ArtShaker #67: Yves Klein, o l’Arte dello Zen

In un precedente articolo abbiamo esaminato chi fossero i novorealisti e il loro nuovo modo di accostarsi alla realtà, riprendendo certe tematiche care al Dadaismo, il ritorno all’oggetto, filtrandolo attraverso il loro Io e la loro personalità artistica. In questo articolo analizzeremo la singolare figura di Yves Klein, tra i padri fondatori del movimento che però, per molti aspetti, si discosta non poco dai suoi colleghi-amici. Non si vuole qui compiere una disamina di tutto il percorso creativo di questo grande artista, bensì gettare luce su un aspetto spesso tralasciato dalla critica, ovvero considerare la profonda influenza che ha avuto il Buddhismo Zen sulla poetica di Yves Klein; a fine articolo verrà proposta una piccola bibliografia per approfondire l’argomento.

Yves Kein, Le saut dans le vide, 1960

Nella prospettiva della nuova indagine del Reale proposta dai  novorealisti Yves Klein si discosta dai suoi compagni: infatti anche se notoriamente e storicamente – fu uno dei firmatari del Manifesto – è annoverato tra le fila dei novorealisti, la sua opera e il suo percorso seguono una linea parallela a quella dei suoi amici e colleghi, al punto da avere ben pochi piani in comune con le loro poetiche. Tra le differenze che spiccano di più vi è sicuramente il ricorrere alla pittura nel senso classico, pratica dagli altri pressoché snobbata. Lui stesso dirà «In nessun caso mi considero un artista di avanguardia. Ci tengo a precisare che, al contrario, penso di essere un classico, forse uno dei rari classici di questo secolo».

Quindi una dichiarata fedeltà alla pittura che egli non abbandonerà mai, neanche durante il periodo che lui stesso definirà epoca pneumatica, in contrapposizione all’epoca blu, il suo periodo di produzione precedente in cui, in un rapporto diametralmente opposto, abbandonerà completamente la fisicità degli oggetti per dipingere e produrre solo opere immateriali. Anche in questa fase egli continuerà a fare monocromi, vera cifra stilistica della sua arte, e per quasi tutti utilizzerà sempre, tranne che rare eccezioni (soprattutto nel periodo giovanile) il colore che lui stesso  ideò, ovvero l’IKB (International Klein Blue): un blu oltremare di sua composizione, intenso e brillante  grazie alla stesura del pigmento blu sulla tela mischiato a una resina sintetica normalmente usata come legante, il Rhodopas M.

Molti hanno visto questo suo discostamento dai canoni novorealisti proprio nel tentativo di “immaterializzazione”, che attraversa progressivamente il corso della sua opera, soprattutto nell’ultima fase; non nego che questa “immaterializzazione” sia gradualmente avvenuta, ma personalmente credo che l’elemento prevalente nell’opera di Klein sia costituito dal diverso rapporto con la realtà. A lui non interessava tanto l’oggetto in sé e neanche la fruizione dell’oggetto in rapporto con il soggetto: la sua diversa e nuova concezione della realtà sta nell’atto esperienziale ed in parte è proprio ciò che sostiene Pierre Restany; egli infatti riconosce che attraverso tutte queste pratiche ciò che accomuna artisti così diversi è l’esperienza di “esplorare nuovi metodi di percezione del reale”. Quindi da un lato vi è la rivendicazione del reale dall’altro la supremazia dell’esperienza. Però al centro dell’esperienza da lui descritta vi è sempre la posizione soggettiva dell’artista che percepisce. È sempre una questione di rapporti, vi è sempre la dicotomia tra oggetto “vissuto” e soggetto che lo fruisce, che lo “vive”; anche se l’artista si è liberato dalle convenzioni, dalle sovrastrutture di pensiero dettate dalla società, dalla cultura, dal contesto famigliare e via dicendo, rimane sempre un soggetto, l’Io artistico che fruisce l’oggetto. Ecco, in Klein vi è un tentativo, uno sforzo per il superamento di questa dicotomia, scrive infatti: «Queste macchine straordinarie che producono quadri di una qualità, di una improvvisazione, di una varietà inaudita e indiscutibile, in questo spirito tecnico del segno della velocità, fermeranno fortunatamente per tempo questa classe d’arte astratta che pericolosamente da alcuni anni precipita tutta una generazione nel vuoto giustamente non pieno, verso ciò che è la piaga morale dell’Occidente. L’ipertrofia dell’Io, della personalità.»

Klein critica questa esaltazione dell’Io, della personalità dell’artista per una pura riscoperta della realtà, di una nuova oggettività. Tuttavia, e qui sta la grande differenza, questo accade come conseguenza dell’esperienza fine a se stessa, non più grazie all’oggetto presentato, il ready made, non più solo grazie alla personalità dell’artista, all’Action Painting, ma secondo un nuovo realismo frutto solo della esperienza in cui scompare totalmente non solo l’Io dell’artista, il soggetto, ma scompare anche l’oggetto, poiché vi è solo l’esperienza vissuta, il primato dell’esperienza. Non è un caso che Klein, durante la Conferenza alla Sorbona, avuta luogo il 3 giugno del 1959, nella sala Turgot della suddetta università, di cui il brano sopra è un piccolo estratto, abbia voluto puntualizzare che la piaga morale di quello che lui chiama l’ipertrofia dell’Io sia un problema tipicamente occidentale e non dell’uomo moderno in generale; così dicendo, esclude tutto l’Oriente.

Difatti Klein fu fortemente influenzato dal pensiero del Buddhismo Zen che ha potuto studiare e approfondire durante il suo soggiorno in Giappone durato per ben due anni, dal 1952 fino al 1953; si era trasferito nella capitale del Sol Levante per studiare judo presso la prestigiosa scuola Kodokan. Nel giro di poco tempo, riuscì a raggiungere il notevole grado di 4° dan, allora uno dei gradi più alti ottenuti da un occidentale, grazie al quale poté esercitare la professione di maestro di judo che gli serviva per il sostentamento dato che, allora, con la sola vendita delle sue opere Klein non aveva di che vivere. Durante questo viaggio in Giappone, Klein lesse diversi testi sul Buddhismo Zen che tanto influenzarono la sua opera. Purtroppo non è stato possibile individuare con certezza le fonti, ma Arman durante una intervista rilasciata il 13 dicembre del 1977 a New York sostenne che di certo includevano Studies in Zen Buddhism di D.T.Suzuofki e Zen and the Art of Archery di Eugene Herrigel, ma che ve ne erano degli altri di cui non sappiamo nulla. Tutte le arti marziali giapponesi, tra cui il judo, hanno come base concettuale lo Zen e come scopo, prima ancora della sconfitta dell’avversario, la morte dell’Io individuale e la ricerca dell’attimo naturale, “liberato” completamente dal pensiero, ovvero il raggiungimento dello stato mentale mushin, la “non mente”. Nel suo fondamentale scritto Lo Zen e le arti marziali Taisen Deshimaru scrive:

Il Budo, la Via del guerriero, designa l’insieme delle arti marziali giapponesi. Il Budo ha approfondito in maniera diretta le relazioni esistenti tra etica, religione e filosofia. Il suo rapporto con le discipline sportive è decisamente recente. I testi antichi che lo riguardano trattano essenzialmente della cultura mentale e della riflessione sulla natura dell’ego. Il giapponese Do significa “La Via”. Come praticare questa Via? Attraverso quale metodo la si può percorrere? Il Budo non è soltanto una tecnica, un waza, e ancor meno una competizione sportiva. Include arti come il kendo, il judo, l’aikido, e il kyudo, ossia il tiro con l’arco. Eppure il kanji (l’ideogramma) bu significa anche “interrompere, arrestare la lotta”. poiché nel Budo non si tratta soltanto di competere, ma di trovare la pace e il dominio di sé stessi. Do come abbiamo detto è la Via, il metodo, l’insegnamento per comprendere perfettamente la natura del proprio io. È la Via del Buddha, Butsu Do, che permette di scoprire realmente la propria natura originaria, di risvegliarsi dal sonno dell’ego assopito (il nostro piccolo io) e di raggiungere una personalità superiore, completa.
(…)
Tutto questo significa che è possibile dimenticare il proprio corpo e il proprio spirito individuali, che si può cogliere lo spirito assoluto, il non ego. Significa armonizzare, fondere il cielo e la terra, lo spirito interiore lascia scivolare via pensieri ed emozioni. È totalmente libero da ciò che lo circonda. L’egoismo è superato. È questa la fonte delle filosofie e delle religioni dell’Asia. Lo spirito e il corpo, l’interno e l’esterno, la sostanza e i fenomeni non sono né dualistici né opposti, ma formano una unità inscindibile. Le nostre azioni personali e quelle altrui sono in una relazione di interdipendenza. (…) Tutto è legato, tutto si compenetra nell’universo. Non si può separare una parte dal tutto: l’interdipendenza regge l’ordine cosmico.

La conclusione a cui si arriva dopo aver letto queste parole è che Klein sicuramente conosceva lo Zen ben prima del suo viaggio in Giappone e ben prima della lettura dei libri di Suzuki, poiché da praticante judoka, il viaggio in Giappone era stato un approfondimento degli studi già iniziati in Francia, non poteva fare a meno di conoscere il pensiero che c’è alla base di questa arte marziale.
A questo punto ci si dovrebbe chiedere cos’è lo Zen? In che consiste? Suzuki, nei suoi celebri Saggi sul buddhismo Zen scrive: «l’essenza dello Zen consiste nell’acquisizione di un nuovo punto di vista per considerare la vita e in genere ogni cosa. Voglio dire che per penetrare nel profondo della vita dello Zen dobbiamo abbandonare tutti i modi consueti di pensare che applichiamo alla vita di ogni giorno, dobbiamo cercare di vedere se esiste una maniera diversa di giudicare le cose o, meglio, dobbiamo decidere se il nostro modo corrente di giudicare è tale da soddisfare sempre e a fondo i bisogni del nostro spirito». E poco più avanti dice: «Lo Zen ci promette questo; esso afferma la possibilità di pervenire ad un nuovo punto di vista, grazie al quale la vita ci si presenterà in modo più fresco, più profondo, più appagante».

In altre parole lo Zen consiste in un nuovo punto di vista che si ottiene superando il rapporto duale tra soggetto e oggetto: non vi è più il soggetto che percepisce un oggetto ma i confini fisici, mentali, logici vengono completamente a mancare, poiché essi non sono che illusioni che generano sofferenza. Dal momento che ci sono differenze tra le cose, ed anche tra me ed il mondo che mi circonda, si crea automaticamente un conflitto che non può che generare sofferenza. Superando questi confini l’io sparisce e sparisce anche l’oggetto che sto guardando: l’unica cosa che rimane è ciò che viene definito esperienza pura. Questo è il pensiero che sta alla base dello Zen, il superamento della dicotomia tra soggetto e oggetto.

Yves klein, antropometrie de l’epoque bleue 1960
Yves Klein, Anthropometries de l’epoque bleue, 9 marzo 1960

A mio parere è a questo tipo di esperienza a cui Klein fa riferimento quando parla nei suoi scritti di Nuovo Realismo, e sta in ciò la differenza tra lui e gli altri membri del gruppo dei Nouveau Réalisme. L’immaterializzazione è la conseguenza e non la causa del suo operato. Ed è lo stesso Klein che in un breve scritto intitolato Il realismo autentico di oggi afferma quanto detto prima e scrive: «Oggi si parla molto di un ritorno al realismo figurativo…. È esatto, si sta preparando ma è davvero ingenuo pensare subito, come fanno certi, ad un ritorno alla natura morta o al paesaggio. Ai margini del mio tentativo monocromo, in uno spirito profondamente classico, effettuo da molto tempo un ritorno al realismo, ad un autentico realismo di oggi e di domani attraverso L’IMMATERIALE».

I suoi famosi monocromi non son altro che il tentativo pittorico di rendere visibile questa presa di coscienza, questa sua esperienza di ciò che per lui e la Nuova Realtà, o come la chiama in molti suoi scritti, Spazio o Pura Sensibilità Pittorica. Egli in diversi suoi scritti, percepisce un vero e proprio conflitto tra la linea e la distesa del colore puro: la linea rappresenta non solo le nevrosi personali, le paure e le paranoie di un ego atrofizzato, ma tutto l’individuo e tutto il carico che esso comporta – i pensieri, i ricordi, le passioni, gli amori delle singole persone. Essa rappresenta questo: un limite posto tra la persona e la realtà circostante. La linea non è quello che noi chiamiamo Io, l’insieme di cose che ci fanno affermare che io sono io e non un altro o l’oggetto che ho davanti a me. La linea è la coscienza individuale di sé stessi, è il confine del nostro essere; e dal momento che l’io non è che una illusione così come la realtà che ci circonda, l’unica rappresentazione possibile non rimane che una distesa di un unico colore, nello specifico il Blu, colore che nella cultura giapponese rappresenta lo Zen.

Yves Klein, Monochrome bleu sans titre (IKB 106), 1961

Bibliografia essenziale
– Giuliano Martano (a cura di), Yves klein il mistero ostentato, Torino, Martano editore, 1970
– Eugen Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco, Milano, Adelphi, 1975
– Taisen Deshimaru, Lo Zen e le arti marziali, Milano, SE, 1995
– Yves Klein, Verso l’immateriale dell’arte, Milano, o barra o, 2009
– Suzuki Daisetz Teitaro, Saggi sul Buddhismo Zen, voll. I, II, III, Roma, edizioni mediterranee, 2013

Articolo pubblicato da Umberto Pasqualini Lancellotti

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