Hwang Sok-Yong, “Tutte le cose della nostra vita” – MilleGru #2

Tutte le cose della nostra vita è un romanzo scritto dall’autore sudcoreano Hwang Sok-Yong. Recentemente pubblicato in Italia (luglio 2020) con la traduzione di Andrea de Benedittis, questo libro ha fatto la sua comparsa in Corea nel 2011 con il titolo originale di Nannigun sesang.
Dello stesso autore sono stati tradotti, tra gli altri, anche il romanzo autobiografico Il signor Han (2005), Come l’acqua sul fiore di loto (2013) e Bianca come la luna (2016).

Pluripremiato e ritenuto il più importante scrittore della Corea del Sud, Hwang Sok-Yong ha vissuto diversi momenti difficili che lo hanno segnato profondamente, tanto da portarlo a trattare, nei propri libri, temi come la perdita di umanità dovuta alla dittatura e alla guerra portata in Vietnam dagli americani e il cambiamento radicale di mentalità portato dalla modernizzazione.

Tutte le cose della nostra vita è ambientato durante la dittatura di Chun Doo-hwan (1980-1988, “Correva voce, infatti, che il nuovo generale salito al potere avesse dichiarato che avrebbe epurato la società coreana una volta per tutte […].”), durante la quale il paese si industrializzò molto rapidamente. Al pugno di ferro dell’ex-generale si opposero in molti, tra i quali lo stesso scrittore, anella Rivolta di Gwangju la quale venne presto soppressa nel sangue.

Non si sa il nome della città nella quale il giovane Occhiapalla e la madre hanno vissuto prima di trasferirsi a Isola Fiorita. Sicuramente, però, si tratta di una città molto grande della Corea del Sud, della quale il protagonista conosce bene la periferia dov’è cresciuto.
Il padre è scomparso. Grazie al suo impiego nel gruppo di raccolta e al lavoro di sarta della madre, la famiglia poteva dire di sopravvivere. Ma da quando egli se n’è andato – forse catturato per essere inserito in un centro di recupero e riqualificarsi come “uomo nuovo” -, la situazione economica peggiora e il giovane Occhiapalla deve interrompere gli studi per trovare un lavoro che gli permetta di riempirsi lo stomaco.
Un giorno, un amico del padre fa visita alla madre e la invita ad andare con lui ad Isola Fiorita, con la promessa che lì avrebbe avuto una casa di proprietà e che il lavoro, lì, sarebbe stato ben più remunerativo rispetto a quello in cui era impegnata.
L’uomo, al quale Occhiapalla dà il soprannome di Ashura (dal barone Ashura di Mazinga Zeta), convince la donna, la quale parte per Isola Fiorita con il figlio.
Ma che luogo è Isola Fiorita?

Isola Fiorita è l’enorme discarica della città, all’interno della quale le persone hanno costruito delle baracche con materiale di recupero trovato tra i rifiuti, come legno, polistirolo, plastica e linoleum. Il lavoro consiste nel cercare materiali e oggetti che potrebbero interessare ai rivenditori o agli smaltitori così che li acquistino. Vivere tra l’odore della discarica e i nugoli di mosche che si posano ovunque non è facile, tuttavia Occhiapalla stringe un forte legame fraterno con Pelatino, un ragazzo più piccolo di lui che ha vissuto la maggior parte della sua vita in quel luogo. Il ragazzino presto rivelerà a Occhiapalla che da tempo vede delle luci blu fluttuare nell’aria.
Cosa sono e da dove arrivano quelle luci blu? E cos’è realmente Isola Fiorita?

Costante presenza all’interno del romanzo è il prodotto dell’industrializzazione della Corea del Sud. Infatti giungono quotidianamente alla discarica numerosissimi camion che scaricano i rifiuti provenienti dalle diverse zone della città. Gli scarti più ambiti sono, chiaramente, quelli della zona centrale della città, tuttavia quelli scovati dal gruppo al quale appartengono Occhiapalla e la madre permettono loro di guadagnare meglio di prima.
È quindi dai rifiuti di una realtà fortemente industrializzata che dipende la fortuna del lavoro delle persone che popolano Isola Fiorita. Alla vigilia della Festa del Ringraziamento i rifiuti, alimentari e non, aumentano sensibilmente; ma saranno i giorni subito successivi alla festività a regalare ai gruppi di raccolta una vera e propria miniera d’oro di scarti, che permetterà agli operatori di mangiare bene e di guadagnare più denaro.
Tuttavia, con l’andare del tempo non mancano i momenti difficili causati, ad esempio, dall’irrigidirsi delle temperature. Ciò porta gli abitanti della città a consumare più carbone per alimentare le stufe, quindi i resti delle bricchette finiscono per coprire plastica e cartone.

Lo scrittore denuncia così la conseguenza di un’industrializzazione incontrollata, a tratti tanto irreale da sembrare un sogno: il consumismo, una piaga da cui la società è tutt’ora afflitta:

“Occhiapalla non riusciva a credere quanti oggetti venissero prodotti e venissero comprati da persone più o meno abbienti. Poi erano posseduti, mangiati, indossati, usati e in ultimo, una volta buttati via, confluivano tutti, inesorabilmente, verso quella discarica”.

Si tratta di un consumismo senza freni che non può portare ad altro che ad una serie di episodi negativi che si svolgono in rapida successione, segnando profondamente Occhiapalla e Isola Fiorita.

Un elemento di questo romanzo che sicuramente colpisce il lettore è la quasi totale assenza di nomi reali. Occhiapalla, il protagonista, viene presentato con questo soprannome fin dall’inizio. Non solo lui: Ashura e Pelatino, ma anche Talpa e gli altri ragazzini della discarica e Raccattatutto, un vecchio rivenditore. Di molti lo scrittore non dà nemmeno il soprannome, come la madre ed il padre di Occhiapalla.
Questa peculiarità indica al lettore l’esistenza di due realtà, la città e Isola Fiorita, che, come suggerisce l’autore, sembrano viaggiare su due binari paralleli:

“[…] proprio come capita in un sogno, Occhiapalla e la mamma erano finiti in un buco, in un pozzo, oppure in una vecchia porta e, attraversandoli, in un attimo si erano ritrovati in un mondo strano e misterioso che non aveva nulla a che vedere con quello in cui vivono gli altri”.

I nomi veri vengono utilizzati in due circostanze particolari: quando Occhiapalla e Pelatino, dopo aver acquistato nuovi abiti e gettato via quelli logori e sporchi trovati tra i rifiuti di Isola Fiorita, visitano il centro della grande città, composto di alti grattacieli e di strade ampie; e quando nella discarica scoppia un incendio e la madre del protagonista, dopo averli persi di vista, cerca i due ragazzi.

Mentre il primo episodio sembra rimandare a una sorta di passaggio da una dimensione all’altra di Occhiapalla e Pelatino, l’evidente pericolo e la paura del secondo fanno ricongiungere i binari delle due realtà, riportandole ad uno stato elementare nel quale non esistono più distinzioni. Se al lettore, trasportato nella realtà straniante della discarica, è venuto il dubbio che i personaggi esistano veramente, è proprio in questo momento che ha la certezza che si è in una situazione reale; e che è proprio ad Isola Fiorita che si può realmente penetrare nel profondo della loro personalità.

Con una scrittura capace di restituire un momento storico ed un modo di rapportarsi genuino e schietto, Hwang Sok-Yong conduce il lettore in una realtà parallela, idealmente generata dal consumismo che colpì la Corea del Sud negli anni ’80 del secolo scorso.
Sicuramente si tratta di una lettura attuale, che porta a confrontare la dicotomia tra Isola Fiorita e la grande città con la situazione contemporanea.

Articolo pubblicato da Vanessa Ferrando

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