al fluire degli eventi. 

Inoltre, rendere accessibili in maniera così gratuita i suoi pensieri rivela che la chiaroveggenza non è stregoneria ma lettura del passato e del presente al fine di un ritorno ai principi primi: non è un caso infatti che la necessità di restituir loro la parola in maniera consistente sia risorta in uno stato di emergenza (non solo pandemica) ovvero nel momento in cui si è costretti a tornare a quelle grandi tematiche dell’esistenza, fino a non molto tempo fa dimenticate come le prime pagine di un libro letto con disinteresse. Da qui l’altra faccia delle previsioni: il promemoria, il richiamare alla mente e alla coscienza le condizioni del vivere – dai ritardatari riscoperte nel sopravvivere. Da quelli in orario invece, comprese con sensibilità e consapevolezza, e infine comunicate con responsabilità e attivismo: elementi questi che traspaiono sin dal linguaggio d’artista giacché la parola presso il creatore dell’imago assume la morfologia di una sentenza, l’immediatezza dell’immagine; e rifugge in definitiva la solita comunicazione giornalistica. In tal senso, caso forse insolito potrebbe apparire Mustafa Sabbagh che risponde alla rubrica “Pensieri di un artista isolato” di Artslife, fornendo tutti i suoi post Facebook pubblicati fra il 2 e il 31 Marzo: qui riflessioni e flash visivi di vita quotidiana, foto di opere e scrittura aforistica si susseguono o si incontrano come a far assottigliare l’immagine alla parola e viceversa, nella consapevolezza social di un’intimità sempre più concessa al pubblico a fin di bene, a fin di risveglio.

Se il verbo è di per sé cangiante, camaleontico, adatto ad ogni minimo scarto temporale e situazionale; cosa può l’arte in replica ad una volontà di necessario rallentamento? Il grande Emilio Isgrò tiene a sottolineare che “Alcuni confondono l’arte con la comunicazione giornalistica e pubblicitaria. È chiaro che se uno fa il pubblicitario, deve farsi comprendere immediatamente. Ma l’artista deve comunicare altre cose.” Quando precedentemente si parlava d’immediatezza dell’immagine, si intendeva la potenza presentiva della creazione artistica e non di certo un dispiegamento istantaneo di verità. Così, quelle “altre cose” per Isgrò sono “Cose che sì, arrivino al pubblico, ma che non si possono bruciare in pochi secondi, poiché necessitano di maggiore riflessione. La moda, il design, la pubblicità, tutto questo è comunicazione: ma l’arte in cosa differisce? Nell’arte c’è anche l’anima di chi la crea, il cuore, le gioie, i malesseri. L’artista deve comunicare soprattutto se stesso, la propria gioia, o la propria difficoltà di stare al mondo.” Ora, è doveroso riconoscere che la contestualità vitale non rallenta di certo la fluidità del tempo ma semmai vi partecipa come momento più o meno esteso. Eppure, nel battito di ciglia di un’esistenza creatrice di opere d’arte, è conseguibile il raggiungimento di un tempo immutabile, di un’universalità panica, un’unità tra gli esseri laddove l’artista comprende in anticipo o più nel profondo la sua condizione d’esistenza e la condivide a cercar riconoscimento, e ciò in virtù di un’abilità comunicativa che oltrepassa l’immediatezza, a favore di una stasi riflessiva garante del cambiamento. Così, l’opera d’arte ha già in sé ogni momento: le porte del passato, le finestre del presente e le chiavi del futuro. E tuttavia come può l’artista ridiscendere alla radice se l’odierno tempo ha perso il tempo della riflessione e della fruizione consapevole, della creazione e della ricezione, della creatività come veicolo e dell’attenzione come accoglienza? Persino dai grandi nomi dell’alta moda giunge oggi con una potente eco l’insofferenza alla schiavitù del sempre più veloce paradigma produttivo che ha finito per soffocare l’inventiva e l’espressione (vedi in special modo le dichiarazioni di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, dai suoi Appunti dal Silenzio in merito alla riduzione considerevole del numero di show annuali, da cinque a due). In parallelo, dal mondo dell’arte, Nicola Verlato auspica non una reale – e alquanto impossibile – eliminazione dell’occidentale visione teleologica del tempo che dal monoteismo si è poi traslata nel laico mito del progresso; ma ‘un recupero della funzione dialettica dell’opera d’arte’ laddove “L’arte ci costringe continuamente a guardaci indietro, ci distoglie dal progredire costante verso il compimento dei tempi, verso l’Eschaton, e mostrandoci il suo opposto, l’Archè, essa ci distrae dal nostro adoperarci perché l’avvento si compia, incatenandoci alla sostanziale unità del nostro essere e all’idea che il divenire degli eventi sia in realtà di natura ciclica e non sia indirizzato verso un fine.” Del resto, questo moto a ritroso si articola in segmenti spaziali diversi: sia che il guardare all’indietro informi le epoche storiche e sia che avvenga nel breve istante di un riconoscimento (movimento dal fuori al dentro, dal superficiale all’interiore) tra il creatore e il fruitore, o semplicemente del primo con se stesso. 

L’arte insomma ha bisogno di un tempo dilatato, inevitabilmente stimolato e suggerito dal silenzio dell’isolamento ed è per tale ragione che quasi tutti gli artisti intervistati dalle varie testate  giornalistiche ammettono di non aver sofferto poi molto la clausura; se non ché, a lungo andare, la solitudine diveniva pesante poiché non più figlia della prassi arbitraria ma di un’insolita imposizione. In ogni caso la convivenza forzata con il proprio creato, laddove non era possibile raggiugnere lo studio o avere quest’ultimo in casa ma non poter comunque uscire per una pausa, ha spinto l’artista a ripensare il proprio operare. Elisa Bertaglia ad esempio ci racconta nel podcast Diari d’artista che essendo stata costretta a rinviare la sua mostra a New York e ad evitare quindi gli spazi angusti degli one bedroom apartment, ha lavorato in una condizione ideale per il proprio lavoro con i comfort, i materiali, lo spazio e la luce giusti. Ciò nonostante – confessa – “L’unica cosa che non avevo pensato ma me ne sono resa conto presto dopo la prima settimana di quarantena, è il fatto che comunque il materiale… i colori, i medium, i solventi, la trementina, l’acquaragia, le tele prima o poi finiscono. […] E questo mi ha portato sicuramente ad essere più riflessiva nel lavoro, a cercare di non sprecare il diluente – di quello in particolare ne ho molto poco – e fare meno possibile errori. E questo è stato anche un po’ un cambiamento nel metodo di lavoro […].” Inoltre, assieme ad una simile svolta che sembra inevitabile, si affianca – ‘nell’ultimo ciclo di lavori anche di grande formato’ – un evidente mutamento di tonalità pittoriche verso ‘una palette più scura’, fenomeno comune in questo periodo – a detta di Bertaglia – ad alcuni artisti italiani e non, con cui ha avuto delle corrispondenze. Tiene però a precisare che non si tratta di colori bui ma dell’uso di velature molto scure dietro le quali il segno si fa più netto e deciso. Che sia questo il prodotto di un volere più o meno inconscio volto a rendere il linguaggio maggiormente incisivo per recuperare la centralità comunicativa dell’arte, o a restituire la crudezza dell’attuale condizione di emergenza? Di fatto, sicuramente, una simile situazione non fa sconti a nessuno sia a livello lavorativo (ostacolato e in alcuni casi impedito) che emotivo, variabile costante della creazione artistica nonché orizzonte unitario all’umanità. “Mah, apparentemente è tutto uguale, e però correre da qualcuno a fargli vedere il lavoro e poi andare a prendere un materiale, un colore, un qualcosa, trovare in quello la ragione della scoperta: questo mi manca. E poi io abbraccio tutti. Non poter abbracciare nessuno…è grigio, questo grigio non riesco a colorarlo…cosa che normalmente faccio. Mi sono messa a dipingere quello che vedo intorno a me. Strano, eh? Io che dipingo sempre viaggi, tempi lontani e li dipingo sempre dopo qualche tempo riguardandoli perché lì per lì l’impressione è troppo intensa che non riesco a tirarne fuori un quadro. E no, invece stavolta mi guardo intorno e dipingo quello che ho proprio sotto gli occhi, riscopro delle cose abbandonate a studio e mi viene voglia di completarle. Non so, ho una voglia di mettere un punto e di iniziare una nuova fase, sì.”, rivela Laura Federici. L’arte è scambio, confronto, libertà che si ricerca aldilà del colore, del tempo e dello spazio eludibili dal gioco fra la misurabilità del prospetto oculare e l’incommensurabilità di quello mentale, in soccorso al primo come lenitivo sulla negatività – a tratti annoiata  – della segregazione. Insomma “L’arte è vita”, esordisce Camilla Ancillotto aprendo uno squarcio di sana ed energica ripresa, positività spinta – anche dagli altri suoi colleghi – fino all’attivismo in partenza  sia dal binario della stessa pratica creativa che da quello politico.  

Da un lato infatti, alla prima si annovera un recente e silenzioso ritorno al disegno come materia primaria del fare artistico – in alcuni casi inevitabile, in altri realmente voluto – che diviene – neanche poi troppo – il simbolo di una sentita intenzione di svolta ri-creativa dell’arte in risposta all’azione distruttiva dell’uomo.   A esplicita conferma di ciò, le dichiarazioni di Michele Cacciofera che, da sempre a lavoro su ‘quelli che sono gli aspetti sociologici, antropologici e sopratutto ecologici della vita degli esseri umani’, vede in quei due elementi (la grafite e la carta) ‘il paradigma di come il mondo potrebbe riscrivere le prospettive di futuro, di come quest’esperienza possa essere costruttiva (…).’ Al contempo, l’inesauribile fonte del disegno soddisfa non solo la pretesa creazione ex nihilo ma anche quella rinnovata a partire dalla riproduzione di ciò che c’è già. Da qui, un parallelo ritorno alla ritrattistica dal vero, inevitabilmente di ciò che ci è vicino (come diceva Federici) e che nel caso di Giovanni Gaggia sono dei cardi o dei fiori di carciofo della sua casa in campagna. Si attua così una specie di rinascita che vede l’artista – ma anche l’uomo – al pari dell’infante in una delle sue prime fasi di sviluppo quando avvicinando o allontanando da sé gli oggetti, calibra progressivamente gli spazi del suo movimento per riappropriarsene…stavolta con coscienza, dal momento che rischiamo di far saltare le stesse basi su cui poggiano i nostri piedi.

Eva Marisaldi, Quello che non voglio scordare (PAC&Friends)

In questo senso, come dimenticare il video realizzato da Eva Marisaldi per la rubrica Quello che non voglio scordare per il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea)? Una sequenza libera di proiezioni-immagine al limite del surreale di quegli animali che in questo periodo si sono ripresi un poco dello spazio che noi, il virus umano, abbiamo tolto loro. E di sottofondo, la nitida voce dell’artista che tra ciò che non vuole scordare annovera proprio il pipistrello: un essere stigmatizzato, almeno in prima fase pandemica, dall’ipotesi di prima catena di contagio ma che in realtà, secondo il citato studio del biologo Andrea Locatelli, ha “la virtù di smaltire quei rifiuti cellulari che nell’uomo sono causa di malattie come Alzheimer e Parkinson.” Un sistema naturale impeccabile anche nella bruttura di situazioni al limite del catastrofico: una fauna asservita al benessere dell’uomo, e uomini senza casa in autoquarantena confinati sugli alberi ‘come uccelli’  – dice Marisaldi – quando la natura, in definitiva, si spazientisce. Ecco, in questa semplicità di linguaggio, la parola si piega all’immagine ed è subito silenzio: la logica delle similitudini quasi bambinesche risveglia con dolore la responsabilità dell’adulto, mentre agli occhi si restituisce la corsetta veloce di un cinghiale sotto gli alberi di un viale cittadino. 

È innegabile la potenza di un simile montaggio, è innegabile il peso dell’artista nella comunità. Eppure delle cose importanti ce ne si dimentica sempre con la scusa che c’è sempre altro a cui pensare: l’individualismo e il materialismo sfrenato hanno ribaltato l’assetto delle priorità finendo per far salire sul podio un grave vuoto di senso a presiedere le coordinate scoordinate del vivere al mondo. Ma se l’arte è invece rigenerazione continua di senso, come può sopravvivere a simili condizioni? Per ripartire è necessario proteggere l’artista, non tassarlo fino a strangolarlo e poi pretendere che sia incessantemente produttivo e disposto a donare o – nel migliore dei casi – a regalare le sue opere, viste le irrisorie remunerazioni promesse. D’altra parte, sta però anche agli artisti “chiedere di essere riconosciuti come professionisti”, sostiene Serena Fineschi nella rubrica Idee per il futuro. Parlano gli artisti di Exibart. Il che “non si significa essere degli impiegati e purtroppo – nel tempo – molti artisti lo sono diventati, svolgendo diligentemente i compiti assegnati, adattandosi a qualsiasi richiesta, a qualsiasi ricatto e avvilendo il proprio lavoro, dimenticandosi di avere un ruolo molto più significativo e fondamentale come quello del confronto, del dialogo, dello scostamento della visione, del disturbo e della crescita del pensiero all’interno della società in cui vivono. Abbiamo preferito l’autoreferenzialità alla comunità.” Allora serve un reale attivismo politico anche in questo senso: “Gli artisti dovrebbero tornare a sostenersi, aiutarsi, battersi con onestà, fronteggiarsi con stima, confrontarsi e innanzitutto essere disturbanti, gracchiare nelle onde radio, stridere sulle pareti con l’urgenza che li definisce.” Queste parole che ricordano vagamente il ribelle e crudo stile futurista, sembrano raccontarci un periodo  di stasi apparente, fucina di idee e consapevolezze che finalmente vedono sorgere in primo luogo anche un vero sindacato artistico (AWI). 

Ci siamo mai realmente fermati?

Articolo pubblicato da Arianna Bettarelli

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